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Claude Chabrol ci ha abituato a grandi film e (più o meno) piacevoli intermezzi. Se La damigella d'onore, sua precedente opera, rientrava nella prima categoria, indubbiamente La commedia del potere rientra nella seconda. Tutto sta a definire su quale livello della scala del "più o meno" la nostra lancetta debba collocarsi nel giudicare l'ultimo film dell'ormai non più giovanissimo cineasta francese.
La commedia del potere è un film dai tratti somatici molto "italici", un film di denuncia, un film militante, come avrebbero potuto costruirne un Rosi o, più recentemente, un Moretti. Affronta per di più un argomento che ha segnato l'immaginario collettivo, nonché lo status politico e, in misura minore sociale, della gente del Belpaese: quello della corruzione, della tangente, di una non meglio identificata, né identificabile, collusione tra il potere politico e quello economico. E se consideriamo che uno scienziato politico di fama mondiale, Arend Lijphart, ha individuato nelle Banche centrali, nella potestà regolativa dell'economia, il quarto potere dello Stato in aggiunta ai tre classici pilastri di Montesquieu, capiamo come Chabrol ci ponga di fronte una pellicola i cui rimandi non possono, giocoforza, esaurirsi al solo aspetto cinematografico, né, tanto meno, a quelli di una spesso sterile cinefilia militante. Ad ingarbugliare ancor più la decodificabilità dell'opera chabroliana è la cifra con la quale viene messa in scena la storia. Il titolo, come si potrebbe (a torto) pensare, non esaurisce la sua semiotica nell'allegoria, ma inquadra nel dettaglio i due poli di attrazione tra i quali il film è sospeso: la commedia, un genere tendenzialmente leggero e scanzonato, e, come già accennato prima, il serissimo e compitissimo tema del potere. Il termine "commedia", dunque, incarna sia il senso figurato della dinamica del racconto, l'utilizzo di elementi della realtà comune mediati dal canovaccio della più classica rappresentazione commediale (o viceversa), ma anche un approccio sarcastico, più che ironico, alla materia trattata. Tutto il film di Chabrol è dunque sospeso costantemente tra due poli di attrazione, tra costanti dicotomie, che potrebbero amplificare la tensione narrativa del racconto, ma che purtroppo ne sfumano i contenuti verso l'incompiutezza, che potrebbero amplificarne un'impossibilità etica di soluzione definitiva, ma che invece lo lasciano in bilico, incapace di prendere una posizione, di sposarne un punto di vista.
E così l'avvenente magistrato, Jeanne Charmant-Killman, interpretata da Isabelle Huppert, qui delicata lady di ferro, è incardinata nel sistema che vorrebbe a tutti i costi smascherare. Il suo lento trascurare il marito, il senso di abbandono che avvolge tutto quel che ha più d'intimo, e la contemporanea ribalta di fascicoli, avvisi di garanzia, faldoni, insieme al suo ruvido trattare i propri imputati - mascherando il sottile piacere e la propria esaltazione di sé dietro uno sterile e puerile doverismo d'ufficio -, rendono la protagonista di Chabrol elemento principe sia della "commedia", così come abbiamo visto essere intesa dal regista, sia, soprattutto, dell'oscuro, macero, ma totalizzante sistema del potere. Peccato che, trascurando di scavare, di penetrare questa centrale ed urgente tematica, lo script si perda gigionamente tra i vari sottotesti che man mano si vengono a creare, seguendo i mille risvolti di una vicenda che, in questo modo, finisce per perdere di centralità e, dunque, di forza. Allo stesso modo Chabrol pare divertirsi moltissimo a seguire il proprio personaggio, lasciandosi "passivamente" guidare per mano, senza prendere mai in mano la situazione.
Per rivedere il cupo e splendido vecchio maestro francese, per rivederlo davvero in tutto il suo splendore, dovremmo dunque aspettare (speriamo) la prossima pellicola. Intanto ci lascia un film quasi urgente, quasi necessario, ma destinato, in fondo, al limitato universo degli chabroliani doc.
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