Otar Iosseliani
Giardini in autunno
di Alice Sivo
Il potere logora, incattivisce, annoia. Liberarsene è una vera salvezza, e recuperare le virtù dell'ozio è la cosa migliore che possa capitare. Otar Iosseliani torna a parlare delle cose a lui care - la fuga dall'assurda e alienante realtà, il rifugio nelle gioie dell'amicizia condita con vino e sigarette, l'utopia di una società senza classi - con il consueto tocco intelligente, poetico e surreale. Dopo i due ultimi film, Addio terraferma e Lunedì mattina, entrambi incentrati su storie individuali, Giardini in autunno sposta la riflessione sulla società in senso più ampio.
Vincent è un ministro che da un giorno all'altro è costretto a dimettersi. La perdita dei privilegi, l'abbandono da parte di un'amante velleitaria e spendacciona e la liberazione dalla frenesia dei mille impegni di facciata che costellano la vita di un politico, saranno per lui un salutare ritorno alla vita. Vincent riscopre gli amici, l'amore, i luoghi del suo passato, il rapporto con la madre (un grande Michel Piccoli perfettamente a suo agio in parrucca e vestitino), sullo sfondo di una Parigi che riesce a essere nello stesso tempo fuori dal tempo e profondamente attuale. Mentre nelle stanze del potere ci si gratta con una manina d'avorio, nelle piazze le persone manifestano, protestano, urlano. E tra vagabondi, strani venditori ambulanti di giacche e immigrati sfrattati costretti a dormire sotto i ponti, il protagonista trova il piacere di stare tutti insieme, tutti uguali. Anche verso il ministro che ha preso il suo posto, e che ben presto farà la sua fine, Vincent non prova rancore e quando lo incontra, in un autobus ideale popolato da ricchi e poveri, in cui tutte le differenze sociali sono annullate, gli tende la mano e gli offre un bicchiere.
Oltre ai bizzarri personaggi che popolano l'universo di Vincent, veri e propri protagonisti del film sono gli oggetti e gli animali. Oggetti comprati, rubati, litigati, che passano di mano in mano, a dimostrare un'avidità dalla quale sarebbe utile liberarsi per non arrivare al paradosso dei tre vecchi che trattano per comprare la stessa bara, non riuscendo a sfuggire all'ansia di possedere per forza qualcosa nemmeno alle porte dell'aldilà. Vincent si sottrae a questa logica: appena uscito dal suo ex-ministero getta nella spazzatura giacca e orologio. Da adesso in poi le uniche cose importanti saranno quelle da condividere insieme agli altri: cibo, vino, chiacchiere, giardini da coltivare. E poi ci sono gli animali, a ricordarci che il mondo è un grande zoo. Come gli oggetti, anch'essi posseduti, trofei e simboli di vizi e ambizioni umane: tucani in gabbia, che passano in eredità da ministro in ministro, eleganti ghepardi nelle stanze del potere, asini scalcianti, maiali, mucche, cervi e gazzelle nelle riserve di caccia a uso e consumo del divertimento stupido dei politici. Vincent possiede invece solo riproduzioni di animali, quadri di serafiche mucche che rappresentano la sua ritrovata semplicità di uomo comune.
L'utopia di un'altra vita possibile, fondata sulle gioie dell'ozio creativo, solo sfiorata ma non raggiunta nei due precedenti film del regista georgiano, sembra realizzarsi nel più ottimistico Giardini in autunno. Non è mai troppo tardi per risvegliarsi dal torpore di una vita fatta soltanto di carriera e prestigio sociale, e anche se ci si risveglia soli, in autunno, il piacere di trovarsi tutti insieme davanti a una tavolata brilla e canterina in mezzo al verde di un giardino ripagherà di tutto il tempo perduto.
GIARDINI IN AUTUNNO
(Francia, 2006)
Regia
Otar Iosseliani
Sceneggiatura
Otar Iosseliani
Montaggio
Otar Iosseliani, Ewa Lenkiewicz
Fotografia
William Lubtchansky
Musica
Nicholas Zourabichvili
Durata
115 min