Alejandro González Iñarritu
Babel
di Maurizio Ermisino
Forma o sostanza?Cosa cerchiamo in un film, una storia e dei contenuti che ci facciano appassionare e riflettere, o una forma visiva, uno stile che denoti l'impronta di un artista, che lo elevi dalle centinaia di storie che si affastellano sempre più su grandi e piccoli schermi, senza che sia possibile trovare la differenza tra prodotto televisivo e cinematografico? È ovvio rispondere che cerchiamo entrambe le cose, ma partiamo da questa domanda perché uno degli autori che hanno fatto più discutere in questi anni a proposito del proprio linguaggio espressivo è stato proprio Alejandro González Iñarritu, che con Amores Perros e 21 grammi ha raccontato storie dolorose e lancinanti anche attraverso un uso tutto particolare del montaggio e dello stravolgimento del fattore tempo. È naturale che, in questo, molti abbiano visto un semplice desiderio di stupire, un virtuosismo fine a se stesso. Secondo chi scrive non è affatto così.
Iñarritu conferma il suo stile anche in questo suo terzo lungometraggio, Babel. Il titolo si riferisce alla storia della torre di Babele raccontata nella Bibbia, secondo la quale Dio volle punire la superbia del genere umano che osò costruire una torre altissima per raggiungere il Paradiso, facendo parlare a ogni uomo una lingua diversa e impedendo così loro di comunicare. Nacquero così le lingue, anche se Babele ha sempre indicato, simbolicamente, profonda incomunicabilità. È questo che ci vuole raccontare Iñarritu, attraverso le storie, ovviamente incrociate e destinate a incontrarsi, di vari personaggi: due ragazzini che in Marocco giocano con una carabina; due coniugi americani in viaggio nel Maghreb su un autobus che viene raggiunto da un colpo di quel fucile; una signora messicana, la tata dei figli della coppia, che deve raggiungere in Messico il figlio per il suo matrimonio, ma non può lasciare i bambini da soli; una ragazza sordomuta in Giappone, alle prese con i problemi dell'adolescenza, il suicidio della madre e il difficile rapporto con un padre affettuoso, ma lontano, che scopriremo essere il proprietario del fucile che ha sparato il colpo.
Ancora un film sul dolore dunque - che completa un'ideale trilogia con Amores Perros e 21 grammi -, in cui Iñarritu alza però il tiro, parlandoci sì del dolore personale, ma anche di quello che ci circonda: problemi come l'immigrazione, la politica, la disparità di ricchezza e culture tra il nord e il sud del mondo. L'incomunicabilità che il nome Babele rappresenta è prima di tutto, ma non soltanto, quella linguistica: non si capiscono i turisti americani e gli abitanti del Maghreb, la ragazza giapponese sordomuta e chi le parla troppo veloce. Ma non si capiscono nemmeno gli americani tra loro, padri e figli, moglie e marito all'interno della stessa famiglia. E le incomprensioni sono anche politiche: l'ambasciata americana che tarda nei soccorsi per capire la situazione - un cittadino americano ferito e si parla subito di terrorismo -, o la polizia alla frontiera che tratta i due messicani di ritorno negli U.S.A. come clandestini. Il paradosso è che nell'era delle telecomunicazioni, in realtà, a mancare è proprio la comunicazione: la notizia dello sparo e del ferimento della donna raggiunge in men che non si dica la parte opposta del mondo, ancor prima che a capire siano gli stessi protagonisti della vicenda. La realtà è che la tecnologia avvicina i luoghi del mondo, ma non le persone: diffonde a velocità incredibile flussi di informazione, ma non favorisce lo scambio di idee. E così le persone sono isolate: nel film, a un certo punto, tutti sono soli, fisicamente - nel deserto, in un villaggio straniero, in una metropoli alienante -, ma anche moralmente, non riuscendo ad avvicinarsi agli altri, a stabilire un contatto.

Ed è in questo senso che la forma visiva di Iñarritu non è fine a se stessa. Il discorso su caso e destino di 21 grammi, che sarebbe tanto piaciuto a Kieslowski, continua anche in Babel: le nostre vite sembrano muoversi senza un senso, sembra che ci accadano delle cose di cui non riusciamo ad afferrare il significato, e per questo anche i fotogrammi si susseguono senza un ordine apparente. Il mosaico delle nostre vite si ricompone, ogni cosa acquista un suo significato se collegata alle altre, ma questo possiamo capirlo solo alla fine. E in Babel (che comunque presenta un montaggio meno frenetico di 21 grammi, che era un continuo alternarsi di flashback e flashforward) il discorso si fa ancora più ampio. La frammentazione del racconto rispecchia quella del mondo: le storie sono spezzettate perché è il mondo ad andare in pezzi, e il racconto non può essere lineare, perché le logiche che regolano il mondo non lo sono.
Possiamo dire allora che in Iñarritu la forma è sostanza: è qualcosa di essenziale per rappresentare le nostre vite.
BABEL
(USA, 2006)
Regia
Alejandro González Iñarritu
Sceneggiatura
Guillermo Arriaga
Montaggio
Douglas Crise, Stephen Mirrione
Fotografia
Rodrigo Prieto
Musica
Gustavo Santaolalla
Durata
142 min