

|
Nell'autunno del 2001, quattro giovani inglesi di origine pakistana si recano in Pakistan per il matrimonio di uno di loro, Asif, promesso sposo a una ragazza del luogo, scelta - come tradizione impone - dalla famiglia. Mentre si trovano in una moschea, i quattro ascoltano il discorso di un imam che chiede assistenza per i compagni musulmani del vicino Afghanistan, paese sotto assedio statunitense dopo i fatti dell'11 settembre 2001 e retto da un talebano radicale. Affascinati dall'imam e desiderosi di assaporare il nan afghano, il gruppo di amici varca i confini del Pakistan. Tra bombardamenti, incomprensioni (nessuno dei ragazzi parla pushtu) e la sparizione dell'amico Minus, vengono infine catturati da alcuni combattenti anti-talebani dell'Alleanza del Nord, presi in custodia dalle forze armate americane e condotti alla base militare statunitense di Guantanamo. Considerati pericolosi terroristi, nonostante non vi sia alcun indizio a loro carico, i tre subiscono abusi e torture terribili. Dopo più di due anni di prigionia e a seguito delle pressioni del governo britannico, verranno rilasciati nel marzo del 2004. Gli interrogatori che faranno seguito in patria non evidenzieranno alcun legame con Al Qaeda. Asif potrà così sposare la donna scelta dalla madre.
"Quello che sappiamo, è che queste persone sono cattive". Con questa tanto celeberrima, quanto infantile, asserzione del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, si apre The Road to Guantanamo, eccellente docudrama del regista Michael Winterbottom (diretto a quattro mani con il fido Mat Whitecross), e Orso d'Argento per la Miglior Regia allo scorso 56° Festival di Berlino. Sospeso tra la presa documentaristica delle interviste ai reali protagonisti della vicenda e la resa cinematografica, e non certo di finzione, dei fatti avvenuti (la sceneggiatura non accreditata sembra testimoniare la totale aderenza alla realtà), The Road to Guantanamo non è che il risultato naturale di tante orribili vicende filtrate tra le sbarre del gulag cubano, non ultima quella del contemporaneo suicidio di tre uomini incensurati avvenuto poche settimane fa. Meno naturale, invece, il processo che ha rigenerato l'inglese Winterbottom da anonimo regista di pellicole trascurabili (il lesbo-thriller Butterfly Kiss e il pretenzioso Jude, stanco adattamento del capolavoro letterario di Thomas Hardy) ad autorevole e scomodo documentarista (suo il notevole Benvenuti a Sarajevo del 1997), iter che l'autore sembra aver assimilato in fretta e in una maniera quanto mai arguta e solida, omaggiandoci di un'opera che si solleva decisamente dal coro.
Già, perché l'intenzione di Winterbottom non è quella di colpire allo stomaco il pubblico - le sequenze brutali nel campo di prigionia, sebbene molto realistiche, sono indubbiamente meno shockanti di tanti filmati visti in tv o delle immagini scattate ad Abu Ghraib - o di illustrare (con successo) la paranoia della politica estera americana, ma quella di accompagnare lo spettatore in uno stadio di elaborazione del fatto compiuto o in compimento, soprattutto in un periodo dove la sfera personale sembra essere diventata argomentazione politica (e viceversa), in quel sottile e perverso gioco delle istituzioni che puntano quotidianamente a minare il già precario equilibrio tra giustizia e iniquità. The Road to Guantanamo è infatti un film sull'umanità e su quanto oscura e perversa essa possa diventare, e non è certo un assurdo astrarne l'essenza dall'attuale contesto socio-politico, dove decenza e ragionevolezza sembrano non essere parametri applicabili. Eloquente, a tal proposito, il puntuale passaggio in cui il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld attesta come la prigione di Guantanamo Bay segua le direttive della Convenzione di Ginevra… "for the most part".
Non sorprende notare, infine, come gran parte della critica anglo-americana abbia etichettato il film come "one-sided". E a tratti risulta ingenuo, oltre che ipocrita, non farlo. È anche vero però che i due cineasti non gettano fumo negli occhi dello spettatore, visto che nella costruzione non viene ignorata l'incoscienza dei quattro ragazzi che imprudentemente si mettono in viaggio senza aver prima soppesato i rischi oggettivi della situazione globale che il mondo politico e civile si trovava (si trova?) ad affrontare. Se proprio un difetto fosse da evidenziare, sarebbe certamente imputabile all'uso inappropriato delle musiche altrimenti degne di nota di Harry Escott e Molly Nyman che - di pari passo con il montaggio frenetico di alcune sequenze girate con l'oramai abusata handycam - danno al film un inadeguato e sconcertante taglio social-thriller. Ma tale elemento esula dall'importante validità di documento che la pellicola si trova a rivestire. E in cotanto ben di dio (qualunque Dio) è davvero poca cosa.
|