Gianni Amelio
La stella che non c’è
di Mario Bucci
Un gruppo di dirigenti cinesi rileva una dismessa acciaieria italiana in Liguria. Completata la trattativa, il responsabile manutentore Vincenzo Buonavolontà informa i compratori che l'altoforno acquistato ha un difetto di fabbricazione, che in passato ha procurato incidenti all'interno della fabbrica. Egli è disposto a individuare e riparare il difetto, a patto che non venga utilizzata la fiamma ossidrica. Il confronto avviene a cena, dove la giovane interprete Liu, non all'altezza della situazione, si allontana offesa dall'irruenza di Buonavolontà. Qualche giorno dopo, presentandosi in fabbrica dopo aver costruito un pezzo dell'ingranaggio capace di risolvere il difetto, il manutentore Vincenzo scopre che l'intero altoforno è stato trasferito in Cina.
Comincia da qui il nuovo film di Gianni Amelio, in concorso alla 63° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, liberamente ispirato al romanzo La dismissione di Ermanno Rea, la cui sceneggiatura è stata stesa dallo stesso regista con la collaborazione di Umberto Cantarello. Si tratta dunque di un road movie, un film nel quale il viaggio assume il carattere di percorso interiore volto a svelare la curiosa vicinanza di due popoli e due classi legate inevitabilmente ad un unico destino. Quello di Vincenzo Buonavolontà verso il mondo cinese, è, infatti, prima di tutto un viaggio verso il sistema della fabbrica, modello del quale l'immenso paese asiatico è ancora oggi simbolo indiscusso. E proprio questa potrebbe essere una delle chiavi di lettura del film, quella del pensiero operaio comunista, che, disorientato, si muove alla ricerca di una stella che in realtà non esiste più (con l'allusione a quelle della bandiera cinese). La stella che non c'è, tuttavia, è un film dove i protagonisti imparano a conoscersi sulla base di un confronto aperto e schietto. Molto attento a questo lato della storia, Gianni Amelio sembra riuscire bene nel suo lavoro di sottrazione, facendo passare i due protagonisti da una situazione caotica e metropolitana ad una, per così dire, più "desertica", dove le anime dei due si rivelano e s'incontrano: sono svaniti i compratori, sono peggiorati i mezzi di trasporto, è diminuita la presenza visiva del progresso. In qualche modo si potrebbe arrivare a dire di essere strutturalmente di fronte ad un Antonioni prima maniera (anche per il contesto latente della fabbrica), al quale però lo stile di Amelio sottrae piroette della m.d.p., dolly o campi eccessivamente lunghi, risolvendo l'incontro fra i due protagonisti con due intensi, quanto spogli primi piani su un fondale piatto.
Il motivo che spinge Vincenzo Buonavolontà ad andare in Cina, diventa quindi lo scopo meno importante della storia, perché è il dialogo che interessa al regista. E l'incontro. Terreno fertile diventa quindi ogni elemento di comunicazione, confronto e identificazione, a partire ovviamente dalla lingua, la prima grande barriera che Vincenzo e Liu si trovano a dover superare, ma anche i codici del cibo, dei gesti e delle leggi che, in modo più astratto, identificano il carattere di un popolo (Liu che risponde sulla pena di morte "un cinese ti fa lo sgambetto ma dopo ti tende la mano per aiutarti ad alzarti"). Un film, dunque, che guarda al futuro (il destino di questa o quella fabbrica, con o senza altoforno, con o senza riparazione), seppur criticando implicitamente il progresso (l'inquadratura, verso il finale del film, dove Vincenzo lascia scorrere il treno alla sua destra, procedendo lentamente, e a piedi, in direzione contraria), concetto verso il quale Amelio non indugia troppo su facili stereotipi, trasformandolo in un ambiente latente da cui Vincenzo fugge, ma grazie al quale compie il suo percorso al contrario. Un film d'autore che, sebbene a volte sembra cedere ai passi sicuri del modello (road movie), in realtà cerca senza trucchi o artifici di procedere mantenendo uno sguardo tutto sommato neutro, ma non distaccato, in un percorso a volte troppo chiaro, ma nella sostanza ben realizzato. L'idea che ne viene fuori del paese orientale è quella di una terra lontana, immensa, popolosa e poco conosciuta, e sulla quale il regista non esprime alcun giudizio, estetico o di sostanza, e che nella realizzazione visiva è ben resa da una fotografia non troppo vivace di Luca Bigazzi, e dalla scelta di tempi e colori spesso uggiosi.

Analizzato da un punto di vista strettamente commerciale, il film ha un potenziale non indifferente, essendo stato girato principalmente in Cina ed essendo strutturato in qualche modo sulla metafora dello scambio fra culture e sul tema dell'incontro. In altri casi si parlerebbe forse di cinema telefonato, suddiviso a scompartimenti, tenuto insieme spesso dalla stessa conversazione/struttura, ma Amelio ha un tocco diverso, una sensibilità che lo porta comunque a raccontare anche più di quanto la storia sveli (il popoloso iper condominio). L'identità operaia della Cina, per esempio, è descritta da un lato come un mito (l'identificazione di Vincenzo quando arriva alla prima fabbrica, il richiamo della grande madre) e dall'altro quasi come una condanna (i bambini che vivono di giorno nelle fabbriche), in una tesi che con delicatezza rifiuta entrambe le visioni (in sostanza ritorna ancora utile quella sola immagine che vede contro uomo e macchina, Vincenzo e locomotiva) cercando di focalizzare l'attenzione del pubblico proprio su quello che manca, l'identità delle persone (Vincenzo e Liu si ripetono spesso che uno non conosce bene l'altro). Tornando a quello che all'apparenza sembra un trattato commerciale: come investire quindi nella Cina? La risposta dell'autore vira sul terreno della comprensione e dei sentimenti: i soldi che Vincenzo dona a Liu per affetto, tornano indietro proprio quando a lui mancano. Sergio Castellitto, premiato alla Mostra di Venezia con il riconoscimento Francesco Pasinetti per la miglior interpretazione maschile secondo il SNGCI, è forse un po' sopra le righe, sebbene il suo personaggio lo richieda ("sei un tipo un po' nervoso" dice Liu a Buonavolontà), mentre l'esordiente Thai Ling ha nello sguardo carattere e personalità.
In questa trasferta italiana in terra d'Oriente, lunga migliaia di chilometri, Gianni Amelio ha mantenuto viva la sua stimabile capacità di star dentro le sue storie e, come era accaduto anche in un suo precedente lavoro di successo come Lamerica (1994), da due popoli che s'incontrano è riuscito ad esaltare, ancora una volta, solo le anime dei protagonisti, due figure diverse fra loro, che per conoscersi sono costrette ad affrontare una serie di ostacoli imposti dalle strutture della società moderna. Cinema di sentimenti e cultura, così come lo era stato, in un contesto assai ridotto, l'incontro tra padre e figlio del precedente Le chiavi di casa (2004). Tutto un po' scontato forse, tranne il destino: proprio la stella che manca.
LA STELLA CHE NON C’È
(Italia/Francia/Svizzera/Singapore, 2006)
Regia
Gianni Amelio
Sceneggiatura
Gianni Amelio, Umberto Cantarello
Montaggio
Simona Paggi
Fotografia
Luca Bigazzi
Musica
Claudio Piersanti
Durata
103 min