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Come il suo stesso titolo (in fondo un gioco di parole nei confronti dell'antefatto, se così possiamo definirlo), Belle toujours è uno "scherzo", un divertissement. Avendo praticamente eliminato il côté onirico, fondamentale in Buñuel (l'unico tocco surrealista superstite è un gallo che vaga nel lussuosissimo ristorante del finale), il film sembrerebbe quasi un lieve "darsi pizzicottate" di Husson (qui eletto protagonista assoluto) di fronte al riapparire di Séverine. Un elemento di continuità, tuttavia, è costituito dall'ossessione, trasformata, da elemento narrativo che era in Buñuel, in strumento del racconto. Nelle vesti di un flâneur curioso e sempre sorridente, Piccoli/Husson si ferma incantato di fronte a statue, affreschi, dipinti, per ammirare il fulgore di corpi floridi e splendidi (corpi immobili e artificiali come la "sua" Séverine, la Séverine del suo passato). Husson percorre un'area limitata della città: Place des Pyramides, Rue de Marivaux. De Oliveira vuole insomma restare nel quartiere dell'Opéra, dove si trovava la "maison de modes" di Madame Anaïs (un ritorno ai "luoghi oscuri"?), come se si trattasse di un tentativo di ri-mappare le storie e i ricordi (sia cinematografici che erotici). Persino la musica è "ossessiva", con quell'Ottava sinfonia di Dvorák ad occupare i primi dieci minuti del film (un prologo alquanto fuori misura per una pellicola di soli 70'), e che ritorna continuamente a scandire le passeggiate e le bevute di Husson. Ma il carattere ossessivo di questa operazione risalta soprattutto nei racconti dell'uomo: masticata e rimasticata, l'incredibile storia diviene banale aneddoto da bar, discorso da alcolizzato.
De Oliveira forse non offre un capolavoro del cinema paragonabile all'"originale", ma sembra offrirci un memento sulla fragilità delle storie, sulla loro precarietà. E probabilmente proprio a causa del rischio che avvolge ogni attentato al mito, la Deneuve ha rifiutato di reincarnare questo personaggio. Non si toccano i fantasmi: il rischio è ritrovarli invecchiati, imbigottiti, impacciati. Sia Séverine, la Belle de jour, che il fascinoso Husson di Michel Piccoli, vengono "degradati" a due anziani acciaccati e bofonchianti. L'ormai ultranovantenne regista portoghese, in realtà, omaggia ben poco: e aldilà della resa di questo divertissement (genere che appunto dovrebbe esulare dai concetti di "resa" o "efficacia"), la sua sembra un'amara riflessione sulla caduta degli dei, sulla morte dei miti, sulla loro banalizzazione (Séverine pentita e con ambizioni monacali è quanto di più ovvio un'inquieta donna borghese sarebbe potuta diventare). La stessa ripetitività ossessiva è del resto interpretabile come discorso ironicamente e lievemente polemico sul tema del "sequel" da parte di de Oliveira. Ma il sempre insolente Husson dimostra l'inanità di qualsiasi domanda del tipo "e dopo, cosa è successo?". Che il marito abbia o meno saputo, è oltremodo ininfluente, inutile. I segreti rimangono tali: così come per il misterioso cofanetto orientale ronzante, una reliquia della "vecchia" Séverine. Quella che Husson si trova davanti è ormai un'altra donna (e, per gli spettatori, effettivamente un'altra attrice). Non importa chi, ma i fatti: rivelatrici le parole di Husson in una delle sue tante sedute alcoliche. I personaggi sono macchiette (il barista, le prostitute, i camerieri), figure smaccatamente monodimensionali. Una caratteristica che interessa gli stessi protagonisti del film: come nella sequenza finale al lussuoso ristorante, i due non sono altro che nere silhouette, due ombre che rievocano, seppur con sentimenti differenti, le stesse controverse vicende. E lo stesso vale per l'ambientazione: Parigi non è più quell'algida signora percorsa da sogni misteriosi e oscure pulsioni nascoste (come la stessa Séverine), ma un luogo riducibile ad una manciata di immagini "cartolinesche".
A differenza di questo pseudo-sequel, Belle de jour terminava col trionfo dell'irrazionale, col ritorno della protagonista ai vividi sogni perduti. Qui, invece, la macchina da presa indugia su un tavolo vuoto e buio: il film è come qualcosa che si svuota gradualmente. Si svuotano i personaggi e la loro aura. Si svuota materialmente il film, fino a lasciarci di fronte al buio vuoto che incombe sullo schermo e in sala, abbandonandoci ad un'imperscrutabile oscurità.
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