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Nell'immaginario comune esistono comportamenti che si suole definire tipicamente maschili o tipicamente femminili. Seguendo tale logica, nel descrivere l'universo femminile dell'età matura, spesso lo si definisce come avvolto da un'aura di puri sentimenti materni, quasi come se tutte le donne, arrivate ad una certa età, perdessero la loro componente sessuale e sensuale per trasformarsi in mamme affettuose. La pellicola di Laurent Cantet ci dimostra che non sempre è così, che le donne sono esseri terreni, legati a desideri materiali, e che l'umanità è unica, nei suoi pregi come nei suoi difetti, e a dispetto della sessualità.
Ambientato nella splendente, quanto crudele, Haiti del regime di Duvalier, a cavallo tra i trasgressivi anni '70 e il consumismo degli anni '80, Verso il sud tratteggia in modo egregio il ritratto di un preciso campione di umanità alla deriva. Da una parte, la deriva di Sue, Brenda e Hellen (rispettivamente Louise Portal, Karen Young, e Charlotte Rampling), tre donne nordamericane, sole e vittime di esistenze vuote o svuotate, che cercano una nuova parvenza di libertà al di fuori della realtà che a loro appartiene e cui loro appartengono, una realtà che le definisce come signore rispettabili, costringendole ad una immutabilità che le prostra; e dall'altra, la deriva di una generazione di haitiani giovani e bellissimi che hanno imparato a fare dell'arte del "concedersi per un tozzo di pane" il loro stile di vita e la loro fonte di quotidiano sostentamento, rappresentata dallo splendido Legba. Palcoscenico di tanta edulcorata crudeltà è un villaggio turistico che odora di olio solare e ha il sapore di esotici cocktail, un'oasi tanto splendente quanto lugubremente finta, cui si arriva attraverso un percorso tra le baraccopoli della "città", chiusi nell'abitacolo di un furgoncino e rincorsi da bambini sorridenti che battono sul vetro e allungano le mani aperte in richieste tanto esplicite quanto pulite, trasportati da un Caronte disgustato, anfitrione del luogo perduto, complice di quella detestabile complicità "del non detto". Un'oasi fatta di spiagge bianche e mare azzurro, gite a cavallo e frutta esotica, popolata di abitanti giovani, belli, vigorosi, sensibili, appassionati e soprattutto disponibili. Disponibili a concedersi a donne non più giovani, non particolarmente felici, sole e tristi nelle loro città, che in questo paradiso diventano brillanti e affascinanti agli occhi di chi non possiede nulla e ha imparato a vendere l'unica risorsa che la natura gli ha concesso.
Cantet, in originali sequenze titolate con il nome delle protagoniste e con l'espediente del monologo interiore, fa persino spiegare in prima persona alle tre splendide e ricche avventrici le ragioni della loro visita, svelando così lo squallore di esistenze solitarie. Ma, si badi bene, non si tratta di un tentativo di giustificazione, perché nulla vale a giustificare il comportamento di chi per un'estate di passione comprata, compromette esistenze, pronuncia parole, si lancia in promesse che durano lo spazio di una stagione, avendone o meno la fredda consapevolezza. Che si tratti di chi ha perso la famiglia (Brenda), di chi la famiglia non l'ha mai avuta o addirittura non l'ha mai voluta (Hellen), resta lo squallore di una pratica che, sia legata all'universo maschile, sia a quello femminile, sia seguita per divertimento che per disperazione, ha un solo ed unico nome: turismo sessuale. Ed è una pratica fine a se stessa, resa tanto più orrida quanto più è ricercata come fuga dalla realtà e con la precisa coscienza che in un mondo tanto lontano dal proprio tutto è concesso (come afferma Sue) e che si possa vivere in un regime di libertà dalla morale e dal comune senso del rispetto verso l'altro. D'altra parte Cantet non indugia nemmeno nel pietismo verso chi da questi costumi si lascia corrompere, facendo pronunciare al gestore del villaggio, in un quarto monologo, parole di condanna sia verso i suoi compatrioti che hanno perso l'orgoglio delle loro radici per votarsi al dio Dollaro, sia verso i turisti che corrompono la purezza haitiana.
Verso il sud, obiettivamente, non è un film particolarmente coinvolgente, la trama ha numerosi buchi (talvolta non si capiscono bene i motivi che spingono i protagonisti all'azione) e a tratti presenta delle discontinuità (improvvisamente vengono inseriti personaggi di cui non si capisce bene la funzione, ma che alla fine risultano importanti, come accade per un'amica di Legba, amante di un militare. Chi è? Cosa la lega al giovane?), i personaggi sono stereotipati e molte volte cambiano troppo repentinamente atteggiamenti e personalità (Hellen è quasi la caricatura di una donna snob e cinica, Sue prima si professa adepta del turismo sessuale, poi innamorata del suo giovane haitiano e sentimentale, mentre Brenda, che sembra la più "vera" nei suoi sentimenti per Legba, dopo averlo lasciato, si avvinghia ad un nuovo e prestante haitiano), ma ha senza dubbio il pregio di costringere il pubblico a riflettere sul mal costume di una certa parte della società occidentale, che troppe volte tende ad esportare il proprio sistema di valori in realtà "altre", pretendendo che venga assunto in toto e creando così dei paradossi che spesso degenerano in tragedia.
Restano comunque pregevoli le performance degli interpreti, tra cui splende una torbida e sensuale Charlotte Rampling, cui il tempo ha regalato l'intensità dei segni della vita sul corpo, e il vigore velato di dolcezza dello sguardo dello stupefacente Mènothy Cesar, meritatissimo Premio Mastroianni al Festival di Venezia.
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