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Fauteuils d'orchestre, terza prova alla regia della sceneggiatrice Danièle Thompson, è un film corale (scritto a quattro mani con il figlio Christopher, come il precedente Jet Lag). É un mosaico composto da personaggi che, affiancati come tessere e levigati con perizia fino a smussare le più evidenti incongruenze, restituisce allo spettatore l'impressione di essere di fronte a un grande affresco e di calarsi, osservandolo, in un "mondo". Mantenendosi ad una certa distanza - quella postmoderna dell'approccio ludico e disincantato alla rappresentazione -, si può decidere se accettare il gioco proposto dalla narrazione e abbandonarsi al piacere del racconto, senza obiettare, fingendo di riconoscere diversi livelli d'intensità nella costruzione dei ruoli e differenti sfumature nelle ansie e nei drammi messi in scena. Avvicinandosi all'ensemble risulterà, invece, impossibile non rilevare l'esiguo campionario di tonalità utilizzate e il mancato amalgamarsi dei ruoli, che si intersecano senza realmente scontrarsi.
Un po' per caso e un po' per desiderio dei Thompson, diverse soggettività vengono improvvisamente in contatto, ma non deflagrano, limitandosi quindi a veicolare sensazioni, senza liberare l'essenza di un'emozione: in particolare l'impressione di "mancata appartenenza" alla propria vita, che pervade l'intero gruppo. In questo senso la defaillance che si riscontra nello spessore di ogni personaggio potrebbe essere una scelta predeterminata: tutti attraversano una crisi e si trovano "in stallo" dinanzi all'incognita di un futuro segnato da una nuova partenza o da uno schianto, privi di identità durature. Il film, tuttavia, procede imperterrito seguendo uno scrupoloso meccanismo d'intrecci, eludendo gli indugi della "narrazione debole", e diffondendo perplessità fomentate dal facile scioglimento di ogni enigma, di ogni drammatico dilemma esistenziale.
Un anziano collezionista decide di vendere all'asta tutte le sue opere d'arte, un pianista di successo progetta una fuga dalla routine che assedia la sua vita, una giovane attrice, stanca della propria celebrità televisiva, si confronta con il teatro e sogna il cinema. Tutto converge. Il film fissa un appuntamento con gli spettatori, che vengono informati fin dalle prime scene riguardo al momento in cui si arriverà al climax: "la sera del 17" le diverse storie raggiungeranno l'apice della propria evoluzione. Intanto, Un po' per caso, un po' per desiderio procede come una grande prova d'orchestra, mostrando le tensioni e i pensieri dei personaggi, indagandone il background, intrecciandone i sentimenti. Avenue Montaigne non è solo un quartiere, ma un microcosmo, dove l'incontro "casuale" si trasforma sempre in "causale", in modo da alimentare la corsa dei protagonisti verso una catarsi (corale) finale. Il bistrot, il teatro e l'hotel sembrano quinte, scenografie appartenenti ad un unico palcoscenico, dove vanno in scena gli atti di una commedia umana interpretata da persone famose o facoltose, osservate da gente comune che ha deciso di frequentare ambienti chic avvicinandosi in punta di piedi per spiarle dall'interno, dalla nobile specola rappresentata da professioni come quella della cameriera, del barista o della custode del teatro. Ed è nella messa in scena dell'incontro degli opposti che il film dà il meglio, riuscendo a descrivere passioni, tensioni e desideri che permeano quella sorta di circo in cui si esibiscono le vite raccontate, e arrivando a mostrare quell'appartenenza ad un unico sogno in cui si saldano le due metà del mondo dello spettacolo: artisti e spettatori, uniti nell'attimo in cui si perfeziona lo show, come formassero un unicum. Proprio come Il bacio di Brancusi, opera che sintetizza l'immagine del congiungersi fino a confondersi, molto più significativa come metafora dell'attimo di estasi prodotto dall'incontro/scontro dei due universi umani raccontati dal film, piuttosto che didascalica etichetta per un nuovo amore che sboccia, per di più sulla scia di una tradizione familiare preannunciata.
D'altro canto, la scultura-monolite diviene rappresentazione simbolica di un nuovo passo che unisce madre e figlio Thompson nell'ossessiva ricerca di una rigida struttura narrativa che persevera (incurante sia della verosimiglianza delle situazioni messe in scena, sia di una consapevolezza critica nella costruzione dei personaggi) nell'indurre alla commedia francese contemporanea una mutazione per trasformarla in una sorta di "cinema hollywoodiano classico transgenico", già del resto perseguita con quell'asettica rievocazione in incognito di Accadde una notte (Frank Capra, Usa 1934) che fu Jet Lag.
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