Robert Altman
Radio America
di Aldo Spiniello
A Prairie Home Companion, titolo originale dell'ultima fatica di Robert Altman, è una vera trasmissione radiofonica, condotta da Garrison Keillor, protagonista e sceneggiatore del film. Da oltre trent'anni, ogni sabato pomeriggio, Keillor e ospiti vari accompagnano le famiglie americane in un viaggio tra musica country e intermezzi comici. Un successo che non ha mai conosciuto battute d'arresto. E lo script di Radio America parte proprio là dove si ferma la realtà, instaurando un rapporto stretto tra vita e cinema. Keillor inscena così un vero e proprio esorcismo.
La voce off di Guy Noir (Kevin Kline), detective privato addetto alla sicurezza, ci avverte che sta per andare in onda l'ultima puntata del programma dal teatro Fitzgerald di Saint Paul, Minnesota. I proprietari del teatro hanno deciso di chiudere i battenti e s'attende la venuta di un fantomatico "tagliatore di teste" (Tommy Lee Jones), pronto a decretare la fine di un'esperienza trentennale, ormai giunta al capolinea. C'è aria di smobilitazione. Una fine che s'innesta in una realtà apparentemente immobile. E già. Perché di Radio America colpisce innanzitutto questo, quel suo essere sospeso in un tempo indefinibile. Il diner alla Edward Hopper, la notte e la città e Guy Noir, figlio spurio di Marlowe (più vicino all'Elliott Gould de Il lungo addio che al Bogart de Il grande sonno), personaggio poco hard e molto boiled. Sembra di essere in quell'America anni '40 immortalata da tanto cinema di genere, un universo solitario e notturno entrato nell'immaginario collettivo. Ma il tempo sembra essersi fermato anche all'interno del teatro, dove, tra camerini pieni di specchi, trucchi e lustrini, si aggirano vecchie glorie del country e giovani cantanti già spiantati. Troviamo G.K. (Garrison Keillor), il presentatore che riesce, con consumato mestiere e calma olimpica, a tenere insieme un gruppo di gente un po' suonata: le sorelle Johnson (Meryl Streep e Lily Tomlin), ultime superstiti di una famiglia di folk singers, Dusty e Lefty (Woody Harrelson e John C. Reilly), cowboy canterini col vizio della battuta sconcia, il vecchio Chuck (L. Q. Jones) ormai senza più voce, i tecnici (la vera crew della trasmissione), un'orchestra che ha l'aria "da fiera di paese". Sembra di essere a Nashville, nel 1975. Ma in che anno siamo allora? Nel '40 o nel '75?
Segni della contemporaneità, qua e là disseminati, ci riportano al presente. Siamo ai giorni nostri. È solo che quel teatro Fitzgerald è una sorta di riserva indiana. Vi si affollano gli uomini e le donne di un'America rurale e periferica, un Midwest un po' bigotto e conservatore, ma con un'identità precisa, a differenza del caos metropolitano. Se la Los Angeles di America oggi è un paesaggio desolato d'infelicità e fallimenti, Saint Paul è il teatro di un'umanità pratica che, tra canti di lode al Signore e malinconici ricordi, tira avanti la vita. Ieri come oggi. Ma nell'oggi del racconto, si è detto, irrompe il Tempo. Che poi fa tutt'uno con la Morte e con il suo emissario, il biondo angelo Asfodelo (Virginia Madsen), presenza metafisica pronta a portare via "i prescelti". Non vale più il motto "the show must go on", come a Nashville. O meglio, vale ancora per poco. Lo spettacolo è finito. Eppure non c'è tragedia. G.K. non protesta, non fa alcun elogio funebre. Va avanti, sapendo che ci sarà sempre qualcosa da fare. Il parcheggiatore, magari. Così come vanno avanti un po' tutti: artisti al tramonto che cercano di organizzare un altro tour. Come se niente fosse. La velocità imprenditoriale dei giovani (come Lola/Lindsay Lohan) gli è sconosciuta. Neppure Robert Altman fa tragedie. Gira un altro film corale, il suo marchio di fabbrica. Resta per quasi tutto il tempo nello spazio ristretto di un teatro (un'unità di luogo che indubbiamente giova alla struttura narrativa). E tra uno scambio di battute e una canzone, danza intorno ai suoi personaggi, cogliendo il cuore d'ognuno e individuando il nucleo emotivo dell'intera vicenda, quello che tiene unito il tutto.
Radio America è un film sulla morte, sulla fine. E in questo senso, è impossibile negare come qui sia lo stesso Altman, a 81 anni, a confrontarsi con la "propria" morte, di uomo e di regista. E lo fa, riuscendo a non essere nefasto, conservando il tocco leggero del maestro, stemperando le potenzialità drammatiche della vicenda con il suo solito sarcasmo, giocando sui piccoli vizi delle sue creature e sui grandi difetti del suo Paese (tanto folle da "dimenticare" chi sia Francis Scott Fitzgerald, ad esempio). In Radio America si canta molto. E ogni canzone è una preghiera, un atto di dolore e una testimonianza di gioia. La morte per Altman è un evento naturale, l'altra faccia della vita. È "normale" come il sesso (quello a cui si prepara il vecchio Chuck) o l'amore. È un angelo che accoglie dolcemente tra le sue braccia.
RADIO AMERICA
(USA, 2006)
Regia
Robert Altman
Sceneggiatura
Garrison Keillor
Montaggio
Jacob Craycroft
Fotografia
Edward Lachman
Durata
100 min