François Ozon
Il tempo che resta
di Chiara Federico
Dimenticando, con qualche sforzo, le Notti selvagge di Cyril Collard, François Ozon abbandona incredibilmente il suo teatro di vita, le sue otto "fèmmes" bardate e seducenti, e le loro canzoni. Tenta un accostamento ad un attraente post-realismo, un film fatto con la stessa pasta sfogliata e sfibrante delle voci francesi, dell'insinuante perfezione della lingua e dei vissuti che si prepara ad accennare, a sussurrare.
Un fotografo trentenne, bello e realmente maledetto, con la lingua repentina e offensiva e l'ironia schiettamente crudele, sogna continuamente. Sogna di accoppiarsi con sua madre, suo padre, con sé stesso bambino, e per una volta i suoi sogni si fanno nitidi e celesti, spiaggia solitaria. Nello stesso giorno ha un malore durante il lavoro, e scopre di avere un tumore incurabile. Forse debole o forse dedito alla salvaguardia integra della sua forza, del suo splendore lavorativo e fisico, della sua coerenza amorosa, Romain decide di non curarsi, anzi non decide neppure, ma si lascia racchiudere da una solitudine inevitabile, quando si tratta di avvertire i suoi parenti, amici, genitori, il suo ragazzo ormai stanco amico di letto, che spinge a lasciare il suo appartamento per consumarsi in un'esistenza di scatti, di ultimi tocchi sospirati, di inasprimenti e subitanei pentimenti. Una passione reale si innerva nelle sue giornate, quelle ultime, o quasi ultime, ovvero il desiderio di sfogo, di confronto e di compianto sterilizzato con quella nonna lontana. Madre degenere e ora parente attenta, l'irriconoscibile nonna con la bocca rifatta e piangente di Jeanne Moreau accetta le battute e la confessione di quel nipote tanto simile a lei, perché come lei "morirà presto". La fotografia diventa per il sempre più solo Romain un rifugio, gli scatti non si rischiarano nei particolari, ma rimangono solo per i suoi occhi, mentre di fronte a noi resta un montaggio classico, un lento degenerare dei toni rappreso in un ultimo guizzo rossastro, nella storia improbabile di una cameriera quarantenne e del marito sterile, e del ménage á trois che instaurano con Romain per avere un bambino.
Il dolore muto che non richiede approfondimento porta un protagonista sempre più sottile, bianco ed invisibile, verso la morte esalata, in comunione con una spiaggia prima contaminata, poi desolatamente deserta. Quando la semplicità del tocco registico non diventa semplicismo situazionale, e non si annacqua prima d'inciampare nella morbosità compiaciuta, rischiosa, in agguato tra ombre e dialoghi, tra lirismi e mutismi già conosciuti, rimane una storia lucida e normale, aberrantemente, una vita spezzata in un lampo che nel morire afferma un'inconsueta, difforme lotta.
IL TEMPO CHE RESTA
(Francia, 2005)
Regia
François Ozon
Sceneggiatura
François Ozon
Montaggio
Monica Coleman
Fotografia
Jeanne Lapoirie
Musica
Brigitte Taillandier
Durata
85 min