Danis Tanovic
L'enfer
di Andrea Bettinelli
Sarebbe interessante condurre uno studio sui progetti cinematografici iniziati da un regista e portati a termine da un altro; sulle sceneggiature incompiute, dimenticate per anni, e poi riesumate e messe in scena da un gruppo di lavoro diverso da quello che le aveva concepite. È facile immaginare come da questa analisi emergerebbero due diverse tendenze. Da una parte abbiamo i registi che si muovono all'interno di un'intenzione di fedeltà quasi filologica, cercando di ricreare una messa in scena conforme alla poetica e allo stile dell'autore della sceneggiatura. È il caso, ad esempio, del bellissimo, e purtroppo sottovalutato, Il mare e l'amore di Kei Kumai, realizzato a partire dall'ultima sceneggiatura di Akira Kurosawa: un miracolo di mimesi stilistica, un film che appartiene di diritto all'ultima stagione, malinconica e naive, di Kurosawa, quella di Sogni e di Madadayo. Dall'altra parte abbiamo invece i registi che tendono a re-inventare il progetto cinematografico di partenza, ad annettere la sceneggiatura alla propria poetica, in modo da farla diventare completamente propria. È il caso, ad esempio, della splendida Medea di Lars von Trier, nella quale il regista danese porta a compimento una sceneggiatura del (sommo) maestro Carl Theodor Dreyer, ricreandola tuttavia secondo i dettami della propria estetica.
A quest'ultima schiera appartiene senz'altro Danis Tanovic, che ha realizzato il suo ultimo lungometraggio, L'enfer, partendo da una sceneggiatura scritta dal grande Krzysztof Kieslowski, in collaborazione con Krzysztof Piesiewicz, e appartenente a una trilogia idealmente ispirata alla Commedia dantesca (1). Saggiamente, il regista bosniaco ha dichiarato: "Non mi sono mai posto il problema se dovessi stare attento o meno ad imitare il suo stile di regia, perché non mi sono mai sentito alla sua altezza e se anche ci avessi provato in molti avrebbero parlato di sacrilegio. Io ho il mio mondo e il mio modo di lavorare e ho cercato di fare qualcosa di diverso, di personale, cercando la bellezza in ogni scena". Questo per avvertire che lo spettatore, nel vedere L'enfer, deve dimenticarsi di Kieslowski, nonostante la pellicola sia ricca di omaggi al suo cinema e di citazioni dal Decalogo: la vecchietta che non riesce a mettere la bottiglia vuota nella campana dei rifiuti, l'insetto che lotta per non annegare nel bicchiere di tè…
Più che un film sull'affacciarsi del caso e del destino nelle pieghe della vita quotidiana, L'enfer è infatti un dramma borghese sulle relazioni umane dove predomina il gusto per l'approfondimento psicologico, corredato di meditazioni filosofiche (sulla distinzione tra coincidenza e destino, sull'impossibilità della tragedia nella società contemporanea) e di allegorie (vedere la scena iniziale che accompagna i titoli di coda, con l'apologo dell'uccellino che, appena nato, spinge le altre uova fuori dal nido). Lo stile richiama, più che Kieslowski, il calligrafismo del nuovo cinema francese, quello di un Sotto la sabbia (di François Ozon) per intenderci. Ma anche liberando L'enfer dal peso del confronto con Kieslowski, il progetto di Tanovic non convince in pieno, soprattutto per una certa mancanza di misura, nel senso che la regia sembra non riuscire a tenere in equilibrio le componenti psicologiche e simboliche che gravano sul racconto. Soprattutto le scene principali relative alle vicende delle protagoniste - tre sorelle accomunate da un dramma familiare infantile che impedisce loro di avere legami "equilibrati" con gli uomini - sono raccontate con uno stile che tende ad andare un po' troppo sopra le righe, nel segno di una volontà espressiva che risulta a conti fatti debole dal punto di vista della verosimiglianza.
Peccato per Danis Tanovic che dopo la bella prova fornita con No man's land, raggiunge Goran Paskaljevic e Milcho Manchevski nella schiera delle promesse tradite, come se la nouvelle vague scaturita dal dramma delle guerre balcaniche degli anni Novanta non riuscisse a sopravvivere al periodo della normalizzazione.
Note:
(1) In realtà, sembra che Kieslowski non intendesse dirigire direttamente la trilogia, ma affidare le tre sceneggiature a tre diversi registi. Dal Paradiso è già stato ricavato un film intitolato Heaven (2002, regia di Tom Tykwer), che la critica ha stroncato in modo unanime.
L'ENFER
(Francia/Belgio/Giappone/Italia, 2005)
Regia
Danis Tanovic
Sceneggiatura
Krzysztof Kieslowski, Krzysztof Piesiewicz
Montaggio
Francesca Calvelli
Fotografia
Laurent Dailland
Musica
Segvic Dusko
Durata
98 min