Carlos Sorin
Bombòn - El perro
di Gianmarco Zanrè
Esistono momenti, nel corso della vita, in cui medici, tecnici, specialisti e uomini, in generale, con tutte le opinioni e i pareri annessi e connessi, sono costretti a farsi da parte di fronte ai meccanismi perfetti della Natura: anche quando una cosa appare certa, come il tempo che passa scandito da orologi da parete troppo grandi, o le occasioni di una gioventù ormai lontana, Lei è sempre lì, in agguato, dietro l'angolo, pronta a stupire con una sorpresa che non ti aspetti.
Nel cuore di un paese ferito, distrutto, derubato come le vite di molti dei suoi abitanti, perduto, come direbbe Clint Eastwood, "da qualche parte fra il nulla e l'addio", esiste un uomo che, solo come un Don Chisciotte, o meglio un Sancho Panza, accarezza la Natura con un sorriso appena accennato. Quest'uomo si chiama Juan Villegas, e la natura è un Dogo argentino di nome Bombòn. Il Dogo, cane da caccia e battaglia, elegante quanto aggressivo, è un combattente nato, incapace, a quanto sembra, di provare dolore: ma la Natura, così come la boxe del succitato Eastwood, funziona spesso al contrario, e se un morso è manifestazione d'affetto, la pacata timidezza del quadrupede protagonista della pellicola, mai così simile a un padrone, è sintomo silenzioso di un dolore profondo, di una separazione che non sarà mai dimenticata, neppure se si è legalmente sposati ma non si vede la propria moglie da vent'anni.

Sorin, autore argentino purtroppo semisconosciuto in Italia, torna, con clamoroso ritardo di distribuzione rispetto all'uscita nel resto del mondo di questa pellicola - datata 2004! -, con una storia di sconfitti e rivincite, una favola dal sapore agrodolce capace di raccontare, contrariamente a quanto possa sembrare, non una fine, o la lenta discesa lungo il viale del tramonto, ma l'inizio di una vicenda nuova, diversa, fatta di strade percorse per la prima volta, di innocenti bugie e di una speranza tanto sommessa quanto fortemente presente. Con uno stile che avvicina il realismo di pellicole quali Machuca (Andrés Wood, Argentina, 2004) e I lunedì al sole (F. León De Aranoa, Spagna/Francia/Italia, 2002) e l'approccio "on the road" di Central do Brasil (Walter Salles, Brasile, 1998) e I diari della motocicletta (Walter Salles, Argentina/Cile/Brasile/Perù/Usa, 2004), Sorin prende per mano, con uno stile asciutto ed essenziale, due solitudini parallele, fatte di perdite - del lavoro da una parte e del padrone dall'altra - che, una volta sfioratesi, cambiano il corso l'una dell'altra. La scoperta di un mondo, quello delle esposizioni canine, sponsorizzato e ammirato dai pochi benestanti rimasti in Argentina dopo il crac del 2001, e portato avanti dal cuore del popolo, alla ricerca di glorie che riportino le lancette indietro ad anni certo più gloriosi (si legga il 1994 in Florida di Walter Donado). E di nuovo torna a farsi sentire il tempo: per Juan Villegas, cui la cantante di uno sperduto locale ricorda una fidanzata remota, per Bombòn, ormai non più giovane e privo di libido, per Walter, alla ricerca di una nuova occasione, per sua moglie, che spinge perché la figlia cerchi un successo teatrale che lei avrebbe voluto, per l'Argentina stessa. Il tempo, l'arbitro delle nostre vite.
Eppure, sulle strade della Patagonia, gli occhi che si incontrano di Juan e Bombòn dipingono una dimensione differente, fatta di coscienza e comprensione, che ribalta il concetto di una realtà travolta dalle regole, dalle scadenze, dalle convenzioni: Juan entra in banca grazie a Bombòn per cambiare un assegno, accompagnato dal direttore come fosse un cliente importante, e non uno spiantato ex meccanico di una stazione di servizio. Il cane accompagna l'uomo, e l'uomo impara dalla Natura. Senza inseguirsi, come accade per gli "amici", o i ricordi: semplicemente ascoltando un richiamo, una voce, un istinto. La Natura sorprende il Tempo. Mettendo da parte pretese artistiche o intellettuali, ma affidandosi, al contrario, alla sincera partecipazione dei volti di attori non professionisti e all'irresistibile fascino di Bombòn, Sorin pare non usare neppure una parola di troppo, e, identificandosi in qualche modo con Juan Villegas, osserva con la sua macchina da presa un mondo che non appare, per una volta, così lontano dallo spettatore, senza alcun paternalismo o una facile morale.
Cinefili e cinofili si ritrovano dunque legati di fronte ad immagini ed emozioni mai troppo oscure per gli uni o per gli altri, che lasciano la violenza off screen - emblematici i passaggi delle foto degli incidenti di caccia del Dogo argentino e della rissa nel locale - e si concentrano sulla pacata gentilezza che Juan e Bombòn trasmettono con i modi gentili o il semplice gesto di sedersi in una cuccia, piuttosto che montare una cagna in calore. La Natura fa il suo corso, a dispetto del tempo che passa: e il futuro letto nel fondo del caffè "alla turca" dalla cantante corteggiata quasi impercettibilmente da Juan diviene metafora della stessa pellicola, un racconto morale - e non moralista - con un fondo denso e aromatico, che va lasciato depositare affinché, una volta finito, un'indovina, che potrebbe divenire un nuovo, tardivo amore, possa indicarci la strada per un nuovo viaggio. Un viaggio che non ha una meta, e al contempo la più grande di tutti: il futuro. Una casa, un terreno, un amore, un'esposizione, la Buenos Aires mai visitata in tutta la vita. Non importa. Quello che il fondo di questo caffè predice è che c'è sempre un futuro, anche quando la vita pare averci voltato le spalle. Una strada da percorrere, più o meno visibile, esiste sempre, e se la ragione o la paura suggeriscono di fermarsi, ecco giungere la Natura a cambiare le carte in tavola: parafrasando David Bowie, e ripensando a Bombòn, agli occhi vivi di Juan e agli enormi, ingombranti orologi da parete, viene da pensare che "il tempo mi può cambiare, ma io posso segnare il tempo". Anche nel piccolo di una "piccola storia" - e qui è doveroso citare lo stesso Sorin - come questa.

Una "pellicola minore" figlia di un cinema dimenticato, che, in questi tempi, servirebbe promuovere per aiutare il processo di maturazione dei suoi autori e del loro pubblico, abituato e formato secondo standard che sempre più spesso rifuggono la semplicità.
BOMBÒN - EL PERRO
(Argentina/Spagna, 2004)
Regia
Carlos Sorin
Sceneggiatura
Santiago Calori, Salvador Roselli, Carlos Sorin
Montaggio
Mohamed Rajid
Fotografia
Hugo Colace
Musica
Nicolas Sorin
Durata
96 min