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I latini dicevano talis pater, talis filius. Il che, nella maggior parte dei casi, dovrebbe essere interpretato come motivo di orgoglio dal punto di vista paterno e di vanto da quello filiare. Ma cosa potrebbe accadere se il figlio in questione non volesse assomigliare al padre? O se, addirittura, avesse paura di diventare talis pater? O se fosse proprio la paura della paura a spaventarlo ancor di più, visto l'amore incondizionato che prova per il genitore?
Anche libero va bene è un film che potremmo definire ossimorico. Delicato come un bacio sulla fronte e brutale come un schiaffo, gentile come le attenzioni di un padre nei confronti di una figlia e volgare come gli insulti rivolti da un marito tradito alla moglie infedele, ma pentita. È un groviglio di sentimenti contrastanti, urlati con parole forti o suggeriti con scambi di sguardi, a volte complici, a volte di sfida, a volte semplicemente impauriti. Tema non consueto quello scelto da Kim Rossi Stuart. Sì, perché se narrare di un uomo sconfitto dalla vita, tradito dalla moglie, collerico, e con due figli pre-adolescenti cui prestare attenzioni e cure, non è cosa semplice, ancora più destabilizzante è mostrare il tutto attraverso lo sguardo di un bambino appena undicenne che, suo malgrado, subisce i colpi che la vita infligge allo sventurato padre. Un bambino dilaniato tra l'amore che prova per il genitore, la voglia di renderlo orgoglioso di sé, e il desiderio di affrancarsi dalla sua autorità per vivere la propria vita come protagonista. E se a tutto questo si aggiunge una figura materna infantile, frivola ed emotivamente instabile, che continua ad abbandonare la famiglia per ritornare pentita e contrita, salvo poi fuggire di nuovo, abbiamo il quadro generale di ciò che accade in Anche libero va bene. E in tante, troppe famiglie.
Da tempo, ormai, siamo avvezzi a vivere nel quotidiano e a veder rappresentate sugli schermi nuclei famigliari un po' sui generis. Sempre più spesso incontriamo bambini con un genitore unico, magari separato e in difficoltà economiche; tuttavia, raramente si tratta di un uomo, e ancor più di rado di un uomo abbandonato dalla moglie. Nell'affrontare una situazione così sgradevole, normalmente si ha un certo pudore nei confronti dell'infanzia, i bambini di solito vengono tutelati, a volte persino vezzeggiati, da genitori che tentano di sopperire alla mancanza dell'altro. Ed ecco che, con molto bon-ton, sullo schermo non si litiga mai di fronte ai bambini (al limite li si spedisce in camera), non si parla mai di denaro con loro, non si parla di mutui, di debiti, non si parla male del genitore assente. I bambini dunque, nell'immaginario comune, rappresentano una sorta di "oasi felice", lontana da problemi o preoccupazioni. Non nel film di Kim Rossi Stuart, però. Non nella realtà, purtroppo. Rapito dall'entusiasmo incosciente della prima volta dietro la macchina da presa, l'attore romano si è buttato a capofitto nella rappresentazione di una realtà spericolata e oltremodo "realistica", ai limiti del tollerabile, dando vita a sequenze che sicuramente rimarranno impresse nella memoria degli spettatori. Sin dalle prime scene della pellicola, infatti, il film si connota per il totale realismo delle situazioni, con Renato (lo stesso Kim Rossi Stuart) che arriva a "buttare" letteralmente giù dal letto, a cuscinate, il figlio in ritardo per la scuola, con indosso soltanto una t-shirt bianca, che sferra un ceffone rabbiosissimo al piccolo protagonista, che urla volgarissimi improperi alla moglie (interpretata da una splendida Barbara Bobulova) di fronte ai figli, che bestemmia di rabbia spaccando con un pugno l'anta di un armadio.
Presentato a Cannes alla "Quinzaine des Realisateurs", Anche libero va bene non è un film che possa vantare chissà quali particolarità di stile (a dire il vero la regia scorre piana, ed è anzi del tutto impercettibile agli occhi dello spettatore, che dal canto suo avverte quasi la sensazione di spiare il disastroso "quotidiano" dei vicini di casa), né far sfoggio di una trama particolarmente avvincente. Ma il suo punto forte è tutto nella tensione emotiva e nella partecipazione emozionale ed emozionante che suscita nella platea, soprattutto rispetto alla sensazione di impotenza - insita nella condizione stessa di spettatore - di fronte al pathos straziante dei protagonisti. Ed ecco che, puntualmente, qualcuno ha tirato fuori la matrice neorealista del cinema italiano, azzardando paragoni addirittura con De Sica. Tuttavia, per un film come Anche libero va bene, sarebbe forse più corretto parlare di iper-realismo. Così come i pittori del noto movimento americano, Kim Rossi Stuart sembra infatti "calarsi" letteralmente nella realtà, in modo tanto profondo da straniarla, mostrandola in modo così dettagliato da renderla intollerabile, eppure inevitabile e avvolgente. Splendente nel suo insieme, abietta nei suoi particolari. Semplicemente disarmante.
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