Mohsen Makhmalbaf
Sesso e filosofia
di Chiara Federico
Quattro donne, quattro colori. Quella di John è una storia ordinaria, primaria quasi quanto l'occhio del regista, che si abbandona, dopo Viaggio a Kandahar, all'evidenza essenziale della terra afghana. Un uomo compie 50 anni, e desidera "rosolarli" attraverso una miriade di candelotti tondi, pericolosamente posti sul parabrezza dell'auto solitaria. Strade spoglie e incomunicabile ricchezza affliggono questo personaggio solo, fascinoso per mestiere e per contratto, la cui sagoma brunita giustifica appieno il sontuoso gioco d'amore condotto con quattro ragazze. Le ha ingannate, ma l'inganno svelato nel fatidico giorno non ha volontà di consumarsi in scene madri e pianti struggenti, ma si articola in un racconto dalla ripartizione squisitamente musicale: quattro tempi, scanditi dai passi studiati e dalla musica elegante, così diversa da quella gitana ospitata dall'auto del vecchio, giovane, John.
Un ingresso cosparso di foglie giallastre, imprendibili per visione e significato, oscurità e grammofoni a incorniciare gli splendidi volti mediorientali delle amanti. Come statue, come muse asservite a un piacere egoistico e a una totalitaria volontà iniziatrice, quella di John, le donne si uniscono alla coreografia delle sue giovani allieve, e ne escono ordinate, pure, a ricordare la propria storia d'innamoramento. La volitiva hostess Mariam fuoriesce dall'oscurità di un aereo che porta un unico passeggero. Cattura l'uomo con un caffè tiepido e uno sguardo freddo, preludio dell'amore quantificato da un invadente, necessario, orologio da tasca, che si rivela essere un cronometro. Farzana è il rosso sbarazzino, sanguigno, del vino e del suo soprabito. Non si abbandona all'evanescente e tintinnante trasparenza dei calici, ma offre all'amante una concretezza fatta di camminate, passi degni di diventare danza. La dottoressa Tahmineh è un blu nettezza, una rincorsa attraverso filari e tetti innevati. Tutte si confrontano con il tempo, con la crudele imperizia dei particolari che compongono l'atto d'amore, con il processo dell'innamoramento che volge al disamore. Nonostante le incursioni di ciascuna nella storia dell'altra, la loro identità affascinante ci appare ben delimitata, parte di un inevitabile ed estetizzante elenco.
Solo Malahat, più vicina all'età del protagonista, travalica le frasi fatte e le riflessioni amare sui tempi strettissimi e le insignificanti circostanze che condannano le relazioni. Lo fa rivelando a John di essere uno dei quattro uomini che ama, con un candore (il bianco) prima calcolatore, poi ingenuo, e infine disperato. Neppure Malahat resterà con John, spezzando la crudele destinazione delle immagini di accecante bellezza, riempiendo il vuoto disarmante di due bocche che si cercano senza congiungersi. Nell'attesa dell'amore si racchiudono gli attimi di felicità. Attimi preziosi, da non sprecare. Per non sprecare, l'amore resta ancorato al sogno, non si sporca con la quotidianità e non vuole spiegarsi: si preserva, come il poeta amico del protagonista.
Da preservare è il crepitante e inspiegabile appeal emotivo di questo film senza sesso, senza vera carne, fatto di immagini e immaginazione, e da un titolo solo apparentemente ingannevole. Sesso è relazione senza la pienezza d'amore, senza la razionalizzazione che il sentimento comporta. Tagli e fusioni smussate che citano Kieslowski e la Francia produttrice, mentre la filosofia sentenzia, avanza disavanzando. Si rivela, questa "filosofia", attraverso massime minimaliste e desolanti, che fanno rimpiangere i silenzi albergati da "senso" e le suggestioni musicali (offerte da Daler Nazarov, lo stesso John) che pervadono tutto quanto il film.
SESSO E FILOSOFIA
(Francia/Iran/Tagikistan, 2005)
Regia
Mohsen Makhmalbaf
Sceneggiatura
Mohsen Makhmalbaf
Montaggio
Mohsen Makhmalbaf
Fotografia
Ebrahim Ghafouri
Musica
Daler Nazarov, Nahid Zeinalpur
Durata
108 min