J.J. Abrams
Mission: Impossible III
di Gianmarco Zanrè
Nel cinema, così come nella musica o nella letteratura - scritta o disegnata -, la produzione è spesso considerata come una sorta di nome per locandine, un piccolo particolare dai più neppure notato al momento dell'approccio ad una qualsiasi opera d'arte: eppure, come spesso si evince dalle trame di titoli che toccano la sfera del cinema d'azione, le vere minacce, o, per dirla ripensando al Cardinale Richelieu, le eminenze grigie, i pericoli più grandi, non sono mai quelli inquadrati in primo piano. Così è anche per l'attesa fatica cinematografica di J.J. Abrams, autore di culto di ogni appassionato di serial tv, capace di ipnotizzare in tutto il mondo milioni di spettatori con i suoi successi Alias e Lost. Il povero Abrams, assoldato per il terzo capitolo della saga dell'agente Ethan Hunt, dopo il discutibile operato di De Palma e Woo, pare essersi ritrovato invischiato in uno degli intrighi con i quali allo stesso cineasta piace divertirsi, giocando con la tensione e i nervi dei suoi fan del piccolo schermo. Alle prese, infatti, con una produzione high-budget, che prevedeva un ritorno altisonante al botteghino, e con l'ingombrante presenza di un personaggio ormai poco equilibrato come Tom Cruise, protagonista e finanziatore della pellicola, anche l'acclamato mago di Lost si è visto schiacciato inesorabilmente dal peso di questa "missione impossibile".
Una trama confusionaria e pretestuosa, resa ancor meno credibile dall'inserimento dell'elemento "rosa" del matrimonio dell'agente Hunt, un cattivo ancora più prevedibile dei più scontati villains da fumetto di serie B, un ottimo cast letteralmente sprecato, per personaggi che assumono fin dalle prime battute le caratteristiche di macchiette, situazioni improbabili anche per un opera di genere, un protagonista miseramente lontano da quelle che sono state le interpretazioni per le quali è un piacere ricordarlo (leggasi Magnolia, Collateral, Intervista col vampiro). A poco servono, in questi casi, l'ottima direzione delle scene d'azione - comunque ancora lontane dagli standard dettati da cineasti come Michael Mann, l'ultimo Spike Lee o Olivier Marchal nel suo 36 - e i dispendiosi effetti speciali, e spesso si ha l'impressione di assistere all'ennesimo sfoggio egocentristico di Cruise, all'indomani dell'altro "suo" blockbuster, anch'esso difficilmente sopportabile, quel La guerra dei mondi che ha fatto precipitare le azioni di Spielberg nei cuori e nelle valutazioni di numerosi critici.
L'errore più grande, probabilmente, è stato quello di limitare la libertà espressiva di Abrams e indirizzare il prodotto su binari assolutamente più convenzionali - la famiglia, il matrimonio, l'unione nelle avversità - benché, di certo, impossibili nella logica almeno quanto le missioni di cui si rende protagonista l'agente Hunt: neppure nel canzonatorio True Lies si era assistito a un esecuzione così perfetta di una moglie nei panni dell'agente segreto, e resta di fatto l'interrogativo sul come un'infermiera rapita da giorni da feroci ed esperti criminali, in evidente stato di shock e con il marito moribondo accanto, riesca a freddare a colpi di Beretta almeno due aggressori armati ed addestrati. Certo, va sempre valutato l'elemento fiction, fondamentale per opere come questa, eppure la sensazione è che, in un mondo ormai globalizzato, dove internet è diventato lo strumento di comunicazione per eccellenza e numerose magagne del sistema sono state e continuano ad essere messe alla berlina, dove il terrorismo e le guerre in nome del petrolio sono giustificate solo nella forma, non ci sia davvero bisogno di un cinema (anche di genere) dove il gioco delle parti è più prevedibile delle battute, e dove l'ironia pare essere sepolta da una serie di cadute di tono che sfociano facilmente nel ridicolo involontario: su tutte l'intera sequenza del Vaticano (replicato a Caserta), dove pare che entrare per compiere un rapimento sia più semplice che formare un ingorgo nelle vie romane appena attigue allo Stato Pontificio.
Eppure, la scintilla e le idee per una pellicola diversa non mancavano, come l'ottima sequenza del dialogo "muto" al momento della cattura dell'agente Hunt, o la battuta di Ving Rhames ("Ce la farà comunque"), che assume quasi la consistenza di una rivincita sulla produzione, e su questo cinema, ad opera del regista/sceneggiatore. Ma, dunque, se nel corso di una pellicola, in cui sappiamo che l'eroe uscirà vincitore in ogni caso, non vengono inseriti elementi che possano smuovere i sentimenti e le coscienze di una platea, cosa rimane? Troppo poco, per un film che è addirittura difficile far rientrare nella categoria "cinema d'intrattenimento": gli standard, anche in questo campo, complici effetti speciali e nuove tecnologie, si sono alzati troppo negli ultimi anni. Cosa resta, dunque, quando mancano i contenuti e i presupposti sufficienti per sopravvivere? Poco, quasi nulla. Una missione dunque impossibile per il "perduto" Abrams, cui mi sento di consigliare un ritorno alle sue serie tv, a lui certamente più congeniali, in attesa di un progetto valido che possa valorizzare il suo indubbio talento, qualcosa di lontano dai condizionamenti dell'high-budget e dai divismi rampanti dei Tom Cruise del momento.

In un mercato ormai saturo di prezzi e richieste, opere come questa finiscono d'altronde per divenire prede dei noleggi, o, ancor più diffusamente, del media-internet, ormai cartina tornasole di tutto il cinema - e della musica - che, in qualche modo, si "merita" l'acquisto, biglietto o dvd che sia e, di contro, di tutto ciò che, sacrificabile, può essere importato e cancellato da un hard disk. Occorre che le grandi produzioni per prime osservino il mondo che cresce, si muove, cambia attorno alla gente comune - e non ai protagonisti di questi lavori trascurabili - e che è proprio su questi cambiamenti che deve ruotare qualsiasi discorso che abbia a che vedere con l'arte, alta o bassa che sia. Non a caso, il grande successo della già citata serie Lost è giocato sulla presenza, le vite, le miserie e le angosce di un variegato gruppo di esuli, in cui uno spettatore, appassionato o meno di cinema, può e riesce ad identificarsi: medici, casalinghe, musicisti, poliziotti, impiegati. Ethan Hunt, agente segreto integerrimo capace di ogni impresa, marito perfetto e leader infallibile, è poco credibile per chi sacrifica un'uscita a cena per comprare il biglietto del cinema, anche nell'ottica di un'evasione totale dalla realtà.

In un momento delicato come il nostro, anche nelle opere di fiction è necessario pensare di avvicinarsi il più possibile ad un audience che, ormai, non si sorprende più di nulla, perché il peggio che si poteva immaginare di fronte al grande schermo cinquanta, o trenta, o dieci anni fa, è quasi tutto avvenuto: il mondo è cambiato, forse è il caso di dirlo anche a chi è troppo preso dal profitto per accorgersene. I Wachowsky l'hanno intuito nel loro V per Vendetta, Mann l'ha immortalato nelle atmosfere rarefatte di Collateral, Cronenberg l'ha realizzato nello straordinario Hystory of Violence. E come dimenticare, poi, una delle battute più importanti del capolavoro fordiano, L'uomo che uccise Liberty Valance: "Nel West quando il mito diviene realtà vince sempre il mito".

Tom Cruise, e la sua schiera, prima del prossimo capitolo delle avventure dell'agente Hunt, dovrebbero imparare la lezione del vecchio James Stewart.
MISSION: IMPOSSIBLE III
(USA, 2006)
Regia
J.J. Abrams
Sceneggiatura
Alex Kurtzman, Roberto Orci, J.J. Abrams
Montaggio
Maryann Brandon, Mary Jo Markey
Fotografia
Mauro Fiore
Musica
Michael Giacchino
Durata
126 min