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Free Zone è un film insieme realistico e metaforico. Un road movie che diventa ben presto un viaggio dentro le anime di tre donne. Rebecca (Natalie Portman), viaggia insieme ad Hanna (Hana Laszlo, miglior attrice allo scorso Festival di Cannes), una tassista israeliana che deve recarsi nella Free Zone, una zona franca in Giordania, per recuperare dei soldi da un socio del marito. Lì incontreranno Leila, una palestinese, e Hanna dovrà trattare con lei. Tre donne dunque: quelle donne che, secondo Gitai, possono rappresentare la speranza di trovare una via che non sia quella della violenza.
La Free Zone è un non luogo, una zona grigia dove ideologie e differenze si annullano, e dove la gente può, e deve, confrontarsi, dialogare. Sentiamo parlare Leila del figlio che odia il padre perché vive nel passato, la sentiamo desiderare di cambiare il proprio vissuto. Come molti non luoghi - zone neutre, sterili come una quarantena - che abbiamo visto al cinema (il terminal aeroportuale di The Terminal di Spielberg, la terra di nessuno de La sposa siriana), la Free Zone libera le persone dai loro ruoli, dal loro passato, e ne fa venire fuori il lato propositivo. La Free Zone è un luogo a-temporale, dove il passato è cancellato (e con esso l'ideologia/appartenenza), e le due donne, palestinese e israeliana, possono confrontarsi sul presente, sui problemi concreti, come i soldi. Ed è proprio in questi piccoli gesti concreti che, secondo Gitai, si può costruire la pace, attraverso una cooperazione, un confronto, l'accettazione dell'altro da sé. Emblematica la scena in cui Rebecca lascia le due donne da sole a discutere, a scontrarsi, ma senza violenza: la soluzione al problema può solo venire dai due popoli, che devono avere il diritto/dovere di dialogare, ammettendo le loro differenze. E lo sguardo di Rebecca è quello di noi occidentali, incapaci di capire fino in fondo una questione così complessa.
Il nuovo film di Amos Gitai inizia con un eccezionale piano sequenza di nove minuti sul volto piangente di una Natalie Portman mai così espressiva. Rebecca, il suo personaggio, sta piangendo per la sua storia d'amore finita, ma le sue lacrime, riprese dentro un'auto davanti al Muro del Pianto assumono una valenza universale, rappresentano il dolore per tutte le vittime e tutto il sangue versato, per la spirale di violenza che da cinquant'anni tormenta israeliani e palestinesi. Mentre la vediamo piangere sentiamo le parole di una canzone (un adattamento di una canzone popolare, che da noi è nota, grazie a Branduardi, con il titolo di La fiera dell'Est): "Quanto durerà questo ciclo di orrore? Quando finirà questa follia? Io quest'anno sono cambiata. Ero un tenero agnello, sono diventata un lupo, ora non so più chi sono". Il film, pregevole anche dal punto di vista visivo, continua poi con un altro piano sequenza e con un gioco di dissolvenze incrociate, con cui Gitai ci racconta (in modo davvero originale) la storia precedente di Rebecca senza ricorrere al flashback, ma sovrapponendola al suo nuovo viaggio senza destinazione, ma solo con la volontà di fuggire al dolore.
Gitai, con questo film - certamente meno brutale del precedente Promised Land - aggiorna di un altro importante capitolo la sua personale poetica dell'esilio, la storia di un popolo, quello ebraico, condannato al viaggio, ad una vita in fuga (c'è un riferimento anche a Hitler, il padre di Hanna viveva a Berlino prima del suo avvento). Anche Hanna è costretta al viaggio, allo spostamento, per ottenere qualche beneficio. È una persona che dal commercio di fiori si è data al commercio di macchine blindate, perché l'unica certezza nel suo paese è la guerra. Il cinema di Gitai però ascolta le ragioni di tutti, e tutti i personaggi hanno il diritto di esprimerle. La sua opera è un esempio concreto di Free Zone, è una zona franca, un'utopia, ma può essere un punto di partenza. Perché ciò accada anche nella realtà.
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