Atom Egoyan
False verità
di Gianmarco Zanrè
Ancora una volta, analizzando una pellicola di recente produzione, il primo nome cui associare una sorta di confronto, un ponte di significanti e significati, è il grande illusionista Orson Welles, autore di cui mai, probabilmente, riusciremo a comprendere la portata e l'importanza per la struttura e l'interpretazione del mezzo cinematografico. La bugia, concetto intorno al quale adorava destreggiarsi l'autore di Quarto potere, è il fulcro - più d'ogni altra figlia della menzogna - della nostra vita, e di riflesso, dell'arte. Atom Egoyan, da sempre attratto quasi morbosamente dagli aspetti più oscuri e sottili della menzogna stessa, costruisce una pellicola giocata tutta sull'inganno. Autore anche della sceneggiatura, tratta da un romanzo di Rupert Holmes, il regista delinea, come di consueto per il suo lavoro, una serie di personaggi dalle molteplici ombre, in cui bene e male sono confusi e sfumati, densi quanto una messa in scena ricca e sinuosa, curata maniacalmente, e in cui la presenza di monitor, specchi e riflessi diviene simbolo più che suggerito di una visione molteplice e mai unilaterale della vicenda, tesi comprovata anche dall'ossatura della narrazione, che gioca principalmente attorno ai flashback dei tre protagonisti della vicenda.
Sulla carta, dunque, ottime premesse per un autore che raramente ha deluso, in passato - doveroso citare, al proposito, i suoi tre lavori più intensi: Exotica (1994), premiato a Cannes, Il dolce domani (1997), considerato unanimemente il suo capolavoro, e Il viaggio di Felicia (1999) - e che, all'opera con un insolito ibrido di noir e viaggio interiore, prometteva d'essere uno degli outsider di maggior successo della passata kermesse della Croisette. Eppure, tolti gli elogi per la cura tecnica e realizzativa, poco rimane di questo ambizioso progetto del cineasta di origini armene.
Tornando al grande mentitore Welles, la prima riflessione suscitata dalla visione della pellicola di Egoyan è che, quando l'autocompiacimento supera - e di gran lunga - le ambizioni di una bugia, sia essa cinematografica oppure no, il rischio che la costruzione crolli è più concreto della verità. Ad essa si aggiungano una sceneggiatura non impeccabile, priva del mordente onirico di un Lynch (ampiamente citato), così come del taglio e del ritmo secchi che il genere richiederebbe, una direzione degli attori mai del tutto convincente - Bacon troppo sopra le righe, vittima di un voyeurismo spesso gratuito - e la sensazione che l'intera operazione altro non sia se non un gioco di specchi troppo personale per uscire dallo schermo e catturare il pubblico. Più che la forma, dunque, a deludere nell'ultimo capitolo della ricerca di Egoyan è l'aspetto contenutistico, reo di un'assoluta incapacità di coinvolgimento e, a dispetto della direzione intrapresa dall'autore fin dal primo minuto della sua pellicola, affetto da una densa sindrome da sensazionalismo, capace di trasmettere un sentimento - sgradevole molto più della menzogna - di scomoda irritazione, soprattutto nella seconda parte del racconto, narrativamente risolutiva nel processo di scioglimento della trama ad incastro volutamente orchestrata dal regista attraverso i vari flashback che tracciano la direttiva del suo svolgimento.
Se dovessimo, ancora una volta, tornare a Orson Welles, diremmo che Egoyan è caduto vittima del suo stesso inganno, triste parallelo dell'evoluzione interiore dei suoi personaggi: dall'egoismo in fuga di Lanny alla repressione ossessiva di Vince, dai fantasmi del passato di Karen a quelli del futuro di Reuben. Proprio sul maggiordomo, in quanto elemento d'ordine o di disturbo (a seconda dei punti di vista), vale la pena spendere qualche parola. Al pari del regista, Reuben danza leggiadro e inquietante fra i personaggi, come un fantasma silenzioso e fuori dal tempo, tracciandone la via in un ruolo di pura, diabolica eminenza grigia. Da sempre ogni artista porta una parte di sé nella sua opera, manie di protagonismo, talento o abbondanza di idee: quante delle menzogne di Welles e dei suoi personaggi non erano figlie delle sue angosce? Quinlan, Kane, Otello, Macbeth, Don Chisciotte, solo per citarne alcuni, tracciavano i confini dell'anima del cineasta di Kenosha. Così Egoyan, dopo Eric, Mitchell e Hilditch, trova in Reuben la sua controparte ideale, ripescando da charachters tipici degli stereotipi noir, ma mancando tuttavia la direzione e lo spessore che un personaggio di questo calibro avrebbe potuto offrire. Mantenendo l'attenzione sull'"esagerata" coppia di protagonisti, il regista scompare di fatto dallo schermo, mostrando, al contrario, un'incapacità nel lasciare che i riflessi, i monitor e gli specchi delineino i contorni di uno squallore troppo calcato per poter davvero sconvolgere l'audience, che, di contro, potrà spesso avere la sensazione di stare assistendo a un grande show, perfettamente condotto eppure assolutamente senz'anima. In ultima analisi, merita uno sguardo più approfondito il personaggio di Karen, a tratti apparentemente caratterizzato in ogni dettaglio, eppure spesso quasi dimenticato, stravolto, piegato - almeno all'apparenza - alle necessità della trama. Sono nuovamente le scelte di regia a influenzare questa valutazione, a partire dall'attrice designata: Alison Lohman, accattivante e bellissima, appare assolutamente limitata all'estetica della recitazione, poco credibile come personaggio dal carattere forte e carismatico. La mancanza di spessore e una confusione di fondo danneggiano dunque quella che, nelle mani di una decisa Jane Campion, o seguendo l'esempio di pellicole dall'enorme potenziale come L'ultima eclissi (T. Hackford, 1995), sarebbe potuta diventare, nella storia recente del cinema, una delle sue più intriganti protagoniste.
Egoyan, insomma, pare essere l'ultima illustre vittima di un male oscuro che troppo spesso torna a fare capolino nelle sale, quella crisi d'identità di un certo tipo di cinema che appare spinto a un rinnovamento ma, al contempo, si dimostra incapace di trovare la forza per fare il passo decisivo. Per i Grandi Vecchi il tempo pare non scorrere, e per chi, invece, dovrebbe essere parte dei volti del futuro - più o meno lontano, già consolidato oppure no - è cristallizzato in un istante di assoluta staticità. La natura, in qualche modo, sta scoprendo la ribellione. Oppure c'è una menzogna che ancora nessuno ha svelato: dovremmo chiedere lumi a Welles, che, di certo, continuerebbe a preferire vere bugie a false verità.
FALSE VERITÀ
(Canada/Gran Bretagna/USA, 2005)
Regia
Atom Egoyan
Sceneggiatura
Atom Egoyan
Montaggio
Susan Shipton
Fotografia
Paul Sarossy
Musica
Mychael Danna
Durata
102 min