Duncan Tucker
Transamerica
di Alice Sivo
Transamerica è il titolo perfetto di un film per molti versi "in transito". L'opera d'esordio di Dunkan Tucker è, infatti, innanzitutto un road-movie che si muove dal nordovest al sudest degli Stati Uniti, attraversando i luoghi della provincia americana cattolica e bacchettona. Su questo classico impianto di genere cinematografico, si innesta un modello ancor più classico, quello della commedia degli equivoci: Bree, padre/madre di Toby, fingendosi volontaria di un istituto religioso, nasconde al ragazzo la sua identità biologica di "uomo" (fino a una pipì galeotta) e di "padre" (fino a che Toby non ci prova con lei). Il transito, oltre che geografico e nei generi cinematografici, si compie all'interno del complesso concetto di "genere" sessuale. Bree è infatti una persona la cui identità biologica non corrisponde a quella psicologica, e il suo viaggio dal maschile al femminile sta finalmente giungendo al traguardo. Ma il suo percorso si scontra con l'improvvisa scoperta di avere un figlio e di dover perciò fare i conti con l'acquisizione di un ulteriore e inaspettato ruolo (biologico e sociale), quello di padre. Anche Toby, adolescente drogato, marchettaro, tenero e bellissimo, è una figura in transito, uno scombinato vagabondo alla ricerca inconsapevole di una qualche forma di famiglia.
Sì, perchè Transamerica è anche un viaggio e un superamento del concetto stesso di famiglia tradizionale. La famiglia d'origine di Bree è un covo di cinismo, infelicità e fallimenti mascherati dietro un'apparenza di sfarzi kitch e tenui slanci d'affetto (sua sorella, al ristorante, avverte i vicini di tavolo: "non siamo così felici come sembriamo"). Alla fine del film, a conclusione dell'itinerario geografico e psicologico dei due protagonisti, si prospetta per loro la possibilità, inaspettata ma voluta, di un altro modello di famiglia, tutto da costruire.
Sulla scia dei recenti Broken Flowers e Non bussare alla mia porta, Transamerica continua a ragionare sulla reazione di un adulto all'improvvisa scoperta di avere un figlio, inserita nel modello del viaggio on the road. Qui con tutte le complicazioni del caso dovute alla sessualità in transito del padre/madre Bree. Tre parabole sull'accettazione, sulla ricerca di quel groviglio di sentimenti chiamato "famiglia", che viaggiano nei territori complessi dei rapporti tra le persone, scavalcando vincoli tradizionali, ruoli e modelli familiari precostituiti. Tucker, anche autore di Transamerica, disegna, con equilibrio e sensibilità, una figura di transessuale atipica, perché lontana dall'idea di "trasgressione" che l'immaginario cinematografico ha finora proposto. Bree è distante anni luce dal fiero esibizionismo "tutto piume e paillette" descritto da film peraltro molto belli e intensi come Priscilla – La regina del deserto o Hedwig – La diva con qualcosa in più. In questi due esempi il trans fa di tutto per apparire, per farsi notare, mentre il desiderio di Bree è di essere trasparente, di non essere notata, di sembrare a tutti i costi quello che ancora anatomicamente non è, ma che psicologicamente è sempre stata.
Il lavoro sul personaggio compiuto da Felicity Huffman è impressionante. L'attrice è perfetta nei panni di un "normale" trans : Bree, con i suoi abiti castigati e il suo pudore femminile, è posata e austera, quasi conformista, e per questo originalissima.
TRANSAMERICA
(USA, 2005)
Regia
Duncan Tucker
Sceneggiatura
Duncan Tucker
Montaggio
Pam Wise
Fotografia
Stephen Kazmierski, Tom Camarda
Musica
David Mansfield
Durata
103 min