|
C'era molta attesa per Hostel, l'uscita horror più importante di questo inizio 2006, un film che ha potuto usufruire di un'imponente operazione di marketing al momento del lancio sul mercato. Descritto come prodotto sconvolgente, insopportabilmente gore, inadatto agli stomaci forti, e trainato dal volto carismatico di Quentin Tarantino, produttore esecutivo e soprattutto vero e proprio sponsor della pellicola, Hostel è balzato in testa al box office statunitense, creando attorno a sè un cospicuo alone di interesse e di guadagno.
Eppure capita sovente, nella cinematografia contemporanea basata talvolta più sul valore economico di un film che sulla sua effettiva qualità, che un esorbitante battage pubblicitario non serva, o non sia sufficiente, a dar luogo a risultati analiticamente apprezzabili. Capita spesso, ed è capitato anche con Hostel, il quale, pur non essendo privo di facciate interessanti, risulta complessivamente insufficiente, e ben lontano dall'effimera crudezza stilistica tanto sbandierata in suolo americano. Diviso in due parti ben distinte, delimitate da un taglio netto che ricorda non poco il Wolf Creek di Greg Mc Lean e che precipita i protagonisti in un incubo angosciante dopo una prima parte lieta e spensierata, il film di Eli Roth segue pedissequamente i lidi del teen-horror, salvo poi virare con decisione verso un'apoteosi splatter che non risparmia niente e nessuno. Tre ragazzi in viaggio per l'Europa, alla ricerca di divertimento e sesso facile, alla caccia smodata di procaci e disinibite fanciulle, per un'immersione dionisiaca e irrimediabilmente ormonale in un universo in cui la droga, l'alcool e il sesso trascendono i confini del tempo e dello spazio. Dagli States all'Islanda, dalla Francia all'Olanda, fino a Bratislava, in cui ingannati da torbide e splendenti bellezze dell'Est i tre malcapitati finiscono in una tela sotterranea di follia primordiale, in cui gente (apparentemente) comune paga profumatamente per poter dare sfogo ai più infimi istinti repressi e innalzare la tortura a orgasmico strumento di piacere, senza limiti e senza remore.
Hostel è sboccato, volgare, dominato dalla presenza scenica di attrici che mostrano con noncuranza seni (e non solo) di invidiabile fattura, in un susseguirsi di fremiti e ostentato erotismo che arriva a sfiorare il soft-core. Un'ideologia fallocentrica che snobba la fantasia creativa per concentrarsi sulla libidine reiterata e sull'accoppiamento come unico punto focale di una giovinezza senza futuro. Ma non tutto è da condannare: Roth, all'opera seconda sopo l'ottimo Cabin Fever - uno degli horror più freschi, genuini e apprezzabili degli ultimi anni -, ha certamente talento, e nella sua superficiale banalità la creatura partorita dalla mente del regista trentaquattrenne nato a Boston mette in mostra un che di malato, di perverso, di disturbante, che filtra dai primi piani, dai descrittivi campi lunghi e da personaggi di contorno misteriosi e non certo rassicuranti, strisciando nel buio e solleticando la superficie. Il paradosso, considerando il modo in cui era stato presentato al pubblico e alla stampa, è che il film delude maggiormente proprio nella seconda parte, quando cioè il gore prende il sopravvento e l'apoteosi della tortura esplode, anzi implode: perchè l'ultima mezz'ora, tra dita mozzate, teste decapitate, trapani e seghe elettriche, chiodi e ruscelli di sangue, imbocca ben presto la strada della scontatezza, senza più uscirne. Effetti speciali dell'esimio Greg Nicotero e di Howard Berger non trascendentali, pochissima fantasia nel tratteggiare le sequenze più truculente, la fastidiosa sensazione di assistere a una copia carbone di tanti altri horror, una certa disonestà che disattende le promesse in quanto la maggior parte degli atti di tortura hanno luogo fuori dal nostro campo visivo, lasciando solo immaginare ciò che sta accadendo, e un finale in cui l'ennesima glorificazione della Vendetta è davvero ben poca cosa nei confronti delle splendide rappresentazioni della stessa messe in atto ultimamente da Park Chan-wook e da svariati altri autori.
Un'occasione persa, un peccato, un'opera incompiuta: nonostante gli sforzi beatificatori di Tarantino, il film non si immola agli altari del fallimento, ma resta lì, in un gorgo di (in)sufficienza. Si salvano qualche sequenza azzeccata (in particolare una, realmente disgustante, che vede protagonista una ragazza asiatica e il suo occhio), il gustoso cameo di Takashi Miike, e il già citato talento di Roth. Ma in fondo Hostel non ha l'efferatezza globalizzante e devastante di Wolf Creek, non ha la straordinaria vitalità anarchica de La casa dei 1000 corpi e The Devil's Rejects, non ha la malattia del Male assoluto dipinta nei gloriosi capolavori di Hooper, non sa descrivere le connotazioni più intime della tortura come lo splendido Audition dello stesso Miike, non ha la sincerità d'intenti di Cabin Fever. E soprattutto, difetto ancor più grave, non sconvolge affatto.
Vere emozioni cercasi altrove.
|