James Mangold
Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line
di Gianmarco Zanrè
Ricordo quando, da bambino, i miei nonni, per dissuadermi da ogni qualsiasi folle decisione d'infanzia, evocavano - sicuri dell'effetto - l'atavica paura dell'uomo nero: se solo ai tempi avessi conosciuto Johnny Cash, certo le mie imprese, ora, sarebbero state maggiori per numero e intensità. "Man in black": con questo soprannome legato al colore quasi sempre indossato nel corso della sua lunghissima carriera, si presenta uno dei più grandi - e, purtroppo, in Italia e nel mondo, meno conosciuti - folk singer statunitensi, portatore per decenni della bandiera degli oppressi, dei detenuti, dei nativi schiacciati da una società troppo spesso legata ad interessi economicamente più vantaggiosi.

Johnny Cash, un uomo chiuso, oscuro, riservato; il Bob Dylan del country - e a tal proposito, lo stesso Dylan non esitò a definirne il timbro vocale come figlio "delle profondità della terra"-, l'uomo in grado di incidere un disco storico, il "Live at Folsom Prison" del 1968, rimasto in classifica per novanta settimane, battendo anche i fantastici quattro di Liverpool, quei Beatles alla base della storia del rock. Proprio con questo concerto si apre e si chiude il film diretto da James Mangold e, almeno nella prima sequenza, le aspettative paiono non essere deluse: il montaggio secco e frammentato accompagnato dal crescendo della band in attesa, sul palco, del suo leader, di fronte ai detenuti intenti a battere il tempo, schiaffeggia lo spettatore proprio come ci si aspetterebbe da un concerto dello stesso Cash. Eppure, per usare una frase convenzionale, ma mai così appropriata, "è solo l'inizio". Le più di due ore dedicate, infatti, alla vita dell'indimenticato performer dell'Arkansas, narrate in flashback dal 1932 - anno della morte del fratello Jack - fino al 1968 - il concerto a Folsom e il matrimonio con June Carter -, appaiono purtroppo quasi prive di spunti dietro la macchina da presa, scivolando spesso in una retorica "all american" che mina inesorabilmente l'aspetto autoriale di un opera che, dubbio legittimo, sarebbe stata ben più potente se diretta da un Clint Eastwood come quello ammirato in Bird.
È pur vero che Mangold, da buon professionista, non commette errori di narrazione, in una pellicola che riesce, anche se soltanto parzialmente, a far rivivere i fasti di un epoca - i favolosi anni '50 - che garantì, a suo modo, il futuro della musica: basti pensare al tour organizzato dalla Sun Records, prima etichetta a mettere Cash sotto contratto, quando, oltre al nostro "uomo in nero", si esibivano sui palchi degli Stati Uniti June Carter, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison. La fedeltà alle reali vicissitudini di Johnny Cash, inoltre - dal rapporto con i genitori alla leva in Germania, dall'abuso di droghe alla dichiarazione a June Carter durante un concerto -, è quasi maniacale, se si considera che nel corso dello stesso concerto a Folsom vengono riprese battute e frasi pronunciate parola per parola al momento della registrazione del disco. Eppure, tutta questa precisione (dalla messa in scena alla struttura dell'opera) non convincono proprio e inesorabilmente per questo: così come la scorsa stagione cinematografica con Ray (T. Hackford, Usa, 2005), anche la storia della redenzione e della resurrezione artistica e umana di Johnny Cash, non rendono probabilmente giustizia a un personaggio controverso e spigoloso, in rotta con i movimenti hippie eppure strenuo difensore dei diritti dei detenuti e dei nativi americani, dal profondo senso sociale, quasi "fordiano" - se si pensa a Furore (J. Ford, Usa, 1940) - e, al contempo, sostenitore di soldati e reduci.
La sua anarchia intellettuale e, appunto, sociale, si riflette nel corso della pellicola in pochi momenti che, paradossalmente, risultano essere anche i più efficaci: dal sottile riferimento al malessere generato dalla leva obbligatoria fino all'esecuzione di "Cocaine blues" a Folsom, acclamato dalla popolazione carceraria. Mangold, che mai più, probabilmente, si troverà ad usufruire di una tale opportunità per farsi conoscere e convincere, non pare aver sfruttato al meglio la chance, forse troppo timoroso di osare rispetto a una pellicola certamente nata per la grande diffusione: non sarebbe giusto, in ogni caso, demolire il lavoro del regista a priori, considerando il fatto che, anche se le schiere di "puristi" storceranno il naso, pellicole come questa appaiono necessarie quanto le proposte autoriali, e, in qualche modo, Walk the line - tradotto malamente in Quando l'amore brucia l'anima - porterà un importantissima figura quale Johnny Cash fu per la musica americana all'orecchio di chi non ha mai avuto occasione di ascoltarne i lavori, dando al contempo modo agli appassionati di rivivere i momenti più importanti della prima parte della sua straordinaria vicenda artistica.
Proprio partendo da questo punto, è d'obbligo soffermarsi sulla performance dei due attori protagonisti. Ammetto, da grande fan del "Man in black", di aver storto il naso all'idea dell'esecuzione dei pezzi da parte del cast, considerata soprattutto l'inimitabile voce del cantautore. Eppure la scelta (il rischio?) di Mangold si è rivelata assolutamente azzeccata, indice del fatto che un maggior coraggio avrebbe certamente giovato all'intera opera: Joaquin Phoenix, dopo mesi passati ad imparare a suonare la chitarra seguendo le stesse movenze di Cash e a cantare modulando la voce con il diaframma per poterne abbassare il tono, è credibile e straordinariamente energico, capace di riportare sullo schermo quello che era lo spirito di chi interpreta, e, altra curiosa assonanza, regalando un interpretazione della stessa caratura di Jamie Foxx per il succitato Ray. Non è da meno la sorprendente Reese Whiterspoon nei panni di June Carter, bravissima nel caratterizzare il personaggio nella sua grande comunicatività e nel fornire un contributo musicale di altissimo livello: il duetto di "Jackson", storico cavallo di battaglia della coppia, è da brividi anche per gli appassionati abituati ad ascoltare le voci degli interpreti originali.
Sottolineato dunque l'apporto fondamentale dei due protagonisti, certo sorprendenti rispetto alle attese, resta un film godibile nella sua linearità, senza picchi di lirismo o movimenti di macchina mozzafiato: guardandoci indietro e ripensando all'ormai sempre più nutrito genere del biopic, non siamo certo di fronte ad uno dei suoi vertici, e, per essere più "pratici", trattasi probabilmente di uno dei cosiddetti "film da noleggio" che figurano all'assegnazione dei Globes o degli Oscar più per la produzione che per il contributo artistico. Una pellicola, per concludere, che presenta potenziali rischi o motivi di soddisfazione per ogni tipo di pubblico: la grande audience potrà avvicinarsi a un personaggio - almeno in Europa - semisconosciuto ai più nel modo meno traumatico possibile - si ricordino le reazioni decisamente ostili a pellicole più ricercate come il già segnalato Bird, Last Days (G. Van Sant, Usa, 2005) o, anche se indirettamente perché mai "approvata" da David Bowie, Velvet Goldmine (T. Haynes, Gb/Usa, 1998) -, pur confrontandosi con un ambiente e una corrente musicale certo non attuali. Di contro, la critica specializzata, preparata, in un certo senso, da pellicole come quelle appena citate, dovrà cercare di mettere da parte ogni pregiudizio di sorta per godersi quello che, semplicemente, è un altro dei grandi "giocattoli" di Hollywood, che, si voglia o no, rappresenta non solo la maggioranza del mercato, ma anche un modo per veicolare i messaggi e preparare il terreno per future e più profonde visioni.
Del resto, parafrasando lo stesso Cash nella sua canzone simbolo, "Man in black": "Vorrei indossare ogni giorno l'arcobaleno, e dire al mondo che va tutto bene, ma cerco di andare avanti portando con un po' di buio sulle spalle: fino a quando non sarà un po' più luminoso, io sarò l'uomo in nero". Più chiari di così, per noi come per Mangold, sarà difficile essere.
QUANDO L'AMORE BRUCIA L'ANIMA - WALK THE LINE
(USA, 2005)
Regia
James Mangold
Sceneggiatura
James Mangold, Gill Dennis
Montaggio
Michael McCusker
Fotografia
Phedon Papamichael
Musica
T-Bone Burnett
Durata
136 min