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Chi era Truman Capote? Giornalista colto e raffinato del "New Yorker", omosessuale legato per gran parte della sua esistenza allo scrittore Jack Dunphy, conoscitore del jet set internazionale e per questo amico delle dive immortali di Hollywood, cronista che seppe dipingere un inedito Marlon Brando nella sua memorabile intervista (pubblicata come "Il duca nel suo dominio" da Mondadori) raccolta a Kyoto mentre l'attore era impegnato sul set del film Sayonara. Capote era soprattutto uno scrittore dal talento tagliente e sensuale, profondo e crudele, la cui penna ha partorito il personaggio di Holly Golightly di Colazione da Tiffany, e altri celebri titoli come "Altre voci altre stanze", "L'arpa d'erba", "Musica per camaleonti". E, naturalmente, "A sangue freddo". Un romanzo che ha segnato la storia del giornalismo e della letteratura americana negli anni Sessanta, portando ai massimi esiti il genere della "non-fiction novel" o per meglio dire del "Journalistic novel", come lo definì lo stesso Capote, che abbracciava romanzi ispirati a fatti veramente accaduti e a personaggi realmente esistiti, nei quali però le tecniche giornalistiche venivano assoggettate alle esigenze della narrazione.
Il film di Bennett Miller, basato sulla biografia di Capote redatta da Gerald Clarke e sceneggiato da Dan Futterman, si dipana a partire dallo stesso spunto da cui procedette Capote un giorno di novembre del 1959, quando ritagliò un trafiletto dal "New York Times" che riportava la notizia del massacro dei Clutter, una famiglia di agiati agricoltori del Kansas sterminata senza apparente motivo. Truman Capote - A sangue freddo ricostruisce il complesso e tortuoso processo creativo che alimentò quello che doveva essere soltanto un servizio di cronaca da pubblicare sul "The New Yorker" e che, invece, si trasformò nel progetto più ambiziosamente cruciale della sua carriera, la sua ultima compiuta fatica: il romanzo-reportage "A sangue freddo", la cui lavorazione durò sei lunghi anni, fino al 1965.
Trasferendo sul grande schermo lo stile raggelato, asettico e penetrante delle pagine scritte da Capote, sebbene con risultati decisamente inferiori all'opera letteraria, Bennett Miller invita lo spettatore a ripercorrere - passo dopo passo - le tappe di avvicinamento compiute dallo scrittore verso il fatto di cronaca, prima, e verso gli autori degli efferati delitti poi: il viaggio a Holcomb, in Kansas, per raccogliere testimonianze con l'amica Nelle Harper Lee (che di lì a poco vincerà il Pulitzer con "Il buio oltre la siepe"), interpretata da Catherine Keener; la progressiva corrispondenza con quelli che si scopriranno essere i responsabili degli omicidi, gli sbandati Perry Smith (Clifton Collins Jr.) e Richard Hickcock (Mark Pellegrino); le visite nel braccio della morte, in particolar modo a Smith, tese a conoscere ogni particolare delle loro esistenze e di quella tragica notte di sangue, fino alla loro esecuzione per impiccagione. Se la maniacale ricomposizione del mosaico infranto dalla morte della famiglia Clutter diventa, nell'opera letteraria, la ricostruzione della banalità del male e dell'oscura impenetrabilità dell'animo umano, Miller nel suo discorso filmico - alternando ampi campi lunghi a claustrofobici primi piani indagatori - sposta il baricentro dall'autopsia sociale al serrato confronto morale e privato che Truman Capote ingaggia con se stesso, come uomo e come intellettuale. Il film, in particolar modo nella seconda parte, si concentra infatti sul rapporto ambiguo e ambivalente che Capote instaura con Perry Smith. L'intima conoscenza con il giovane criminale porta, infatti, lo scrittore ad affrontare spettri e incubi del suo passato, portati a galla da coincidenze biografiche di stupefacente "casualità": entrambi sono cresciuti tra le difficoltà, nel sud degli Stati Uniti, abbandonati dalla propria madre e alle prese con una strada tutta in salita. Capote in qualche modo si specchia in Smith, vedendo in lui un suo possibile "alter-ego". Se non fosse che "Perry è uscito di casa dalla porta sul retro, io invece da quella principale", confessa Truman all'amica Nelle Harper Lee nella frase che condensa il senso e il cuore del film. E questo destino non può che turbare profondamente Capote, immergendolo ulteriormente in un gioco di attrazione e repulsione con Smith.
D'altro canto, il film non ci svela se quello di Truman Capote fosse reale attaccamento per i due carnefici o fosse piuttosto una sorta di sfruttamento, una sete di informazioni, di dettagli, di "verità". Non ci è dato sapere se Truman Capote contribuì a rallentare il processo penale di Smith e Hickcock, pagando un avvocato esperto e pubblicizzando il romanzo prima ancora di averlo terminato, solo per arrivare a conoscere l'esatta dinamica dell'omicidio Clutter. Non ci è dato sapere se lo scrittore-giornalista fosse più sollevato della sentenza di morte per i due assassini, sentenza che apponeva finalmente la parola fine al suo romanzo, o fosse più straziato dalla perdita dell'amico. In ultima istanza, il film non vuole e non può chiarire se prevalgano alla fine le motivazioni dell'etica oppure quelle dell'estetica. Rimarrà però indelebile l'eccezionale interpretazione del protagonista Philip Seymour Hoffman, caratterista di lusso per Paul T. Anderson, i fratelli Coen e Spike Lee, che deflagra sullo schermo con una performance che si eleva al di sopra del puro mimetismo attoriale (la resa della voce stridula e narcisistica di Capote viene giocoforza attenuata nella versione italiana) per rappresentare un personaggio geniale, ma al contempo sgradevole, venato di un doloroso quanto disperato cinismo esistenziale.
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