Ang Lee
I segreti di Brokeback Mountain
di Maurizio Ermisino
Leone d'Oro a Venezia. Quattro Golden Globe vinti. Candidato a otto premi Oscar (di cui molti, probabilmente, se li porterà a casa). Un film, dunque, che mette per una volta d'accordo pubblico e critica? Non si direbbe, a vederlo. Iniziamo dal battage mediatico con cui viene lanciata la pellicola, che parla del primo western gay, di mito infranto: la storia sarebbe quella di due cowboy che vengono travolti dalla passione, e, a dispetto dei loro successivi matrimoni, non riescono a smettere di vedersi durante i successivi vent'anni. Proseguiamo col dire invece che I segreti di Brokeback Mountain non ha niente a che fare con il western: perché è ambientato negli anni Sessanta del secolo appena concluso, e non in quello precedente, quando, a livello temporale, sono solitamente ambientati i film del genere; e soprattutto perché la storia non presenta nessuno dei "caratteri" di quel cinema, come duelli, cacciatori di taglie, dollari e onore, battaglie con gli indiani, praterie, e così via. I nostri, volendo sottilizzare, non sono nemmeno cowboy, cioè mandriani, ma semplicemente dei pastori che portano a pascolare le pecore sulle montagne del Wyoming (paesaggi belli, ma che nel film hanno una funzione da sfondo/cartolina e niente più), e non c'è nulla di eroico nelle imprese che devono affrontare, se non evitare qualche orso e aprire scatole di fagioli. Manca, insomma, tutto ciò che di epico ha il western, cosicché l'equazione cowboy=eroe=macho, a ben vedere, non ha neanche ragione di scattare.
Ma si è detto che, omosessualità a parte, il film è soprattutto una grande storia d'amore, una tra le più belle viste al cinema. Purtroppo, a parte il momento in cui la passione esplode - l'unico forte ed emozionante dell'opera -, le vicende dei due amanti sono sì trattate come una storia d'amore universale, ma nel senso peggiore del termine, cioè con l'andamento piatto e stereotipato di una telenovela o di un feuilleton. Dopo il loro primo incontro, il film si sviluppa seguendo le vite "da sposati" dei due protagonisti, procedendo con salti temporali che coprono un arco di tempo di oltre vent'anni. Nonostante il trascorrere del tempo (che nel film risulta poco efficace, per i due attori troppo giovani e truccati male), il film si snoda ripetitivo e sempre uguale a se stesso. Ma ciò che suscita più fastidio sono i mezzucci ai quali si riduce per far risaltare la storia d'amore fra i due: invece di trasmetterci la loro passione, ci vengono mostrate le rispettive vite coniugali solamente nei loro aspetti negativi, per esaltare, di contrasto, il loro amore ideale: così Ennis (Heath Ledger) è alle prese con neonati di cui non ha voglia di prendersi cura (ma non dovrebbe essere un uomo sensibile?), con la difficoltà a mantenere la famiglia e quella di fare sesso con la moglie, mentre Jack (Jake Gyllenhaal), peggio ancora, è alle prese con un suocero vessatore che lo chiama "Rodeo" e il giorno del Ringraziamento lo apostrofa con la frase "gli uomini guardano il football". Ci sembra una scorciatoia piuttosto furba. Neanche i personaggi femminili se la cavano bene, dipinti attraverso una serie di luoghi comuni; e se pensiamo che il momento in cui la moglie di Ennis (una brava Michelle Williams) scopre i due suscita risate in sala, mentre dovrebbe costituire uno dei climax drammatici dell'intera vicenda, si può capire come il film soffra anche di umorismo involontario.
Già il fatto che questo film abbia vinto a Venezia, dove era presente un'opera attuale e necessaria come Good Night, and Good Luck (che lo sfiderà, seppur invano, anche agli Oscar) è discutibile. Perché si osannano all'unanimità registi come Ang Lee - dopo che qualcuno ha stabilito che si tratta di un autore -, fino a lodare persino un film terribile come Hulk (mentre, a guardare bene, il suo ultimo film interessante era La tempesta di ghiaccio), dimenticando invece un autore nostrano come Ozpetek (ai festival non lo mandiamo nemmeno), che della scoperta della propria omosessualità (Il bagno turco), del rapporto tra l'essere gay e avere una famiglia, convenzionale o meno (Le fate ignoranti), e della difficoltà a esprimere la sessualità in un ambiente ostile e autoritario (La finestra di fronte), ha costruito dei piccoli gioielli di sensibilità? Di tutti questi argomenti dovrebbe parlare anche questo film, che tuttavia, nella sua infinita freddezza, non riesce proprio ad avvincere.
Passi per la miopia tipica di noi italiani. Ma l'attenzione tutta americana per un film così edulcorato sull'omosessualità, quando opere di registi più scomodi come Gus Van Sant e Gregg Araki passano invece sotto un colpevole silenzio, sembra proprio un modo per lavarsi la coscienza e proclamarsi aperti di vedute. Continuiamo così, facciamoci del male.
I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN
(USA, 2005)
Regia
Ang Lee
Sceneggiatura
Larry McMurtry, Diana Ossana
Montaggio
Geraldine Peroni, Dylan Tichenor
Fotografia
Rodrigo Prieto
Musica
Gustavo Santaolalla
Durata
134 min