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Society è una strana creatura (1): mezzo teen movie, mezzo racconto paranoide, mezzo horror politico, mezzo splatter. Decisamente troppe metà: infatti Society è una creatura deforme e squilibrata, che orgogliosamente non rinuncia a mostrare nessuna delle sue facce. E allora guardiamo queste facce dritte negli occhi, se riusciamo a trovarli.
Society prende il via come un college movie: Bill Whitney, figlio dell'upper class californiana degli anni '80 (il serial Beverly Hills 90210, massimo racconto illustrato di quell'ambiente, vedrà la luce di lì a poco) vive in una bianca magione hollywoodiana, guida una Jeep decappottabile, ha una fidanzata platinata che non brilla per intelligenza ed è candidato come rappresentante d'istituto alla Beverly Hills Academy. Ha solo un problema: una spiacevole psicosi con complicazioni allucinatorie lo porta a credere che i suoi perfetti familiari - e il perfetto tessuto di relazioni sociali nel quale è immerso - siano il centro di un complotto demoniaco. Per questo, regolarmente, lo psichiatra gli spiega che è "perfettamente normale provare una certa paura irrazionale alla sua età", e che "le persone sono quelle che sono", basta imparare ad "accettare la famiglia e le sue regole". Ben presto Society si trasforma nella cronaca di una psicosi allucinatoria, di una dissociazione mentale a intermittenza che trascina Billy lontano dalle relazioni quotidiane (per avvicinarlo pericolosamente alla Rosemary di Polansky): le rassicurazioni e gli psicofarmaci del dottore non cancellano l'impressione che i sorrisi dei genitori e della sorella siano troppo smaglianti, che l'idillio familiare nasconda qualcosa di terribile. Del resto la vacuità delle conversazioni è disarmante, il debutto in società dei due figli egemonizza il dialogo familiare, mentre qualsiasi domanda di Billy viene rapidamente liquidata. Come in Rosemary's Baby sembra esserci "qualcosa che non va" dietro la rispettabilità borghese di quelle facce.
Inesorabilmente la narrazione volge all'horror socio-politico, perché le paure del ragazzo sono il prodotto di un'angoscia squisitamente sociale. Billy attraversa tutti i luoghi in cui tradizionalmente si esercita il potere dell'elite californiana WASP (White Anglo Saxon Protestant), dalle hall delle ville-mausoleo agli abitacoli delle coupè, dai circoli privati sulla spiaggia alle feste in giardino dei giovani rampolli: proprio le orrende visioni del protagonista, improvvisamente alieno all'ambiente in cui vive, sono la lente d'ingrandimento che ci è data per leggere la vera natura di questo mondo dorato. È lo sguardo dissociato sul modello occidentale dominante a fare di questo film l'ultimo grande horror politico degli anni '80, nel solco degli incubi socio-fobici del primo Cronenberg e di Essi vivono di Carpenter. Come in quest'ultimo, l'allegoria sociale è limpida: gli esemplari di yuppie reaganiani che popolano questa Society trasudano classismo e rapacità altoborghese da ogni sguardo. Sembrano davvero una specie aliena, non possono che generare nel protagonista - e nello spettatore al suo fianco - una ripugnanza fisica immediata.
È questa l'ultima e più deforme faccia di Society, che è anche uno splatter d'eccezione, di quella rara specie in cui l'esposizione brutale delle viscere è pienamente fondata e funzionale all'assunto. La lunga scena orgiastica che vale al film il divieto under 18 - e la persistenza nella memoria dello spettatore - è il centro su cui si avvita ed esplode il racconto: il debutto in società si traduce in un "ingresso" letterale e fisico in essa, un vero sacrificio umano in cui il singolo viene dato in pasto alla classe dominante, che ne succhia avidamente le carni ("abbiamo una passione per la suzione" declama il godereccio giudice che presiede il rituale). L'opzione drastica e rivoluzionaria di Society sta tutta nella mostra delle atrocità di queste carni che si dilaniano: qui si scavalca la rappresentazione figurata, l'allusione di sponda propria della critica intellettuale, qui si esprime l'allegoria politica alla lettera, mantenendo intatto tutto il suo potenziale dirompente. La Società alleva l'individuo, lo mette all'ingrasso e lo narcotizza con le lusinghe del benessere e del lusso, al solo scopo, letteralmente, di divorarlo, di fagocitarlo per rigenerarsi.
Forse Society non è un capolavoro, ma anche nei momenti più deboli e demenziali sa giocare con sincera attitudine trash, come solo certo cinema indipendente americano è riuscito a fare (viene in mente John Waters, a vedere a spasso per il film certi freak come il secchione delle elezioni scolastiche o la gigantesca donna con la passione per le ciocche di capelli altrui). E gli va dato atto di essere riuscito a figurare una potente critica sociale attraverso un genere di consumo come l'horror movie adolescenziale: una battaglia tanto più potente in quanto non dichiarata, perché sottesa ad un racconto volto all'intrattenimento e alla delizia dei palati più giovani.
Come nella Salò di Pasolini - e nel migliore horror anni '80, ossessionato dal corpo e dalle sue mutazioni - l'oggettivazione è la via più radicale per rappresentare l'orrore di un sistema sociale. Un affondo contundente che prova a lacerare un po' le carni putride di questa società cannibale.
Note:
(1) Al pari del suo creatore Brian Yuzna: latinoamericano nato nelle filippine, autore di molti horror "straight to video" (che escono direttamente in cassetta), sceneggiatore di Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, oggi anima di quella "Fantastic Factory" che a Barcellona produce horror in lingua inglese.
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