M. Night Shyamalan
The Village
di Antonio Santangelo
Parlare solo della rappresentazione del potere, a proposito di The Village, sarebbe riduttivo. L'ultimo film di Night Shyamalan ha infatti un respiro molto più ampio. Come in tutti i precedenti lavori del regista indiano (Il sesto senso, Signs, The Unbreakable), ci troviamo di fronte ad una storia che sembra raccontarci qualcosa di molto più semplice di ciò che ci dice in realtà. All'apparire, tutto fa pensare al solito thriller fantastico del genere "caccia alle streghe", incentrato sulla misteriosa e precaria convivenza tra la popolazione di un villaggio isolato di coloni americani di qualche secolo addietro e le terrificanti "creature innominabili", mezzi uomini e mezzi bestie, abitanti del bosco circostante. Man mano che ci addentriamo nella vicenda, però, ci rendiamo conto che tutto questo è una grande metafora, un racconto che ci parla di noi e del nostro modo di vivere oggi.
Utilizzando i registri del linguaggio dei miti, Shyamalan ci pone una domanda che prova a ribaltare la nostra prospettiva sul mondo: cosa succederebbe se potessimo azzerare tutto, eliminare il denaro, scegliere le persone con cui vivere, stabilirci con loro in un villaggio isolato ai confini di un bosco, coltivare la terra e costruire, giorno per giorno, il sogno di una società ideale? Il problema principale sarebbe tener fuori il Male, inteso non tanto come la malattia e la morte - che sono, in fin dei conti, stati naturali dell'esistenza - quanto, piuttosto, come la violenza ed i crimini perpetrati dagli uomini. L'antidoto potrebbe essere l'isolamento dalla città, simbolo dell'incontro e dello scontro di persone diverse. In questo senso, meglio la dimensione più semplice e gestibile del villaggio, in cui i protagonisti del film - i frequentatori di un gruppo di sostegno per le vittime di violenze criminali - si rinchiudono volontariamente, per cercare di dimenticare il dolore del proprio passato. Per evitare ogni forma di contatto con il mondo esterno, sarebbe necessario dotare la propria società ideale di un adeguato apparato simbolico, in grado di tenere avvinte le nuove generazioni, facendo in modo che, nei giovani, non si sviluppi il desiderio di vedere altri luoghi. Per questo, basterebbe inventare la storia che, nel bosco, le "creature innominabili" sono pronte a sbranare chiunque osi violare i confini rassicuranti del villaggio. Infine ci vorrebbero i soldi per creare una riserva naturale, circondarla con un muro, farla sorvegliare da un apparato di vigilanza, corrompere i politici per chiudere lo spazio aereo sopra al bosco ed evitare accuratamente che la stampa crei interesse per l'esperimento. A questo punto, la finzione sarebbe perfetta ed il villaggio ideale completamente isolato dal mondo. Ai suoi abitanti non rimarrebbe che vivere in pace ed armonia per sempre.

Il fatto è che il Male alberga dentro di noi, nascosto nelle passioni. Non basta tenerlo fuori con un muro o con la storia delle "creature innominabili". È sufficiente che qualcuno s'innamori di qualcun altro senza essere ricambiato, e che questi sia un folle, incapace di tenere a freno i suoi impulsi con la ragione, per veder crollare tutto il castello di carte. Ed è proprio in una situazione del genere che la macchina narrativa di Shyamalan si mette in moto, mostrando tutto il suo valore simbolico: quando Noah Percy, lo scemo del villaggio, decide di accoltellare Lucius Hunt, il suo rivale, colui che gli ha rubato l'amore della giovane Ivy Walker. La ragazza chiede il permesso di andare a cercare le medicine in città, dove non ci sono solo il pericolo e la violenza, ma anche l'antidoto alle azioni criminali degli uomini. Gli "anziani" la lasciano partire, comprendendo che il loro sogno di una società ideale non può lasciar morire un giovane solo per il terrore che la finzione in cui essi hanno deciso di vivere venga scoperta e non condivisa dai figli. Anzi, decidono di rischiare tutto, rivelando ad Ivy che nel bosco non c'è nulla di cui temere e che le "creature innominabili" sono solo un'invenzione. Il segreto del villaggio, adesso, è nelle mani della ragazza, che dovrà decidere se rivelarlo o mantenerlo, condividendolo con gli adulti ed accettando di vivere con loro nella "storia" costruita per tenere lontana la complessità del mondo.
Le implicazioni di The Village sono troppe, per poter essere trattate qui in maniera esaustiva. Dal punto di vista del potere, il film di Shyamalan è una delle più chiare rappresentazioni del concetto di "Grande Altro". Le "creature innominabili" sono quella finzione costruita dagli uomini che s'instaura nell'immaginario collettivo e tiene avvinte le persone nella paura. Come spiega bene Lucius Hunt, l'eroe positivo del film, per smascherare tutto è necessario affrontare questi "mostri", non preoccupandosi di ciò che potrebbe accadere, ma solo di quello che si deve fare. Sotto questo aspetto, è stupenda la metafora della prova di coraggio dei ragazzi, che si mettono in piedi al di fuori dei confini del villaggio, per sperimentare chi resiste di più, dando le spalle al bosco ululante delle "creature innominabili". Come scoprirà Ivy nel suo viaggio verso la città, dalle paure non c'è nulla da temere, perché sono solo pensieri e non uomini. È quando le persone vestono i panni dei mostri che bisogna preoccuparsi per davvero.

Non si può non menzionare, infine, l'ulteriore passo avanti nella personale riflessione di Shyamalan sul rapporto tra i modelli di pensiero dominanti e coloro che li subiscono per debolezza o diversità, siano essi bambini, fantasmi o extra terrestri. La metafora del villaggio isolato dal mondo, capace di stabilirsi in mezzo a una natura tanto bella quanto minacciosa, di tenere lontani gli altri con la forza del denaro e l'aiuto di sorveglianti immigrati (tra cui il regista stesso, in un ruolo cammeo Hitchcockiano), sembra parlare della società americana, tanto più che la comunità dei protagonisti sceglie di vestire i panni dei padri fondatori. Ma il discorso sulla loro attività di costruzione di modelli culturali socialmente condivisi, finalizzati a semplificare la visione della realtà per mezzo di edificanti finzioni concepite col solo compito di esorcizzare la paura della complessità delle cose, si fa immediatamente più ampio, andando a toccare alcune problematiche antropologiche di grande rilievo. Il continuo scrutarsi tra la natura selvaggia del bosco e quella "domata" del villaggio, tra il colore rosso della passione e il giallo della ragione, tra la voglia dei giovani di superare i confini del mondo proposto loro dagli adulti e il desiderio di questi ultimi di ritirarsi in un ambiente artificiale rassicurante, ricordano ovviamente la fondamentale opposizione tra Natura e Cultura. Shyamalan sembra dirci che uno dei punti di partenza fondamentali per riflettere sul problema del potere è proprio l'apparato culturale che gli uomini sono disposti a costruire per tenere a bada i terrificanti influssi del lato oscuro della (loro) natura.

Questo sistema di credenze e regole può fare del male soprattutto ai giovani, resi simbolicamente ciechi dalle scelte degli adulti ed impossibilitati a fare la propria esperienza diretta delle cose. Naturalmente, il simbolo di tutto questo è il personaggio di Ivy, che ha perso la vista proprio per la volontà del padre di non cercare medicine nel mondo che egli aveva rifiutato. Ironia della sorte, è proprio lei a ricevere l'opportunità di vedere più in là di tutti, avventurandosi oltre i confini della società costruitale attorno. Ma la sua possibilità di sperimentare la verità del reale è ormai offuscata da ciò che la "cultura" del villaggio ha perpetrato sul suo corpo. Così, nonostante ella senta il rumore della sirena dell'auto dei sorveglianti della riserva, non è chiaro se sia in grado di comprendere ciò che le si para davanti. Al suo ritorno a casa, racconta di aver ucciso un essere innominato, forse perché ci crede davvero, forse per preservare la finzione entro cui vivono tutti i suoi concittadini. Il finale è aperto: si sarà veramente liberata dal potere dei modelli culturali che le sono stati inculcati?
THE VILLAGE
(USA, 2004)
Regia
M. Night Shyamalan
Sceneggiatura
M. Night Shyamalan
Montaggio
Christopher Tellefsen
Fotografia
Roger Deakins
Musica
James Newton Howard
Durata
108 min