|
La morte del Potere e il potere della Morte. Sono questi i due grandi temi che Sokurov "dipinge" con la macchina da presa in Taurus, secondo episodio della trilogia sui potenti (o, meglio, sui mostri) del XX secolo. Prima ancora che cineasta, Aleksandr Sokurov ha infatti studiato la Storia. E nell'approcciarsi ai personaggi storici della sua trilogia sul potere non mira a realizzare delle biografie storicamente documentate, ma si concentra su segmenti temporali limitati e cerca non quello che pubblicamente conosciamo di questi uomini, ma la loro dimensione privata, intima, provando a (rin)tracciare da questa il corso della storia. "Ognuno di loro - afferma infatti Sokurov - affronta una catastrofe causata dalle sue scelte e dalle sue azioni".
Preceduto da Moloch su Hitler (1999) e seguito da Solnze su Hirohito (Il sole - 2004), Taurus è infatti la rarefatta e distante cronaca di due giorni nella vita di Lenin, due giorni qualsiasi, poco tempo prima della sua morte, in un momento in cui la sua salute è già compromessa. In Taurus Lenin, l'uomo che con le sue decisioni ha sconvolto il suo Paese e il mondo intero, sente avvicinarsi la fine. Intorno a lui, il vuoto. Il suo corpo è impotente e la sua coscienza si sta spegnendo, chiuso nelle stanze del suo decadente palazzo è ormai un povero vecchio indifeso, che la servitù tratta quasi come un mentecatto e al quale una moglie sciatta e spettinata legge continuamente di morti, torture, fucilazioni. Lui, il tiranno, non si rassegna, prova ancora a trattare tutti con inutile arroganza, prova a resistere alla malattia e alla rovina, ma, cieco, non si accorge che il processo di distruzione è ormai avanzato, che i militari lo assistono con malcelata cattiveria, che il medico osserva sadicamente l'evolversi della malattia, che lo sguardo del gigante Stalin è già altrove e il suo successore sembra ormai delinearsi, chiuso nella sua candida giacca, come l'accorto regista di un terrore che incute a tutti dietro un apparente, indifferente sorriso. Esplorando la figura di Lenin, Sokurov ne mette in rilievo il disagio, il decadere del corpo e soprattutto la profonda solitudine di chi non ha più nessuno con cui dialogare. Isolato e deriso dalle persone che gli sono più vicine, Lenin ci viene mostrato nudo e impacciato, anche se, pudicamente, di spalle e in campo lungo, oppure immobile come inebetito per lunghissimi minuti nel giardino. A interpretarlo è Leonid Mozgovoy, straordinario interprete anche della figura di Hitler in Moloch.
L'asfissia della comunicazione a cui Lenin è inesorabilmente destinato è ben resa anche dalla straordinaria fotografia dello stesso Sokurov, dall'atmosfera verdastra degli interni, dal cielo bianco pallido degli esterni e soprattutto dalla nebbia, la stessa che invade le stanze e corrompe le inquadrature, rendendo tutto opaco e indefinito, uno scenario freddo, umido, opprimente, che rimanda al cinema post-espressionista e alla pittura funerea e decadente di Caspar Friedrich o di Turner. E Sokurov è in questo anche un pittore della cinepresa, che lavora la materia visiva nascondendola dietro veli densi e coprenti e trasformando i corpi in fantasmi. Le stanze, le tende, i letti, persino le tazzine sono prive di colore, sfumate, viste come attraverso uno sguardo annebbiato e disperato. È così che il cinema di Sokurov allontana la chiarezza, mostra ombre, fantasmi, deformità, facendo sprofondare lo spettatore nella dimensione del lutto mentre i corpi dei suoi personaggi si rintanano in un'infantile incoscienza del declino storico e della fine.
Dice Sokurov: "Racconto la tragedia umana di un uomo potentissimo reso impotente dalla malattia, nel periodo in cui il degrado fisico gli consente ancora di ragionare, di tentare una ribellione contro le sue condizioni spaventose. Dei grandi uomini che hanno creato sofferenza e morte per milioni di persone, mi interessa la banalità della loro vita quotidiana, i loro giorni meschini, noiosi e mediocri, il tran tran privato nascosto dietro la grande parata dell'imperio e del terrore". E in quest'ottica il finale di Taurus è ancora più straordinario: seduto in giardino, mentre la foschia che avvolgeva le cose si disperde, Lenin accenna un sorriso, come se il suo corpo si fosse ormai rassegnato alla propria "umanità". Così, sotto lo sguardo distaccato di Sokurov, si avverte un moto di compassione verso quello che più che un uomo sembra un bambino, la cui immagine, pietosa e imbarazzante, rimane impressa a lungo nella mente, dopo aver visto scorrere i titoli di coda.
|