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"Una particolarità di quel film era che mancavano almeno dieci giornate di riprese. Francis e la produzione non avevano più tempo né denaro per girare tutta la storia. Il consiglio che mi diede a quel punto fu: comincia a mettere insieme quel che abbiamo e vedi se trovi il modo di compensare le parti che mancano". Queste le parole con cui Walter Murch (editor del sonoro e supervisore al montaggio nel film di Coppola) ricorda l'esperienza de La Conversazione, Palma d'oro al Festival di Cannes e parentesi intimista del regista tra i primi due capitoli della saga de Il Padrino.
Formidabile e riuscitissima riflessione sull'ambiguità dei sensi e dell'umano vivere, La Conversazione sposa con successo due approcci cinematografici spesso pensati in contrasto tra loro: quello tipicamente americano e commerciale, che privilegia l'azione come motore della progressione drammatica del film, e quello, diciamo, più europeo, in cui è l'analisi del personaggio a rappresentare il fulcro della sceneggiatura. Sorta di Blow up rivisitato in chiave realista e cupa, thriller intimista carico di echi hitchcockiani, La Conversazione è animato da una suspense in minore, a sua volta generata non soltanto dalla fallace idea di svelare l'innegabile ambigutà della realtà attraverso l'utilizzo di una tecnologia sempre più sofisticata, ma anche dall'ossessione per la sicurezza che angoscia il protagonista. Schivo e solitario, Harry Caul rappresenta lo stereotipo cosciente dell'uomo moderno, un essere paranoico e sempre più diffidente nei confronti di ciò che non conosce e non può controllare, ma nello stesso tempo incapace di arginare la propria curiosità per l'oggetto della sua indagine: in una parola i propri simili.
Girato con stile fresco e funzionale, magnificamente interpretato da un Gene Hackman in stato di grazia, il film di Coppola conferma la straordinaria sensibilità di un autore pazzamente innamorato del suo protagonista, mostrato senza fronzoli in un'intimità triste e solitaria, fatta di piccole epifanie e dettagli, solo in apparenza, insignificanti. Dettagli che, nell'evolversi della vicenda, hanno l'arroganza di confinare il plot sullo sfondo per lunghi e insoliti momenti, quasi riducendolo a semplice pretesto per indagare l'ambiguità dell'immagine come del suono, a caccia di quel qualcosa di inespresso e unico che delimita i pressochè infiniti mondi della moltitudine di persone che si avvicendano su questa terra. Una partita persa in partenza ma comunque necessaria alla piena realizzazione del Sé del protagonista, che, anche se solo per un attimo, riesce ad alzare il velo di illusione che permea il suo sguardo e a guardare oltre, nell'abisso.
Questa, si può dire, la fascinazione di un film figlio di un'epoca piacevolmente carica di sperimentazioni, ma esauritasi forse troppo presto, in un certo senso fagocitata da quell'utilitarismo spietato e commerciale contro cui Harry Caul stesso si ritrova a lottare, deciso a difendere la propria competenza professionale e la propria pratica artigianale insieme. Film di fantasmi quanto mai reali, vero e proprio monito contro le ingerenze di una tecnologia sempre più asservita al controllo e al mantenimento dello status quo, La Conversazione ha il pregio di non essere affatto invecchiato e di rappresentare, nel suo piccolo, una delle infinite opportunità dell'artista, come dell'uomo comune, di emanciparsi dall'oppressione di una società schizofrenica e follemente dominata dal denaro.
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