Marco Ferreri
L'udienza
di Christian Olivo
Amedeo (Enzo Jannacci), timido e stralunato ufficiale in congedo, da anni spiritualmente disagiato, parte da Milano e si reca a Roma per conferire in privata udienza con il Papa, "anche nel suo interesse", come dice lo stesso giovane. Si ritroverà a vagare nel labirinto della burocrazia vaticana, tra aristocratici, alti prelati e un commissario di polizia, Aureliano Diaz (Ugo Tognazzi), che cercherà di dissuaderlo inizialmente con le buone maniere, avvicinandolo ad Aiche (Claudia Cardinale), della quale Amedeo a lungo ignora il mestiere di prostituta, e successivamente relegandolo ad ambienti scomodi quali un monastero fascista, quanto il principe Donati (Vittorio Gassman), e un manicomio in cui sembra inaspettatamente trovare il giusto appiglio per farsi ricevere dal Santo Padre. Le disavventure che seguiranno porteranno Amedeo, se possibile, ancor più agli estremi di quella emarginazione, sociale e spirituale, che cercava di lenire.
Film (im)portante di Marco Ferreri, il suo sedicesimo, forse l'opera più "alta" e più moralmente tesa, sottovalutato dalla critica all'uscita nelle sale italiane, nonostante la nomination all'Orso d'Oro di Berlino nel 1972. Aspramente critico e anticlericale, feroce e kafkiano come ama precisare lo stesso protagonista (un sorprendente Enzo Jannacci, qui alla seconda incursione nel cinema, dopo l'esordio poco fortunato, nel 1966, ne La vita agra di Carlo Lizzani) in una sorta di indicazione metacinematografica, L'udienza nasce dalle intemperie del momento storico italiano, alle prese da un parte con la scomoda eredità del sogno infranto del Sessantotto e dall'altra con l'ideologia clerical-borghese che traspira dalle maglie di un Paese laico, ma cattolico per tradizione. Si commetterebbe un errore se ci si soffermasse unicamente alla dimensione kafkiana (e segnatamente de "Il castello") del film. Che pure c'è. Il tema centrale è l'individuo, Amedeo come il signor K, disadattato, straniero in una terra straniera. Non possiede nulla, ma vuole tutto. Quasi un everyman di elisabettiana memoria, Amedeo è un uomo solo la cui vita tende, come quella dell'Umanità, al riconoscimento sociale, e per completarsi dovrà inevitabilmente ritornare all'origine del suo male, quel Castello fatto di assurdi meccanismi burocratici, di omologati comportamenti morali e spirituali, di quella stessa collettività che rifugge. La narrazione è ciclica (e l'entrata in scena nel finale di un altro giovane che richiede un'udienza privata con il Pontefice ne è l'evidente conferma) proprio come nell'opera postuma dello scrittore tedesco (nato però a Praga), e circolare è il viaggio di ricerca di Amedeo, che si muove da quel colonnato del Bernini che lo vedrà morire esausto e frustrato dai suoi stessi tentativi.
Amedeo come il signor K, dicevamo. Ma non solo. Marco Ferreri come Amedeo. L'udienza infatti non è (solo) Kafka. Autore e protagonista non credono alla capacità rivoluzionaria (l'uno del cinema, l'altro delle azioni umanamente possibili). Per loro può esistere solo l'innata coerenza, la stessa che spinge i due a voler distruggere il Metodo. Non è superfluo quindi asserire come in questa pellicola conviva tutto il Ferreri che è stato e che verrà: la caustica e scomoda dissacrazione alla Buñuel, l'aspra ideologia e l'accesa polemica (nella fattispecie anticlericale e sociale) a costo anche di una qualsivoglia svagatezza formale, la distruzione del racconto in nome dell'innovazione espressiva. E ancora la condizione di solitudine, l'infinitamente piccolo (Amedeo di fronte all'amara accettazione di come neppure "L'Unità" abbia dato notizia del suo tentato incontro con il Papa in una pubblica apparizione e il conseguente arresto in Piazza di Spagna) e l'infinitamente grande (l'incrollabile autorità delle istituzioni).
Infine l'abbandono e il crollo di fronte al Potere e alla sua logica sprezzante, che spingono il protagonista ad allontanarsi (in)volontariamente dalla prostituta Aiche dopo aver goduto dei suoi favori sessuali e politici. Qui il cerchio si chiude definitivamente, labirinto di speranza disattesa come una Pietà decapitata ed eco spento dell'impossibilità di riformismo come una Chiesa distrutta dalla Fede. E anche Ferreri sembra chiedere udienza.
L'UDIENZA
(Italia/Francia, 1971)
Regia
Marco Ferreri
Sceneggiatura
Marco Ferreri, Dante Matelli
Montaggio
Giuliana Trippa
Fotografia
Mario Vulpiani
Musica
Teo Usuelli
Durata
112 min