Werner Herzog
L'Enigma di Kaspar Hauser
di Mattia Plazio
"Quello che sconvolge, quello che turba la gente e che turba anche me è il fatto che lui - Kaspar Hauser - è un essere umano perfettamente intatto". (1)
È nelle pieghe di questa affermazione, perentoria quanto lucida, che si nasconde il significato forse più profondo de L'Enigma di Kaspar Hauser, sesto, e a giudizio di molti più "equilibrato", lungometraggio della corposa produzione dell'autarchico Werner Herzog. Perché non è certo la vera storia di Kaspar Hauser e delle sue "presunte" origini (delfino di Napoleone? figlio della Granduchessa Stefania?), sulle quali peraltro è fiorita una vasta e illustre letteratura - conservata ancora oggi nel ricco Archivio Hauseriano di Ansbach -, ad interessare il regista tedesco. Quanto piuttosto il significato simbolico che si cela dietro l'esperienza privata, intima, di questo ragazzo che, dopo aver vissuto fin dalla nascita in prigionia, viene improvvisamente abbandonato, con in mano un libro di preghiere e una lettera, in una piazza di Norimberga nel 1828.
Se il precedente Aguirre, furore di Dio rappresenta infatti la parabola di una discesa nel mondo magico della natura incontaminata e vittoriosa, L'Enigma di Kaspar Hauser è il film in cui questa, sradicata dal proprio regno, si scontra con i brutali condizionamenti che la cultura - qui intesa nel suo senso più ampio di "sistema" di convenzioni attraverso cui conferire univocamente significato agli oggetti appartenenti al mondo fenomenico - impone tragicamente all'essere umano, privandolo di quell'elasticità mentale che è condizione primaria e indispensabile per vedere oltre la realtà obiettiva delle cose e per comunicare in modo più autentico e diretto con l'ambiente esterno. Catapultato tutto di un tratto nel "paesaggio totale" dell'era del trionfo borghese e illuminista, l'epoca Bedermeier, con le sue griglie obbligate, le sue strettoie, le sue leggi feroci, in cui tutto è piano, discreto, logico, definito, il neonato Kaspar, l'uomo nato adulto, natura allo stato puro, reagisce timidamente contrapponendovi il caos originario delle sue visioni prive di logica, del suo mondo svincolato da qualsivoglia sottomissione a norme prestabilite, ma sarà tuttavia costretto, infine, a soccombere sotto i colpi inferti da un meccanismo educativo mostruoso che lo condurrà alla morte e alla distruzione, compagna e amica della civiltà.
Il progetto "morale" che sottende la struttura del film è quindi del tutto trasparente. Herzog, fin dalle prime inquadrature, dirige la sua attenzione e partecipazione verso il protagonista per sottolinearne la tragica inconciliabilità con l'ambiente in cui viene precipitato, ed evidenziare poi, lungo le tappe del rigido percorso formativo cui è sottoposto, la contrapposizione sempre più evidente fra i tentativi da parte degli esponenti della società borghese di integrarlo nel tessuto dei valori proposti (Kaspar che impara a stare seduto, che veste alla moda, che accetta la conversazione astratta, che cura il giardino...) e l'evidente incapacità da parte sua di comprendere le regole del gioco (Kaspar che fugge dalla chiesa, che non accetta il dogma dell'esistenza di Dio, che non afferra la concezione del tempo e dello spazio...). Ogni stazione del film rappresenta un nuovo episodio che conferma la "caduta pesante" di Kaspar nel mondo e il suo procedere inesorabile verso la sofferenza, la solitudine, la morte. Herzog stesso ha d'altronde invitato a leggere il film come una Passione (citando a riferimento La passion de Jeanne d'Arc di Carl Theodor Dreyer). E in effetti sembra di avvertire l'eco di certi drammi religiosi medievali in questa graduale affermazione della santità del protagonista, punteggiata, momento dopo momento, dalle manifestazioni della sua verità interiore, visioni e allucinazioni che, nella loro discontinuità e illogicità, sono lì a rappresentare lo straordinario potere immaginativo di Kaspar Hauser, la sua capacità di comunicare secondo modelli del tutto inusuali, suggerendo l'esistenza di una realtà "altra", originaria e naturale. Ultimo estremo appiglio cui aggrapparsi per sfuggire alla violenza con la quale i suoi falsi mentori cercano di inculcargli le leggi del proprio vivere sociale.
È una verità, quella del protagonista, che il sistema non può o non vuole accettare: gli specchi deformanti dell'irregolarità, d'altronde, devono essere eliminati per fare in modo che altri non possano riconoscervi le loro vere sembianze. Kaspar morirà per una ferita impartitagli gratuitamente dal suo carceriere e l'autopsia rivelerà la sua rassicurante inferiorità fisica. La pace della logica sarà così raggiunta: individuare l'anomalia nel corpo, nella materia, cioè laddove la scienza crede di avere le sue maggiori capacità di operare, è infatti necessario se è vero che è proprio sul corpo che passa anzitutto il sistema repressivo. I corpi devono essere docili, paste informe da modellare, non più organismi desideranti, bensì macchine a cui, come afferma Foucault, "sono state a poco a poco raddrizzate le posture; lentamente una costruzione calcolata percorre ogni parte del corpo, se ne impadronisce, dà forma all'insieme, lo rende perpetuamente disponibile e si prolunga silenziosamente nell'automatismo delle abitudini". (2)
Anche il corpo è un prodotto storico su cui si plasmano i caratteri dell'ideologia, un prodotto che deve possedere determinate qualità, capaci di vincere la sua informità e la sua inettitudine per dar luogo all'oggetto meccanico di cui la società ha disperatamente bisogno per perpetrare se stessa.
Note:
(1) Simon Mizrahi, Entretien avec Werner Herzog, in "Ecran", n. 77, febbraio 1979 (tr. it.: Intervista a Werner Herzog, in Sandro Petraglia [a cura di] Werner Herzog. L'Enigma di Kaspar Hauser, Feltrinelli, Milano, 1979)
(2) Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976, p. 147
L'ENIGMA DI KASPAR HAUSER
(Rft, 1974)
Regia
Werner Herzog
Sceneggiatura
Werner Herzog
Montaggio
Beate Mainka-Jellinghaus
Fotografia
Jörg Schmidt-Reitwein
Musica
Florian Fricke (Popol Vuh)
Durata
110 min