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Inserito all'interno della rassegna Fantasmi a Occidente, Il servo resta un magistrale indizio rivelatore di quella rappresentazione simbolica del potere che è il "Grande Altro". Tratto dall'omonimo romanzo (1948) di Robin Maugham, il film di Losey inaugura la collaborazione del grande regista inglese con Harold Pinter - Premio Nobel 2005 per la Letteratura - in veste di sceneggiatore, proseguita poi con Accident (tit. it. L'incidente, 1967) e con The Go-Between (tit. it. Messaggero d'amore, 1971).
Nel film del 1963 il giovane aristocratico Tony Mounset (James Fox), di ritorno dall'Africa, assume Hugo Barrett (Dirk Bogarde) quale maggiordomo per la sua nuova casa di Londra. Quest'ultimo propone al suo ricco datore di lavoro di impiegare anche la sorella Vera (Sarah Miles) quale cameriera. In realtà Barrett ha intenzione di farlo sedurre dalla ragazza, invero una prostituta sua amante. Tony cede alle lusinghe di Vera, manda a monte la relazione con la fidanzata Susan (Wendy Craig), ma poi scopre il legame che unisce realmente il maggiordomo e la cameriera e li allontana dalla casa. Rimasto solo, Tony si lascia ingannevolmente convincere da Barrett a riassumerlo. Il maggiordomo prende sempre più potere sul padrone di casa, ormai irrimediabilmente succube della presenza dell'uomo e di Vera. Susan tenterà di allontanare Tony dalla morbosa attrazione per i due sordidi personaggi. Invano.
Saggio sui rapporti di classe, (ri)definito attraverso la logica del thriller e dello straniamento brechtiano, The Servant disegna la progressiva esplicitazione di strategie di potere in cui la deriva morale delle ambizioni appare inevitabilmente ripiegarsi su se stessa: "La mia sola ambizione è servirti", dice Barrett a Tony durante una partita a carte davanti al camino acceso. Compagni di gioco, compagni di cena, compagni di vita, il servo e il padrone annullano le loro reciproche distanze sociali in una chiave ambiguamente (omo)sessuale. Per poi ribaltarle, con il servo dominus e il padrone di casa servus. Archetipo di una situazione umana, sociale, sessuale, il confronto tra Tony e Barrett svela infatti la metafora della rivolta (meta)fisica del servo che diventa padrone. Ambientato prevalentemente fra le mura di un'elegante casa giorgiana di Chelsea, a Londra, ancora oggi - dopo più di quarant'anni - lo spettatore del film di Losey respira la claustrofobia degli spazi anche mentali, e si immerge nelle tenebre contraddittorie dei rapporti umani di potere. Rapporti per i quali, ricorda Adelio Ferrero a proposito del film, "la lezione di Marx si complica e si intreccia sempre più strettamente con quella di Freud e della psicoanalisi" (1): la sottomissione si ribalta in padronanza, la dipendenza in dominio, la repressione in attrazione. Non a caso le relazioni interpersonali tra i quattro personaggi del film - Tony, Barrett, Vera e Susan - gravitano morbosamente intorno alla dimensione dei corpi sociali e sessuali: la logica del potere e la logica del sesso tracciano così i due assi semantici dell'opera, e danno vita a uno spazio di senso deformante e ambiguo, così ben reso dall'immagine nell'immagine della superficie riflettente del grosso specchio concavo posto sulla parete del salotto.
Lucido, violento e sovversivo saggio sul gioco al massacro tra comportamenti umani, il film di Losey resta magistrale nella sua audace, crudele e barocca messa in scena di un aristocratico padrone di casa che cede progressivamente al potere mellifluo del domestico. Inoltre alcune soluzioni visive - si pensi all'uso del montaggio formale, all'utilizzo puntuale della macchina a spalla, alla costruzione espressionista delle luci e delle ombre - inevitabilmente collocano Il servo all'interno della sperimentazione autoriale del "New British Cinema" degli anni Sessanta. La visione riflessa di Tony e Barrett rimanda al duplice lato di un medesima criticità umana destinata al fallimento. E mentre Tony giace succube e inerme sul pavimento della propria casa, Barrett si rinchiude con Vera nella camera da letto del padrone.
La battaglia per il potere e il dominio, apparentemente vinta, si esaurisce in se stessa, a luci spente.
Note:
Adelio Ferrero, La negazione del possibile, in Lorenzo Pellizzari (a cura di), Adelio Ferrero. Recensioni e saggi. 1956-1977, Edizioni Falsopiano, Alessandria 2005, p. 263
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