|
Con la teoria della cospirazione in netta ripresa durante le ultime elezioni presidenziali americane, era inevitabile che The Manchurian Candidate si presentasse al neonato secolo sia nel remake cinematografico (Jonathan Demme, USA, 2004) sia nella edizione DVD della versione originale (John Frankenheimer, USA, 1962). Già il primo film nasceva negli impegnati sixties, politicamente attivi e culturalmente vivaci in tutte le arti. Il fumetto si schierava con gli X-men per i diritti civili della comunità afroamericana. Il cinema affrontava la schizofrenia paranoide della guerra fredda con The Manchurian Candidate, Dr. Strangelove (Stanley Kubrick, USA, 1963) e Fail safe (Sidney Lumet, USA, 1964). Tutti girati in bianco e nero contrastato, tutti orientati alla satira pungente, tutti arricchiti da preziose interpretazioni. Il rifacimento s'inserisce nella nuova tendenza del "movie americano" a proporsi come cinema di denuncia: sia il documentario sia la fiction si scagliano contro le idee standardizzate e il linguaggio omologato, contro il circo mediatico di ballerine, grandi fratelli e quiz coadiuvato dall'informazione "normalizzata" dei canali televisivi pro governativi. Così, dopo Fahrenheit 9/11 (sugli atti esecrabili dell'amministrazione Bush), il cinema del reale cavalca l'onda della reazione con The Corporation, Super Size Me, Mondovino e The Agronomist (sull'era delle multinazionali e sui danni della globalizzazione). E il cinema della finzione segue la fase della rimonta con The Manchurian Candidate e The Village (sulle paure ossessive dopo l'11 settembre).
Frankenheimer gioca con gli spauracchi del tempo, la minaccia rossa/l'incubo comunista in particolare, la manipolazione delle coscienze e i complotti del Potere in generale, ora agitandoli con slancio lirico ora manovrandoli con freddo cinismo; in atmosfere soffocanti per insostenibile suspense e spietata ironia; in scenari deformati per volontà/necessità espressioniste. Il film riporta al conflitto coreano e racconta del soldato americano Raymond Shaw (Laurence Harvey), eroe e reduce di guerra, "riprogrammato" sotto prigionia e "telecomandato" in patria. Killer senza memoria e senza coscienza, dal mandante incerto e dall'obiettivo sconosciuto (per lo stesso spettatore), verrà disarmato dall'ex commilitone Bennet Marco (Frank Sinatra), stremato dagli incubi notturni sul periodo manciuriano. Aggiungere altro guasterebbe le sorprese della sceneggiatura alla Cloak-and-Dagger (Fritz Lang, USA, 1947), tra intrighi a Palazzo, "regine di quadri " (n.d.r.: Shaw uccide quando vede quella carta) e acrobazie da doppiogiochisti.
Ispirato al romanzo satirico di Richard Condon, il film viene sceneggiato da George Axelrod, già autore di script per Wilder (The Seven-Year Itch), Logan (Bus Stop), Edwards (Breakfast at Tiffany's), che perciò mantiene la dimensione humour, aggiunge la componente thriller e fissa il risultato finale nella struttura classica del cinema hollywoodiano. Infatti la sceneggiatura possiede tutta la "sospetta" stravaganza di tanti film noir e di tante sofisticated comedy. Liberato dai veti posti per i temi trattati, il film viene diretto da John Frankenheimer, assistente regista-bambino prodigio della serie TV Playhouse 90, che realizzerà capolavori come Seven Days in May and Seconds, ma scoprirà con The Manchurian Candidate la quintessenza del mystery classico sulle fobie contemporanee; tant'è che l'American Film Institute lo voterà al 67° posto tra i migliori 100 film di tutti i tempi.
Thriller fantapolitico, black comedy e action movie, anticonvenzionale e provocatorio, inizialmente The Candidate pare sragionevole, inattendibile e pericoloso: definito dai critici "il miglior film dell'anno ma anche il più irresponsabile", avversato sia dai democratici sia dai repubblicani, sarà oggetto di picchettaggio tanto in America (ad O.C.), perché accusato di filocomunismo, tanto in Europa (a Parigi), perché tacciato di "destrosità". È l'atteggiamento sarcastico nei confronti delle angosce americane a sconcertare e irritare. Il 12 ottobre 1962 Bosley Crowther scrive su "The New York Times": "potrebbe essere la solita follia alla Alfred Hitchcock, se non rischiasse d'alimentare le paure morbose delle menti ansiose, soprattutto per il fatto che sia girato e interpretato in maniera così tesa e realistica". Il film lancia interrogativi inquietanti come tizzoni ardenti: se noi fossimo soltanto semplici marionette nelle mani di subdoli burattinai? Se nemici potenti potessero manipolare e condizionare pensieri e azioni? Se sistemi di persuasione potessero costringerci a muoverci e a comportarci in illusione di libertà, autonomia e autenticità e in stato di obbedienza fino a trasformarci in macchine da guerra? Inoltre, sbeffeggiando tutto il Potere, non può che scontentare entrambi i contendenti, deludere "gli animi sensibili" di entrambi le parti.
Dopo la vicenda JFK, nessun film pare meno "fantasioso" e più "attuale". Prima rivalutato e riabilitato, verrà poi ostracizzato, tenuto in segregazione dal 1963 e rimesso in libertà nel 1988. E tutt'oggi sorprende per modernità di pensiero ed efficacia di stile; e tutt'ora è ritmo da cardiopalma e senso di claustrofobia. Le voci sul ritiro della pellicola si sprecano. Secondo alcuni, Sinatra (che nel 1972 otterrà i diritti del discusso film dalla United Artists) recuperò The Manchurian Candidate assieme a Suddenly (sempre con Sinatra e sempre su ipotesi di complotto) quando seppe che Lee Harvey Oswald aveva sparato a John Fitzgerald Kennedy dopo aver visto il secondo. George Axelrod ricordava che The Manchurian Candidate era stato ritirato dalla UA subito dopo l'assassinio del Presidente "in segno di riguardo; e soprattutto perché Sinatra era stato grande amico di Kennedy". Ma sosteneva che la decisione fosse stata presa di comune accordo da tutte le parti. Aggiungeva però che la UA aveva sempre osteggiato la realizzazione del film, temeva che potesse spingere non all'assassinio ma all'antiamericanismo. Ironicamente, fu John Kennedy (esortato da Sinatra) a vincere le resistenze di Arthur Krim, presidente della UA e amministratore finanziario presso il partito democratico. Paradossalmente, sarà John Frankenheimer a filmare la campagna elettorale di Robert Kennedy e ad accompagnare il politico in albergo la notte in cui lo stesso verrà ucciso. Richard Condon rifiutava l'idea del boicottaggio e accoglieva la tesi del (de)corso che ogni film deve seguire: "dalla prima visione cinematografica al raro passaggio televisivo". Molti parlano di "concorso di fattori", ovvero: effetto Kennedy plus motivi economici. Sinatra, mai rilasciò dichiarazioni, salvo dirsi lieto per la ricomparsa della pellicola nel 1988.
Ora barocco ora surreale, tra Welles e Hitchcock, il film è tanto lucido nella denuncia quanto allucinato nella costruzione: il bianco e nero documentaristico, le angolazioni stranianti, i movimenti fluidi della macchina da presa e gli sbalzi improvvisi della camera a mano, il continuo alternarsi/rincorrersi dei campi lunghi e dei primi piani, a marcare di volta in volta gli stati della percezione (veglia/ipnosi, realtà/sogno)...The Manchurian Candidate è tra i capolavori del dopoguerra, insuperato modello di sapienza registica e narrativa, come si deduce dalla sequenza asfissiante del condizionamento psicologico: neppure lo spettatore riesce a capire se l'attenta platea delle signore sferruzzanti appartenga al mondo reale o alla dimensione onirica. Privilegiando il grandangolo, il direttore della fotografia Lionel Lindon ruota la mdp di 360° a mostrare i prigionieri raggruppati intorno a una matrona americana, nel pieno di una noiosa conferenza (sulla cura delle ortensie!). Mentre i soldati appaiono piuttosto distratti/disinteressati, le signore sembrano rapite. Poi la mdp scivola tra le gentildonne, svelando la loro natura effimera e i loro effettivi corrispondenti, ovvero: sovietici e coreani; la matrona americana è un parapsicologo manciuriano che ha condizionato le menti dei prigionieri al punto da indurli a credere di trovarsi con le Ladies Auxiliary negli Stati Uniti.
Il film deve molto alla sceneggiatura e al cast: Sinatra è perfetto nella parte fondamentale dell'eroe tormentato Capitano Marco. Allarmato dagli incubi, costretto alle indagini, lotterà per districare i ricordi veri da quelli impiantati. "The Voice" enfatizza la tendenza a incarnare personaggi outsider vestendo i panni del disadattato e dissociato non solo rispetto al mondo esterno ma anche e soprattutto rispetto al proprio passato. Harvey è eccellente nel difficile ruolo della scheggia impazzita Sergente Shaw, in apparenza impassibile e inflessibile ma in realtà stretto e dai tentacoli materni e nella morsa comunista. È ineguagliabile come zombie, colosso di argilla con la faccia pronta a creparsi se forzata nell'abbozzare anche solo sorrisi di beffa e smorfie di scherno. Gli zigomi alti e il viso angoloso non ispirano la minima confidenza, cordialità o calorosità; Harvey usa l'accento inglese per mantenere il Sergente Shaw non solo freddo e sgradevole ma sempre e comunque "in disparte", come simbolizzato dalla pratica del solitario. È altresì sotto il rigido controllo della madre-mantide e padre-padrone Angela Lansbury. L'astuta donna ha sposato in seconde nozze l'ultraconservatore e superdestroide Senatore Iselin (James Gregory), ricalcato sulla figura del vero "ammazzaRossi" Senatore McCarthy, usandolo come strumento d'affermazione per le proprie ambizioni politiche e come valvola di sfogo per la propria isteria anticomunista. Shaw non può sottrarsi agli ordini della madre come ai comandi dei Rossi: a causa della censura, solo la scena del bacio sulle labbra suggerisce la natura incestuosa del rapporto tra i due.
Ma "the real standout", la vera rivelazione, è Angela Lansbury, nominata all'Oscar Award come miglior attrice non protagonista e insignita col Golden Globe nella stessa categoria. È magnifica come Regina del Male, madre castrante e moglie ingorda, il villain al femminile, anima nera/forza oscura a metà strada tra Lady MacBeth e Iago. L'American Film Institute inserirà Mrs. Iselin tra i 50 malvagi di tutti i tempi. La Lucy Ball di The Lucy Show, attrice candidata di Frank Sinatra, pare improbabile negli stessi panni. Angela Lansbury ha solo tre anni in più di Laurence Harvey. Eppure accede al linguaggio corporeo della mezza età con risultati senza precedenti; The Manchurian Candidate segue l'esempio di North By Northwest (Hitchcock, USA, 1959): Jessie Landis è coetanea di Cary Grant; ma nel film impersona la madre. James Gregory, come Senator Iselin, è l'"evidenza" della satira (rispetto a significati nascosti in altri personaggi e altre situazioni), che va oltre il facile bersaglio del politico ubriacone. Esilarante è la scena in cui il Senatore intende definire il numero esatto dei comunisti traditori che vuole incastrare: prima si trova in difficoltà, poi opta per "57", quando l'occhio gli cade sull'etichetta dell'Heinz Tomato Ketchup, che ricorda le famose "57" varietà. A loro modo, Mrs Iselin (una Lansbury "eccessiva") e Capitano Marco (un Sinatra "contenuto") sono i veri poli d'attrazione. Si incontrano/scontrano una sola volta ma è nell'agghiacciante tensione tra i due che vive l'intero film.
|