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Non è mai facile chiudere bene una storia, sia essa una tormentata avventura d'amore, un buon romanzo scritto di notte, o un discreto film ben girato. E Tom Stall, tranquillo padre di famiglia e proprietario di un piccolo bar, è uno di quelli che una storia non è riuscito a chiuderla bene, tanti anni fa, a Philadelphia.
Prologo: un piano sequenza segue due uomini all'uscita dalla stanza di un motel. Hanno le facce sporche del destino che avanza incombente ed annoiato verso la sua meta seminando morte e silenzio, e l'unica cosa che li sovrasta è il ronzio di cicale che riscalda l'aria di quella folle violenza che li trascina da tempo.
Trama: la famiglia Stall è un perfetto esempio d'educata civiltà che non reagisce alle violenze e ai soprusi giornalieri (spesso innescati dalla competizione scolastica) e che tende all'equilibrio nella stabile quotidianità della provincia americana. Una sera però, la coppia di folli omicidi (che tanto ricorda quella che spargeva sangue sulla bianca neve di Fargo dei fratelli Coen) si presenta nel bar di Tom per compiere una rapina, e il passato rimosso emerge ed esplode come un bricco di caffé spaccato sul viso di uno dei due. Tom non è mai stato una persona violenta, ha solo reagito per difesa personale, e per come lo ha fatto è diventato un eroe. I media diffondono la sua immagine in tutto il paese e qualcuno, a Philadelphia, lo riconosce. Cresce così nella famiglia Stall l'incubo del passato, la doppia personalità di Tom, fino a quel momento celata dalla volontà di mutare, è riportata in vita invece da Carl Fogarty, stiloso e sfregiato malavitoso giunto in paese per cercare Joy, l'alter ego di Tom Stall. I nuovi delinquenti, più raffinati dei primi ma meno rassicuranti, cominciano a perseguitare la famiglia Stall fino a che Tom non decide di riconoscere la sua vera identità e di affrontare così il passato a colpi di fucile, pugni che staccano il naso, pistolettate veloci come saette mortali. Fino a giungere all'origine del proprio male, dove, dall'altra parte della civile convivenza, lo attende un fratello dimenticato da tanti anni, legato alla malavita e al mondo della violenza, e che Joy è costretto ad affrontare una volta per tutte.
Epilogo: Tom/Joy torna a casa e, fra il vuoto delle pareti e il silenzio dei famigliari, è accolto nuovamente a tavola.
Ispirato a un fumetto di successo ideato da John Wagner e realizzato dalla mano di Vince Locke, l'atteso film del regista canadese, presentato a Cannes nella passata edizione, è un percorso a ritroso che scava nella terra d'oltreoceano per scovare e riportare alla luce le radici di un popolo con i tendini sempre scoperti. Appartenente a quel filone che è stato da più parti definito "post 11 settembre", il film se ne distanzia subito grazie ad una realizzazione che perde sostanza visiva nella messa in scena della violenza (la rinuncia all'estetica post tarantiniana), ma che guadagna di crudezza (crudeltà) nel suo sviscerarsi, nel suo contagio, nel riuscire a far emergere una personalità psicotica (quella appunto che divide e compone Tom/Joy) non più in grado di rinunciare/fuggire dalla metà oscura ("zona morta") che si cela nella sua anima. È una provocazione, dunque, quella che scorre sullo schermo, che termina con un significativo primo piano di Viggo Mortensen (molto bravo) che chiede perdono ai suoi famigliari, e lo ottiene prima di tutto dai figli, pronti a riconsegnargli il suo posto in tavola dopo che ha finito di massacrare una decina di persone, fratello compreso (una delle interpretazioni più divertenti di William Hurt, meravigliosamente oltre le righe).
A vederlo scorrere sullo schermo però, non si direbbe un film di Cronenberg(piuttosto "alla Cronenberg"), perché risulta sin troppo evidente la distanza dal soggetto e dal progetto (a detta dello stesso regista, preso già a metà strada), dove egli riesce solo ad inserire ed accentuare la maggior parte dei suoi temi più cari in una storia che manca del sapore dell'originalità (ricordate Le catene della colpa di Jacques Tourneur?), ma che convince appunto proprio per la sua messa in scena sporca e sozza. La nota davvero positiva è la conferma che da un po' di anni il regista canadese, che ha sempre mostrato ingenue difficoltà a lavorare in esterni (viziato in questo suo difetto dalla corposa carriera televisiva), ha imparato non solo a raccontare storie sempre più profonde e violente (anche dove la violenza effettiva mancava) ma anche a girarle (si veda il lungo piano sequenza scelto per l'inizio, a metà strada tra la migliore corrente pulp degli anni Novanta, e il più svecchiato western alla Sergio Leone, caratterizzato da lunghe pause introduttive). È questo l'elemento più importante di un film che esplode al suo interno (così come il circuito famigliare/provinciale), che si contamina da solo (il figlio impara dal padre ad uccidere, ad affrontare o provocare la morte), che procede per metastasi credute sconfitte, e che si placa solo nella convivenza con il male (la riunione famigliare a tavola nel finale).
Sottile (sebbene vi siano un paio di passaggi telefonati), A History of Violence partecipa/contamina anche quel filone vendicativo che ha caratterizzato le realizzazioni cinematografiche degli ultimi anni (non ultima la fortunata trilogia del coreano Chan-wook Park, ma anche il Batman begins di Christopher Nolan) che però non si conclude nel sapore della vendetta, ma, anzi, muore proprio quando questa viene consumata (ancora il primo piano finale di Mortensen) e apre ad un nuovo mondo (quando cioè cominciano i titoli di coda) fatto di un passato emerso che non si può più nascondere (e che comunque non era possibile acquietare) e che determina il presente, l'attuale. Oltre al senso della vendetta, il film affronta anche il tema della colpa, quel senso di incompletezza che costringe il protagonista a una metamorfosi pseudokafkiana come ne L'uomo senza sonno di Brad Anderson, perché Viggo Mortensen si consuma tornando indietro, alla pari di Christian Bale/Trevor Reznik; e c'è anche il tema del destino al quale non si può sfuggire, quel destino che va alla ricerca di Tom/Joy e che ricorda quello che si accaniva contro Carlito Brigante in Carlito's way di Brian De Palma, dove però Al Pacino moriva ad un passo dalla redenzione, mentre l'anima redenta e (neo)pura di Tom ritorna ad essere quella sepolta e impura del Joy che fa ritorno a casa (ancora una volta il primo piano finale di Viggo a cena).
A History of Violence ha in sé anche gli elementi dirompenti di Dogville di Lars Von Trier, nel quale la provincia americana in un certo senso è ancora frontiera del conflitto tra legalità/illegalità, moralità/amoralità, civiltà/vendetta. Ed Harris (molto buona anche la sua interpretazione) arriva in paese come Udo Kier a Dogville, a bordo di un'auto scura dai finestrini bui, disposto a distruggere la tranquillità del luogo in nome di un conflitto famigliare. Dal passato non si sfugge dunque, il passato emerge e insegue fino al "cuore di tenebra" che l'americano medio (così appare Tom Stall fino a che non affronta i due delinquenti) crede di aver assopito e che invece, come ha già ben raccontato Gangs of New York di Martin Scorsese, è solo stato seppellito nel proprio DNA. Proprio su questo aspetto bisogna mettere bene in chiaro che il film di Cronenberg, a differenza di quasi tutta la sua filmografia, non riesce a farne un discorso veramente ampio (come per esempio accadeva per la quotidianità pura contaminata dal germe della rabbia in Rabid - Sete di sangue o ancor di più ne Il demone sotto la pelle), perché sono troppo chiari gli stereotipi cui egli fa riferimento, e che quindi non possono non essere collegati ad una critica che in realtà si rivolge solo al popolo a lui più vicino, quello americano appunto. Ciò è ancor più chiaro ed evidente nel momento in cui si realizza che con A History of Violence si ha a che fare con un western spacciato per gangster movie (ma in fondo entrambi i generi fanno parte del codice genetico del sistema cinematografico americano), dove un uomo solitario fugge dal proprio passato, ma anche dove la frontiera non è più visibile come un limite che divide il bianco dal nero, il Bene dal Male, ma è un malessere sul quale si srotola l'esistenza del popolo d'oltreoceano. Nella pacata cittadina, un uomo tranquillo e all'apparenza normale diventa eroe per aver ucciso qualcuno a vantaggio della difesa personale, ed attorno a lui l'intera popolazione si schiera in difesa di un atteggiamento che gli stessi media ritengono come legittimo (ancora tutto il processo di massificazione della violenza e della vendetta costruito in America dalle televisioni, con un esponenziale accrescimento cancrenico a partire proprio dalla fatidica data cui si è sopra accennato).
In tutte le altre sue pellicole Cronenberg parlava di uomini, di società e di esseri viventi presenti, per i loro vizi e le loro degenerazioni, in tutto il mondo, ma in questo film in particolare egli ha parlato dell'America, e del suo inscindibile rapporto con la violenza. Sul tema dell'inscindibilità egli pone ancora una volta l'accento, consapevole che la soluzione è nell'accettazione del "doppio" (lo sguardo conclusivo di Scanners, il corpo unito di Inseparabili), come una copula sulle scale che inizia a calci e finisce nella stessa maniera (amore/violenza dei corpi come in Crash, ma lontani almeno fino a Crimes of the future). Vittima delle menzogne di Tom è sua moglie Edie (un'ottima Maria Bello), che cambia assieme al marito, che con lui scende all'inferno per emergere, e che con lui condividerà la sua colpa passata (l'appartenenza ad un mondo violento) e soprattutto quella presente. In A History of Violence il passato emerge dunque senza quel montaggio temporale che aveva caratterizzato il superbo Spider, nel quale past e present si univano nella disperazione dell'esistenza, mentre in quest'ultimo lavoro si sviluppa attraverso la linearità narrativa che sa di avere un passato alle spalle e che lo fa emergere senza flashback e senza bruschi passaggi a ritroso.
Da questo punto di vista il percorso scelto dal regista è quello di un passato che procede in avanti. L'approccio tra quotidianità e violenza ricorda invece i fiori di fuoco cui il regista giapponese Takeshi Kitano ha abituato il suo pubblico, il contrasto e la legge dell'esplosione, ma il consumarsi del protagonista è l'arma in più nell'accanimento del regista canadese. A History of Violence (che potrebbe voler dire "avere un passo violento", così come il film incede violentemente verso il silenzioso finale) è dunque un passo avanti (oltre) di un regista che per una volta ha messo da parte le sue ossessioni, o almeno ha raggiunto quella maturità e quella capacità necessarie per non chiudersi in esse. Un gruppo stabile e consolidato (la moglie Denise ai costumi, Howard Shore alle musiche, Peter Sushitzky direttore della fotografia e Carol Spier alle scenografie) e il confine della propria terra (il film è stato girato principalmente a Millbrook nell'Ontario, in Canada) sono gli elementi che hanno garantito al regista la consueta indipendenza che ha fatto sì che questo film risultasse comunque uno dei più interessanti del 2005.
Non è il miglior Cronenberg (anche se il punto di maturità del regista è molto alto), ma è un ottimo contagio fatto dal regista su se stesso, su un lavoro che, partito come non personale, ha qualcosa d'impercettibile che si perde per strada, soprattutto nell'assemblaggio narrativo dei tempi, ma che pur tuttavia conserva una delle caratteristiche fondamentali del suo cinema, quella di lasciare il pubblico all'uscita dalla sala con lo stesso sentimento con cui Joy torna a casa, un misto tra senso di colpa e l'impossibilità a cancellarlo. Dettagli di volti sfigurati, una cicatrice che ha il sapore della rabbia, pianti ed ossessioni fisiche, la carne violentata dall'obiettivo di Cronenberg s'insinua come serpe cresciuta in seno in una storia dal procedere naturale (la violenza data per scontata) e dove il regista ha saputo porre la sua inconfondibile firma. Avrei dovuto ucciderti a Philadelphia.
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