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Silvia Broome (Nicole Kidman), cittadina di un piccolo stato sudafricano ed emergente e valida interprete per le Nazioni Unite, ascolta accidentalmente una conversazione che contiene una minaccia di morte per il Capo di Stato della Repubblica Democratica di Matobo, Edmond Zuwanie (Earl Cameron), prossimo incaricato alla Direzione dell'Assemblea Generale dell'ONU e più volte accusato dalla Corte Criminale Internazionale di avere attuato una politica di regime e di pulizia etnica. Scoperta - e diventando lei stessa un obiettivo sensibile -, la donna cercherà con ogni mezzo di svelare la verità e soprattutto di essere creduta. L'agente federale Tobin Keller (Sean Penn), infatti, sospetta che l'interprete possa essere implicata nella cospirazione. Tra i due si innescherà un duro confronto tra opposte visioni: quella di Silvia che crede nel potere e nella inviolabilità della parola e quello di Tobin, incline a dare più importanza all'azione rispetto all'eloquenza. L'equilibrio tra i due mondi li trasformerà entrambi in pedine di un gioco pericoloso.
Difficile discernere il giudizio su questo film dal curriculum da vero veterano qual è quello di Sydney Pollack, vuoi perché l'ultima incursione nel genere del regista porta il nome di I tre giorni del condor (1975), punto di non-ritorno del cinema fantapolitico, vuoi perché ancora una volta egli ha il gran merito di proporre al pubblico, e ancora una volta in controtendenza, personaggi che sono prima di tutto persone, e di prediligere conseguentemente le tre dimensioni alle convenzioni del bidimensionale. Sean Penn e Nicole Kidman (inevitabile il confronto con la coppia Penn/Watts in 21 Grammi - Il peso dell'anima) in questo senso rappresentano certamente due tra le scelte migliori che si possano attuare per assicurare un'ottima performance e - diciamolo pure - un incasso di tutto rispetto. Detto questo: può bastare? Certamente no, anche per un autore del calibro di Pollack, qui alle prese con una sceneggiatura troppo carica, nonostante un'invidiabile verosimiglianza, e un plot intricatissimo e non sempre lineare che dopo 60-70 minuti (!) di preparazione perde quella lucidità e quella solidità che hanno accomunato (sinora?) le pellicole del regista.
Ma come si sa, spesso le migliori intenzioni hanno prodotto i film peggiori. Intendiamoci: The Interpreter è lontano dall'essere un brutto film. Certamente da Pollack era lecito aspettarsi quel qualcosa in più che invece tarda ad arrivare e che, anzi, sembra non esserci. Un thriller stereotipato, con tanto di telefonate misteriose, irruzioni in appartamenti tanto improvvise quanto incomprensibili, inseguimenti improbabili, che esaurisce le proprie cartucce in un paio di shot degni del nome del regista (una su tutte la sequenza in cui Nicole Kidman sale a bordo di un pullman accanto a uno dei leader anti-Zuwanie, scena peraltro eloquente in quanto da questo punto in avanti il film sembra assumere una parabola, artistica e di interesse, discendente) e che manca del necessario impatto e della dovuta profondità per farne un film all'altezza delle aspettative. Strano pensare quanto una trama così serrata e per lunghi tratti ben congegnata possa rappresentare infine il punto più debole del film. Strano ma inevitabile quando la storia ha molto, troppo, da spiegare e nessuno degli alibi sembra essere assolutamente persuasivo. Confezione impeccabile (nonostante qualche banalità nella fotografia di Darius Khondji) per un mezzo flop (stilistico, non certo di botteghino), che per molti versi ricorda quello de Il socio (1993). Narcisismi al servizio della star di turno? Ai posteri l'ardua sentenza.
Prima pellicola in assoluto ad essere
girata all'interno dei palazzi dell'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, The
Interpreter risulta poi essere meno fantapolitico
di ciò che appare: il fatto che Matobo, oltre a
essere il nome fittizio della Repubblica Democratica qui
protagonista, sia in realtà il Parco Nazionale
dello Zimbabwe non è casuale. Troppe le affinità
infatti tra Zimbabwe e Matobo: dai colori della bandiera
al background socio-politico menzionato nel film. Che
Zuwanie sia la caricatura del vero dittatore Mugabe? Oltre
a rappresentare in qualche modo un caso politico, The
Interpreter sta sollevando negli ultimi giorni anche
un polverone commerciale: gli esercenti delle sale cinematografiche
infatti hanno ritirato per un breve periodo la pellicola
(nonostante il successo ottenuto al botteghino, seconda
solo a La tigre e la neve di Benigni), a seguito
della mossa del gestore di telefonia mobile 3 di proporre
a soli 4 euro i film di prima visione, primo tra questi
proprio The Interpreter, direttamente sul cellulare
dei propri utenti. Molto rumore per nulla.
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