| Fabio Zanello (a cura di) |
| Il cinema di Sam Raimi |
| Il Foglio Letterario, 2006 |
| 160 pagine, 12,00 Euro |
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Regista eclettico, controverso, difficilmente inquadrabile in ruoli ed etichette. Creatore di immagini, rappresentante di un cinema-fumetto spesso derivato ma non derivativo, sempre pronto a giocare con suggestioni visive e profondo umanesimo narrativo. Regista horror di culto ad inizio carriera, poi autore di vari tentativi di esplorare tutti i generi e le rispettive meccaniche, infine uomo di cinema (e d'affari) agilmente inglobato nei dorati meccanismi hollywoodiani. Tutto questo è Sam Raimi, uno dei registi che negli ultimi lustri ha saputo più di tutti imporsi all'attenzione generale del mercato cinematografico americano, mandando in visibilio gli horrorofili con il seminale e ineguagliato Evil Dead (La casa) e con le successive due tappe della trilogia, l'irriverente Evil Dead 2 (La casa 2), e l'irrefrenabile Army of Darkness (L'armata delle tenebre), per poi compiere multiformi trasvolate nei generi di altalenante qualità, dal noir di Crimewave (I due criminali più pazzi del mondo) e A Simple Plan (Soldi sporchi), passando per il new-western di The Quick and the Dead (Pronti a morire), per il thriller metafisico di The Gift, e addirittura per il melodramma strappalacrime di For Love of the Game (Gioco d'amore). Giungendo negli ultimi anni alla consacrazione assoluta e definitiva, grazie alla trilogia iper-futuristica dagli incassi stratosferici di Spider-Man.
Raimi, ragazzino alle prime armi, con l'amico di scuola Bruce Campbell, quasi per gioco, ha saputo aprire gli anni '80 con il botto, scuotendo l'intero mondo dell'horror con quella furente shakey-cam che penetrava (letteralmente) i corpi scatenandosi tra le sterpaglie intorno alla dimora maledetta di Evil Dead. E questo resta il punto più alto, a livello puramente critico, della sua carriera. È stato poi accusato da alcuni fan dell'horror, e non del tutto a torto, di aver rinnegato i propri esordi preferendo dedicarsi ad opere dalle sicure potenzialità economiche. In realtà l'horror ha continuato a circumnavigarlo, ma non troppo da vicino, dedicandosi alla produzione di pellicole peraltro non eccelse (ad esempio il recente Boogeyman), e accarezzandolo in alcuni spunti fotografici e narrativi all'interno dei suoi Spider-Man. Gli va dato atto, perlomeno, di aver saputo evolvere il proprio stile, senza arroccarsi su posizioni prestabilite, aumentando di volta in volta il raggio visivo della sua poetica, e riuscendo a cogliere abilmente le ghiotte occasioni che l'industria hollywoodiana ha saputo offrirgli.
Da pochi mesi è uscito per la giovane e promettente casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi un libro dedicato a Raimi curato da Fabio Zanello, composto da una raccolta di saggi scritti da vari autori che ripercorrono passo per passo la carriera del regista andando a compiere analisi più o meno specialistiche di tutti i suoi film. Alcuni saggi, forse i migliori e più completi dell'opera, vanno a contestualizzare con forte cognizione critica determinati raccordi ideologici che permeano i film presi in esame. In questo senso sono sicuramente da menzionare il capitolo su A Simple Plan, di Luca Bandirali ed Enrico Terrone, che va a vivisezionarne la conformazione spazio-temporale, e quello dedicato ai primi due Spider-Man scritto da Massimiliano Spanu, che analizza con ostinata attenzione ogni angolazione strutturale del dittico in questione. Interessante anche il saggio dello stesso Zanello su Army of Darkness, impreziosito da un cospicuo lavoro di ricerca sugli influssi storico-letterari di origine medievale che il film cita ripetutamente. Altri contributi sono invece più semplici e immediati, non sempre indispensabili, talvolta volutamente leggeri e celebrativi, come il capitolo finale scritto da Elisa Grando e dedicato all'icona/feticcio raimimiano Bruce Campbell, un ottimo attore (vedere per credere la sua straordinaria interpretazione di un anziano ma combattivo Elvis Presley in Bubba Ho-Tep di Don Coscarelli), ingiustamente relegato per tutta la carriera al limitativo ruolo di Re dei B-Movies.
Il tutto si mantiene comunque a livelli più che discreti, riuscendo, con questa ampia diversificazione di tematiche ed approcci critici, ad esplorare il mondo filmico di Raimi con buona varietà d'analisi. Il che ben si addice al regista nato a Franklin, nel Michigan, alla periferia di Detroit, un autore che negli anni, poco alla volta, ha saputo pienamente entrare nel movie business costruendosi un campionario d'immagini fluttuante e variopinto. Così come sa essere questo libro.
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