Frédéric Sabouraud
L’adattamento cinematografico
di Paolo Fossati
Frédéric Sabouraud
L’adattamento cinematografico
Lindau, 2006
96 pagine, 12,80 Euro
"Per capire un testo - e a maggior ragione per tradurlo - bisogna fare una ipotesi sul mondo possibile che esso rappresenta" (1).
Un argomento come l'adattamento cinematografico appare inesauribile, sia per complessità che per il potenziale numero di esempi da esaminare a disposizione di chi voglia tracciare le linee di una teoria generale del rapporto tra testi letterari e cinema. Frédéric Sabouraud, lontano da posizioni di compromesso, attua la scelta - quantomeno radicale - di trattare il tema della trasposizione romanzo-film in sessanta pagine teoriche, seguite da una decina di schede costituite da documenti, testi, testimonianze ed analisi di sequenze. Il risultato è un volumetto denso di passione per il cinema, pubblicato dalle Editions Cahiers du Cinéma con il contributo del Ministero francese della Cultura, che Lindau propone ai lettori italiani.
Sabouraud si interroga su affinità e differenze che intercorrono tra l'attività di lettore e quella di spettatore, individuando in una "trasformazione" la sfida dell'adattamento. Prendendo le mosse dalla dicotomia diegesis/mimesis afferma, infatti, che l'adattamento è l'incontro tra questi due punti di vista, l'uno costituito dal racconto da parte del narratore, l'altro rappresentato dall'imitazione da parte dell'attore, che nel film devono ricomporsi misurandosi con le questioni specifiche dell'arte cinematografica (montaggio, suono, musica, quadro, luce…). Per il critico dei Cahiers un'operazione di adattamento equivale ad un gioco che mescola conscio ed inconscio e deve "prendere in considerazione quello spessore dei segni, come scrive Roland Barthes, che contiene l'immagine in movimento. […] Il cinema non è forse l'arte di raccontare una storia e allo stesso tempo mettere in scena i corpi? Allora, che cosa si tratta di fare? Ricomporre? Trasformare? Non sarà piuttosto una questione di trasmutazione, metamorfosi, decostruzione? Rielaborazione? Un'opera accanto a un'altra opera?". Sabouraud formula un'ipotesi, sostenendo che si tratti di "creare qualcosa di nuovo che avrebbe un rapporto più o meno stretto con la vecchia forma, una sorta di mostro che, rendendosi autonomo, raggiungerebbe nel migliore dei casi e attraverso altre vie più o meno misteriose, più o meno intuitive, più o meno complesse l'intensità dell'opera originale e addirittura la trascenderebbe, la decuplicherebbe". Ad una Hollywood che ritiene essersi specializzata sin dagli esordi nel digest il critico francese contrappone il lavoro autoriale di registi come Tim Burton, che lavorano "lasciando spazio all'effetto del tempo", rivisitando le storie e i generi. Una "lettura intima" dell'opera da adattare unita ad una "coscienza del presente" che tenga conto del rapporto dello spettatore con le immagini e sappia attualizzare il testo: ecco i presupposti, secondo Frédéric Sabouraud, per affrontare nell'era postmoderna la responsabilità di una trasposizione cinematografica in grado di rivolgersi ad una pluralità di soggetti, ognuno dei quali, inevitabilmente, utilizzerà i propri meccanismi di decodifica.
L'essenziale è un concetto soggettivo, quindi per natura sfuggente, ma certamente perseguito dall'autore, che ci consegna un'opera al contempo ricca di contenuti e di facile lettura, capace di argomentare stimolando riflessioni che investono i lettori della responsabilità di recuperare testi e film citati, per metterli a confronto alla luce degli strumenti di interpretazione forniti. Nondimeno esorta a ricordare, sia che ci si trovi nel ruolo di lettori, che in quello di spettatori, di esercitare con vigore le proprie capacità analitiche e critiche, le quali, se non inibite da un atteggiamento di fruizione passiva dinanzi ad un'opera, riescono a trasformare la lettura e la visione in esperienze culturali polivalenti.
Note:
(1) Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani, 2003