Michel Chion
Stanley Kubrick. L’umano, né più né meno
di Paolo Fossati
Michel Chion
Stanley Kubrick. L’umano, né più né meno
Lindau, 2006
608 pagine, 40,00 Euro
L'opera omnia di Stanley Kubrick non è altro che un lungo itinerario tracciato all'interno di una ricerca antropologica: forse un'odissea nell'umano, secondo Michel Chion, che riconosce nello sguardo del cineasta diversi atteggiamenti capaci di compenetrarsi per formare una perfetta strategia d'indagine e di orientamento nelle traversie della vita e della Storia. In Kubrick la smania lieve dell'esperto esploratore e l'estasi del singolo individuo che osserva i propri simili per comprendere se stesso si confondono con l'approccio misurato, ma implacabile, dello scienziato. Il rigore estetico incontra e ritrae, così, i sentimenti, le pulsioni e le emozioni umane. L'umanità non viene descritta, ma smascherata. E nella nudità delle singole forme si intravede l'affannarsi collettivo delle anime.
Stanley Kubrick. L'umano, né più né meno, evitando dunque la strada agiografico-celebrativa della "biografia del regista", si presenta come un'analisi sistematica della filmografia del maestro americano, condotta procedendo in ordine cronologico e fornendo contemporaneamente al lettore un agile strumento di consultazione - utile per inquadrare i singoli film nel contesto storico e produttivo - e una serie di saggi d'approfondimento, ognuno dei quali, pur nascendo dall'orizzonte interpretativo di un preciso titolo kubrickiano, suggerisce e stimola collegamenti con l'intera opera del regista. Il volume tratteggia un percorso in tredici tappe (la prima è, infatti, dedicata a Fear and Desire, il celebre ed "invisibile" film del 1953, la cui diffusione commerciale è vietata per volere dell'autore), ognuna delle quali corredata dalla presenza di fotogrammi del film analizzato (oltre 750 immagini), e si fa carico di riorganizzare studi inediti in Italia, fatta eccezione per le pagine su 2001: Odissea nello spazio, precedentemente pubblicate dalla stessa Lindau in una monografia.
Procedendo nella lettura, il complesso universo di tematiche si ricompone lentamente, ma inesorabilmente: personaggi in apparenza lontani (appartenenti a film ed epoche diverse) rivelano le proprie affinità, attraendosi come tessere di un domino ricongiunte sotto la lente d'ingrandimento dello sguardo critico di Chion. È così che il teorico ci suggerisce di rinunciare all'idea di "eroe conquistatore", ripensando ai personaggi messi in scena da Kubrick, tra i quali riconosce, piuttosto, le figure del "padre abietto" e del "ragazzo sensibile", contrapposte in una rivalità edipica. Michel Chion indaga anche il rapporto dell'innovatore Kubrick con i generi cinematografici, confutando l'assioma che vede nel regista una figura ribelle, che li utilizza per sovvertirne i codici (un discorso a parte viene fatto per 2001 e Eyes Wide Shut). Difficile, se non impossibile, riassumere in poche righe i concetti disseminati nel volume, dagli studi dei testi letterari alla base delle sceneggiature (Nabokov, Burgess, Thackeray, King e Schnitzler sono stati riletti, in lingua originale, durante la stesura del libro) a quelli condotti sugli espedienti narrativi che portano, ad esempio, all'individuazione, fin dai primi film, di un "esoscheletro kubrickiano", descritto come uno scheletro esterno, un'armatura narrativa formata da espedienti estranei all'immagine (didascalie, musiche, voci narranti) che, mostrandosi, sebbene spezzino l'incanto spettatoriale, aiutano la storia a raccontarsi.
Degna di nota è poi, almeno, l'attenta ricognizione trasversale che svela l'interesse di Stanley Kubrick per i rituali, che si snodano sempre diversi da film a film, quasi ad "occupare" il tempo della diegesi, per riaffermare l'importanza di ogni istante, la forza comunicativa di ogni frammento narrativo. Riti sempre diversi, sintomi di una necessità di espressione che scaturisce da un'unica matrice, da un bisogno di indossare maschere, vere o simboliche, per liberarsi di un'identità che, descrivendo le persone, al contempo le isola, confinandole in un'esistenza preclusa a quel senso di leggerezza con cui si può, nell'anonimato, compiere un gesto inconsueto o cedere ad una pulsione.