| a cura di Francesco Casetti e Elena Mosconi |
| Spettatori italiani. Riti e ambienti del consumo cinematografico (1900 - 1950) |
| Carocci, 2006 |
| 143 pagine, 15.20 Euro |
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Le modalità di fruizione del film rese possibili nel corso degli anni dallo sviluppo tecnologico rappresentano alternative alla tradizionale esperienza del consumo cinematografico in sala. La storia del cinema ha cominciato di recente ad interrogarsi sulla metamorfosi delle abitudini del pubblico, prodotta dall'irrefrenabile susseguirsi di nuove possibilità di visione, iniziata con l'avvento della tv, proseguita attraverso la diffusione dell'home video e giunta oggi, tramite internet, alla pratica del file sharing.
Con Spettatori italiani. Riti e ambienti del consumo cinematografico (1900 - 1950), Francesco Casetti e Elena Mosconi ci guidano in un'indagine sugli ambienti della visione che prende le mosse dall'ipotesi che lo spazio fisico del consumo contribuisca a determinare il senso dell'esperienza cinematografica (cooperando a predisporre aspettative e possibili interpretazioni dello spettatore), e dall'idea che un graduale slittamento ci conduca a identificare il concetto di spazio non tanto in senso materiale, quanto culturale. Il periodo preso in esame copre un arco di tempo che, partendo dai primi spettacoli di fotografia animata, passando per la nascita e l'affermarsi della sala come luogo deputato alla visione, giunge fino agli anni Cinquanta, momento di massima popolarità del mezzo cinematografico. L'approccio attuato circoscrive gli ambiti (sia a livello cronologico che geografico) e adotta una prospettiva di storia culturale e sociale. Il libro analizza il processo che ha istituzionalizzato le modalità dello spettacolo cinematografico, costruendo l'identità dello spazio fisico del consumo e studiando quanto la specificità di un luogo possa concorrere a formare un'identità dei fruitori.
Gli autori chiariscono come il cinema agisca sugli spettatori anche attraverso gli spazi e i modi in cui si dà a vedere: fin dalle sue prime e significative proiezioni, il politeama (che aveva incarnato l'utopia di un teatro accessibile e democratico per la nuova classe borghese di fine Ottocento) "non si limita a dare ospitalità al nuovo medium, ma interagisce con esso, riconfigurando l'esperienza di visione in senso "alto" e culturale, anziché popolare e di piazza come nella fiera". La contaminazione con il cinema si rivelerà talmente profonda da condurre il politeama al bivio verso una mutazione definitiva della natura polifunzionale delle origini (quando ospitava indifferentemente prosa, lirica, rivista, varietà musicale, cinema, circo equestre), che autorizza la struttura a sopravvivere a costo di diventare soltanto teatro, cinematografo o, più raramente, cine-teatro. L'analisi dei rapporti tra cinema e varietà rivela un intreccio di relazioni che si evolve secondo un modello di inversione dei ruoli: dapprima locali e café-chantat accolgono come attrazione il cinema, che in seguito si troverà a concedere ospitalità al varietà per intrattenere il pubblico durante l'attesa tra una proiezione e l'altra. Si tratta di un'alleanza tra spettacoli che manifestano la propria natura moderna in quanto fondati sull'attualità e votati all'intrattenimento e che, accusati di mancanza di intenti pedagogici, si trovano a fare i conti con una questione morale: "si rincorrono gli interventi, le prese di posizione, gli appelli a una continua vigilanza affinché siano salvaguardati l'onore e la dignità dell'arte, e preservati dalle esibizioni più provocanti soprattutto i minori".
Nell'epoca tra le due guerre la sala cinematografica vede ormai legittimata la propria esistenza e si muove alla ricerca di un'identità in quanto spazio sociale, istituzionale e architettonico. Si assiste anche alla nascita di un interesse per il cinema sia come dispositivo spettacolare, sia in quanto forma espressiva. L'esperienza della visione viene nobilitata, giungendo a dignità letteraria, di pari passo con la crescita di professionalità nell'ambito della critica cinematografica. Spettatori italiani… dedica un capitolo anche al pubblico rurale, che assiste a proiezioni organizzate in aule scolastiche o, grazie all'uso del cinemobile, nelle piazze cittadine. Si tratta di una proposta culturale attuata dalle istituzioni, che, compreso il valore didattico del cinema e il fascino che esercita sulla folla, decidono di guidare gli spettatori nella decodifica. Il fenomeno delle proiezioni all'aperto, argomento che conclude la ricerca, viene analizzato tenendo in forte considerazione il carattere rituale dell'esperienza fruita al di fuori dello spazio architettonico della sala, ma sancita dall'occasione di incontro sociale che il cinema rappresenta anche sotto le stelle, nei caffè e nei giardini.
Ogni capitolo si chiude con schede di accompagnamento che forniscono preziose testimonianze su specifici luoghi del consumo cinematografico, come il Politeama di Bari (raccontato da Georgia Conte) e il cinema-teatro Barberini di Roma (descritto da Nicoletta Ossanna Cavadini), lo studio dei casi del cinema-varietà Triestino-Argentina di Milano e del cinema estivo all'aperto Campo Auricchio di Cremona (esposti da Maria Francesca Piredda) e l'analisi della situazione dei centri rurali e dei piccoli paesi senza sale, raggiunti dai cineambulanti dell'Opera Nazionale Combattenti (curata da Deborah Toschi, autrice del capitolo sulla genealogia del pubblico rurale).
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