Fabrizio Cattani: l’arte della rabdomanzia
di Davide Morello
Qual è la condizione produttiva nella quale hai potuto realizzare il film?
La condizione, dettata dall'impossibilità di poter realizzare il film in altro modo, vista la ormai nota indifferenza delle maggiori produzioni cinematografiche italiane verso i giovani autori, è stata quella di autoprodurci il film da soli. "The co-producers" infatti è una sorta di consorzio di imprese formate nel nostro caso da giovani professionisti del cinema che si sono associati percependo in cambio del loro contributo professionale una quota dei diritti di sfruttamento economico del film.
Durante la presentazione hai accennato al binomio produttore/imprenditore alludendo ad una eventuale carenza, o limite, nel sistema del cinema in Italia: hai qualche osservazione da fare in proposito?
Lontani i tempi dei veri produttori di cinema, faccio qualche nome: Lombardo, De Laurentiis, Mario Cecchi Gori, Cristaldi, persone che amavano davvero il cinema e che ci rimettevano di tasca propria quando uno dei loro film andava male. Oggi, moltissimi produttori sono dei meri commercianti, spesso degli agenti che prendono i soldi da televisioni, ministeri o distribuzioni, vendendo cioè il film alle distribuzioni prima di realizzarli, per poi reinvestirli sul film che producono, senza rischi, tranquilli di non rimetterci nulla, spesso speculandoci. A questo mi riferisco quando li definisco "imprenditori", nel senso che non sono mossi da una vera passione, ma dalla possibilità che gli è data di accedere facilmente a grossi finanziamenti. Da questo ne deriva un'incapacità di fondo di saper scegliere, storie, autori, attori. Se oggi un film come "Notte prima degli esami" incassa tantissimo, ecco che molti di loro sono subito a chiederti una storia d'amore adolescenziale, se oggi, un attore per altro molto bravo, come Scamarcio, attira miriadi di ragazzine e ragazzi ecco che loro pretendono lui o chi va per la maggiore sul mercato. Dico questo anche perché nel mio film il protagonista è un certo Pascal Zullino, un quasi nessuno per adesso, ma che è un attore straordinario, che nelle presentazioni del film, ha fatto ridere e commuovere tutti, difficile pensare ad un altro attore per sostituirlo ne "Il Rabdomante", loro mi avrebbero imposto qualcuno più conosciuto, ma sicuramente meno bravo di Pascal.
Un'altra opposizione di termini l'hai impiegata parlando di cinema commerciale e cinema d'autore: quanto quest'antinomia ha condizionato la realizzazione de "Il Rabdomante"?
Io volevo assolutamente fare un film per il pubblico. Non mi interessava partecipare a Festival, piccoli, medi o grandi, da sempre ho pensato al film come a un progetto per il pubblico, per la massa. I temi centrali del film, la tenerezza dei protagonisti, la drammaticità della storia portavano il film fuori dagli schemi commerciali dove si deve per forza e solo ridere o rendere lo spettatore "spensierato" per la durata della storia. "Il Rabdomante" credo che sia accessibile a tutti, penso che possa piacere sia ai cinefili più esigenti che al pubblico medio che vuole e ama di più un cinema leggero e di svago. Penso che questo film stia nel mezzo, non vuole essere né un cinema d'autore né tanto meno commerciale, una via di mezzo, che possa comunque emozionare.
Quali sono le esperienze del tuo primo lungometraggio, "Quelle piccole cose", che ti sono tornate più utili?
Beh, sicuramente l'esperienza nella produzione. "Quelle piccole cose" è stato fatto allo stesso modo, forse con più inesperienza e difficoltà. È stata una grande scuola che mi ha permesso di non ricommettere certi errori di valutazione, di tempi, di set. Mi ha portato ad una maturità maggiore per poter affrontare con più attenzione e professionalità questo film.
Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato girando in ambienti reali in un tempo limitato?
È proprio il tempo, il maggior nemico. Avevo una media di 7-8 inquadrature a scena, per ogni inquadratura sapevo di non poter girare più di 3 ciak perché la pellicola era poca, a volte ne giravo sei per un'inquadratura sapendo che poi avrei dovuto girarne solo uno per quella successiva. Per questo facevo prima diverse prove con gli attori, per averli già preparatissimi quando si sarebbe dovuto girare, inoltre ogni inquadratura andava illuminata bene. Carini, bravissimo direttore della fotografia, aveva tutta la mia fiducia e sapevo che avrebbe fatto un ottimo lavoro, così gli concedevo abbastanza tempo per impostare le luci. Insomma le lancette ogni giorno correvano e io non sai quante volte avrei voluto fermarle.
Il soggetto del film affronta problematiche ambientali, sociali ed individuali attraverso l'ironia della commedia e l'atmosfera magica della fiaba. Puoi illustrarci il percorso della sua ideazione ed elaborazione?
Il fulcro era Felice. Felice è un disadattato, un sorta di scemo del villaggio per gli abitanti, in realtà un uomo, come dice la figlia di Harja, che ha un grande dono: di ascoltare l'acqua e l'animo della gente. Da lui siamo partiti per arrivare al suo mondo circostante, il problema dei contadini di avere l'acqua per le piante, per gli animali che altrimenti sarebbero morti. E poi Harja, che non a caso si chiama così, una ragazza dell'est usata, stuprata da un malavitoso e che trova in Felice una possibilità di riscatto, una nuova vita. Con lei abbiamo toccato il tema, molto attuale, dello sfruttamento di queste ragazze che con false illusioni vengono fatte arrivare in Italia per poi essere usate nel commercio della prostituzione, e il tema dell'aborto. La genuinità e la tenerezza di Felice hanno fatto il resto. Ci sono momenti esilaranti in alcuni dialoghi tra loro due, e questo proprio grazie al modo di essere di Felice.
Quale importanza dai e quanto tempo dedichi al lavoro con gli attori?
È fondamentale. Ci lavoriamo già molto prima di partire per il set e poi proviamo e riproviamo prima di girare. Ho la fortuna di avere iniziato come attore e mi è servita moltissimo quella esperienza per poter ricevere dai miei attori ciò che voglio. In Italia ci sono pochissimi registi che fanno un lavoro sugli attori, che sappiano dirigerli. Ecco, io consiglierei a chi si sta affacciando a questo mondo, e vorrebbe fare il regista, di iscriversi prima di tutto ad un ottimo corso di recitazione.
Nel tuo film bene esprimi la soggettività dei protagonisti, in modo più diretto di Felice: ci puoi parlare dell'inquadratura iniziale che tu stesso hai definito "soggettiva del feto"?
È la mia ossessione. La testardaggine di riuscire a immaginare la primissima inquadratura del film come il contenitore di tutta la storia. Immagino lo spettatore che entra in una sala che poi diventa buia e viene assorbito, condotto, in una storia da un momento all'altro. Quella prima immagine che lo invade vorrei che contenesse tutto il senso del film. In questo caso è l'acqua come vita. La vita che nasce nell'acqua e che continua nell'acqua, senza di essa non ci saremmo o moriremmo, siamo fatti prevalentemente di acqua e ci serviamo di lei per vivere. Ecco perché nel film la prima inquadratura è quella di un feto che all'interno della placenta della madre inizia il suo percorso.
Nell'esprimere questa soggettività penso che la figura della madre di Felice sia una bella trovata: intensa per quanto riguarda le dinamiche affettive dei protagonisti e loro punto d'incontro. Ci puoi parlare di questo personaggio?
Felice soffre di schizofrenia, ha delle allucinazioni legate a figure importanti del suo passato, quelle che ha amato di più, in questo caso, nella prima parte del film, alla madre. Molti vi hanno trovato un omaggio a Hitchcock, e questo mi ha fatto molto piacere. Quando Harja scopre che non esiste, ne rimane sconvolta e forse quello mina la fiducia che lei aveva riposto in lui, ma poi quello che succede dopo la riporterà a fidarsi di ciò che aveva sempre avvertito.
La risoluzione dell'intreccio e l'epilogo lasciano un velo di amarezza, un senso di malinconia e solitudine che tendono a ribaltare i toni dominanti della fiaba e della commedia. Puoi accennare alla tua visione in proposito?
Mi sarebbe piaciuto passare improvvisamente da momenti divertenti o di commedia a momenti drammatici, e nel film succede spesso. Ti faccio due esempi su tutti. La scena del quiz televisivo, molto divertente, con la scena successiva drammatica della scoperta della madre, o il regolamento di conti, molto drammatico, con l'uscita dal fienile del sordomuto con in mano la tanto sospirata coppa dell'olio che spezza la drammaticità. Il finale io lo speravo e volevo poetico, spero di esser riuscito a trasmettere questo allo spettatore.
Hai dei progetti per il futuro? E pensi di affidarti ancora al sistema della co-producers per il tuo prossimo film?
Ne ho due, uno già scritto e per il quale ottenni un finanziamento allo sviluppo della sceneggiatura da parte del Ministero, e uno che sto scrivendo adesso, ma sono ancora nella fase di ricerca, interviste e sopralluoghi. Non credo che mi riaffiderò a "The co-producers", due film penso che bastino, è davvero complicatissimo realizzare un film con questa formula anche se lo rifarei, credo di essere diventato a mia insaputa il maggior azionista della Malox per quanti dolori di stomaco. "Il Rabdomante" uscirà a fine settembre, forse siamo davvero riusciti a trovare una distribuzione e questo grazie alle anteprime di Torino, Roma e Lecce dove il film è piaciuto tantissimo.