Daniele Vicari e il nostro Paese
di Giovanna A. Stasi
Quando e come nasce l'idea di girare un documentario sull'Italia di oggi?
L'idea del film nacque quando vidi "L'Italia non è un Paese povero", di Joris Ivens. Un film di cui avevo sentito parlare spesso. In Italia non esisteva una copia integrale del film e quando fu acquisita dalla cineteca del Centro Sperimentale di Roma decisi di vederlo, e da lì nacque l'idea di percorrere le stesse tappe del suo viaggio, ma procedendo in senso inverso: dal Sud al Nord.
Quale Italia racconti nel tuo viaggio?
Sicuramente solo una parte del nostro Paese, quella di cui non si parla molto. Sono raccontati principalmente due aspetti: da un lato il mondo rurale scomparso dall'informazione e dalla cultura e dall'altro quello della grande industria e della sua profonda crisi.
Fai tappa in varie città. Ogni città è metaforicamente la rappresentazione di un problema della società italiana?
In tutte le tappe vengono messi a fuoco problemi specifici, ma rappresentativi di tutta l'Italia; Paese complesso e contraddittorio. Ci sono enormi disuguaglianze rispetto ad altri Paesi europei e soprattutto è ancora molto forte la divisione fra Nord e Sud, sul piano politico, culturale, economico e storico.
Quale lo scopo per te di questo viaggio attraverso l'Italia di oggi?
Uno degli elementi fondamentali del viaggio è quello di riflettere su questa divisione ancora presente e sulle sue contraddizioni. Nel Sud è ancora molto forte l'emigrazione, ma è mutata la sua composizione sociale: la scolarizzazione di chi emigra è molto più alta. Ma allo stesso tempo, il Sud accoglie gente proveniente da altri Paesi. Nel Nord, invece, la situazione è ben diversa: vi è solo l'immigrazione. La realtà italiana è talmente complessa che è stato molto difficile metterla a fuoco, analizzarla. E nel trattare principalmente un problema come il lavoro è stata fatta una precisa scelta narrativa, è forse un'esemplificazione di tutta una serie di questioni presenti nel nostro Paese.
"Il mio Paese", cosa è rispetto al documentario di Ivens?
Il film di Ivens "L'Italia non è un Paese povero" raccontava un'Italia in crescita: era il 1959, anno del boom economico, di grande trasformazione ed entusiasmo. Quando ho visto il film di Ivens, vivevo (e vivo tutt'ora) in un Paese diverso, con una profonda crisi strutturale, culturale, politica, che fa sì che sia più o meno una fase opposta a quella descritta dal regista olandese, nel 1959. Per schematizzare, potrei dire che nel mio film troviamo contrapporsi il boom economico del 1959 e il declino di oggi. Ma non bisogna considerare questi termini in maniera riduttiva, senza sfaccettature.
Dunque l'immagine dell'Italia che dai non vuole essere del tutto negativa?
Assolutamente no. Io credo che ogni periodo di crisi rappresenti una grande possibilità di sviluppo, che l'uomo deve saper cogliere. La crisi è comunque un momento di trasformazione e oggi è molto radicale e forse in questo molto simile al periodo del boom economico, perché l'Italia sta cercando di riposizionarsi nel contesto internazionale e anche socialmente sta subendo notevoli cambiamenti.
Il documentario vuole essere uno specchio dell'Italia di oggi. È ovvio che c'è sempre l'occhio del regista e narratore che indica dall'alto la direzione, anche nella rappresentazione della stessa realtà. Credi che la gente si riconosca nelle storie dei personaggi che racconti?
Innanzitutto mi definirei più che narratore un "dialogatore". Credo ancora nella funzione sociale del cinema, all'importanza di calarsi nella realtà in tutte le sue forme, non solo con il realismo, ma anche con altre forme narrative, confrontandosi con quello che accade nel mondo, tanto più per un documentario che deve farsi permeare da più punti di vista. E credo che includere nel punto di vista del regista quello di più persone sia una grande opportunità di comunicazione. Già a Venezia, dove è stato presentato il film come evento speciale, c'è stata una grande empatia con il pubblico.
C'è qualcosa che accomuna gli abitanti dell'Italia di oggi con quelli del 1959?
Sì certamente. Se nel 1959 si parlava di boom economico, in realtà si fotografava solo un lato della realtà di quegli anni. La società era viva, ma "retrograda" a livello culturale. Così come riduttivo è definire in declino questa nostra epoca. La situazione è più complessa di quanto appaia. E la gente che reagisce a questo declino con la stessa tenacia di allora rappresenta un'oggettiva speranza per il futuro.
Ti definiresti un "documentarista politico-sociale"?
Mi definisco semplicemente un regista cinematografico, non un documentarista. Tra il fare film di finzione e documentari per me non c'è che un'unica differenza di metodo, anche se non mancano i punti di contatto. Ad esempio "Velocità massima" (2002) e "L'orizzonte degli eventi" (2005) nascono da ricerche che hanno prodotto documentari e da questi il film. Diciamo pure che il film-documentario, come lo concepisco io, ha a monte una ricerca e poi una sceneggiatura, è questo che lo differenzia da un reportage televisivo, che è solo fatto all'impronta, senza una scrittura a monte.
Quale è stato il lavoro di ricerca fatto a monte per la costruzione del film?
Per "Il mio Paese" e per il cinema che io faccio è fondamentale la collaborazione con altre persone, che comprendano il mio metodo di lavoro. In questo caso Gregorio Paonessa, produttore del film e Antonio Medici, sceneggiatore, mi hanno appoggiato durante i lavori di ricerca, non solo per trovare luoghi e persone da documentare, ma durante la messa a fuoco del film, cercando di capire insieme cosa stessimo raccontando.
Come definiresti il tuo modo di fare cinema?
Lavorare molto e con una buona troupe di collaboratori, che condividano la passione per uno stesso lavoro.
Cosa ne pensi del cinema in Italia?
Il cinema in Italia vive una grande contraddizione: da un lato molti giovani cineasti che amano fare cinema, non solo come occasione di affermazione sociale, ma soprattutto per proporre una visione del mondo. E dall'altro lato c'è la crisi strutturale dell'industria cinematografica che è totalmente legata alla politica e per questo condannata a seguire questo andamento altalenante del rapporto con la politica. Non c'è nessuna continuità della politica culturale. Non c'è una regolamentazione di mercato chiara, per cui basta una crisi di Governo per far crollare la promozione cinematografica. E questo è ridicolo!
La distribuzione del tuo film?
Il film doveva essere distribuito da Rai Cinema, ma non fu così e il produttore Gregorio Paonessa della Vivo Film, decise di seguire una via alternativa, coinvolgendo l'Unione circoli cinematografici Arci (Ucca), che ha una rete di 200 circoli Ucca e circa 5500 circoli Arci in tutta Italia. Sono molto contento che sia andata a finire così, perché il film sta avendo una distribuzione molto capillare, grazie all'Ucca ed ai suoi circoli e grazie a Gregorio Paonessa. È importante anche che la distribuzione venga fatta in più formati (pellicola, dvd, beta digitale e sp) poiché questo significa dare la possibilità a tutti di proiettarlo, anche ai circoli più piccoli e nei paesini più sperduti d'Italia. Pensa che sono nato come regista proiettando film in piccoli paesi dell'Abruzzo e credo che appunto per questo sia necessario portare il cinema, e in questo caso il documentario, in questi luoghi, a volte sperduti.
Al termine del film il sociologo Bettini ti accompagna in un viaggio attraverso i canali del Petrolchimico di Venezia, aprendo una riflessione sull'importanza di trovare quello slancio di un tempo, non rinnegando il passato e lanciandosi con coraggio verso il futuro. Condividi questo modo di pensare al futuro?
Io per motivi di formazione culturale e psicologica credo che non pensare il futuro sia un atteggiamento deprecabile, significherebbe condannare ad un pessimo destino le giovani generazioni. C'è un dovere della società di immaginare un futuro migliore, che però si scontra con un presente colloso, pieno di difficoltà, difficile da comprendere. E in questo presente, problemi come il lavoro devono far riflettere la società e soprattutto gli intellettuali, che in questi ultimi 20 anni si sono chiusi dentro teorie piuttosto risibili. Se la mia voce alla fine del film sostituisce quella di Bettini, è proprio perché io faccio mie le sue considerazioni sul futuro.
"La mia Patria attuale" è la canzone che chiude il film, di Massimo Zamboni, cantata da Nada. Perchè questa scelta?
Massimo Zamboni, mio amico, ha curato la colonna sonora del film, appositamente per
"Il mio Paese". "Cambierà, si cambierà, già prima di domani, svegliandosi". In questi versi della canzone, che chiude il film, sta tutta la speranza verso il cambiamento. Ma è una speranza vissuta attivamente, senza disincanto, e con senso critico verso il futuro.
Note:
L'intervista è tratta dal sito ufficiale dell'UCCA (www.ucca.it), Unione Circoli Cinematografici Arci, che ha distribuito Il mio Paese in tutte le sale e i circoli italiani.