Alice Arecco e il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina
di Gianluca Moro
Cominciamo subito da una domanda forte. Che cos'ha di diverso questo festival che non hanno gli altri?
Innanzitutto si concentra sulle cinematografie trascurate da altri festival, non tanto mostrando film generici dei tre continenti, ma concentrandosi sul cinema più indipendente. Ad esempio, in Asia non tanto il Giappone o la Corea, quanto le Filippine, la Malesia o la Thailandia. Inoltre, è l'unico festival in Italia che tratta specificamente il cinema africano. Da tre anni ha esteso il suo sguardo anche all'Asia e al Sud America, a tutto ciò che è considerato "Sud". Occorre sfatare questo mito di un Sud povero anche artisticamente: nonostante le difficoltà delle situazioni politico-sociali, viene proposto spesso un cinema in molti casi maturo, di grande qualità.
Perchè fare oggi un festival sulle "altre culture"?
L'idea è nata dalla volontà del C.O.E. (Centro d'Orientamento Educativo), una Ong, che 17 anni fa ha scommesso su questo festival, comprendendo l'urgenza di un'apertura verso le culture lontane e spesso mal conosciute. Mi sembra che abbia colto nel segno.
Pensi che esista ancora, se non nella critica, una resistenza del pubblico "di massa" a queste cinematografie?
A giudicare dal successo del pubblico negli ultimi due anni, direi di no. Le sale piene anche per i documentari, tradizionalmente disertati dal pubblico non avvezzo, hanno dimostrato un interesse ampio. Ovviamente, è un pubblico in parte già preparato, ma ci sono stati anche molti curiosi, e non solo i classici "cinefili". Inoltre, penso che l'aumento di interesse nasca anche dal fatto che festival come Cannes e Venezia hanno reso noti al grande pubblico alcuni di questi autori.
Puoi fare qualche esempio?
Su tutti, direi due registi: Rachid Bouchareb con Indigènes (Algeria - Francia), che è stato a Cannes nel 2006 e in anteprima nazionale italiana qui al festival di Milano; Mahamat-Saleh Haroun con Daratt (Ciad – Francia), presentato a Venezia nel 2006 e ora al festival di Milano. Il primo film parla di una vicenda scomoda per la Francia: la questione dei soldati algerini che hanno combattuto per l'esercito francese durante la Seconda Guerra Mondiale e hanno perso la pensione per un decreto dell'ultimo governo; il secondo parla della fine (infinita!) della guerra civile che ha martoriato il Ciad, un conflitto di cui da noi si parla molto poco. Il film narra la storia di un ragazzino che va alla ricerca dell'assassino del padre, ma alla fine il perdono avrà la meglio sull'odio. È importante sapere che entrambi i film usciranno nelle sale italiane.
È sicuramente difficile proporre un discorso organico per tre continenti così diversi: tuttavia, ritieni che esistano delle differenze visibili tra le tecniche e i linguaggi espressi in queste cinematografie e quelle europee? In molti casi, ripeto, predomina una grande maestria tecnica paragonabile alla nostra.
Ad esempio, il cinema sudamericano, seppur con le dovute differenze, è da sempre più vicino allo stile e alla sensibilità europee o nordamericane. Più lontano dal nostro è lo stile dei film asiatici presenti al festival (come quello filippino o quello malese in concorso), che presentano le tipiche caratteristiche di lentezza delle azioni e dettaglio dei gesti e degli sguardi, l'insistenza sui paesaggi e i tempi dilatati. In Africa occorre parlare di almeno due cinematografie: quella del Maghreb, che risente dell'influenza del cinema francese (spesso sono coproduzioni), e quella del Sud Sahara, dove esistono ancora oggi notevoli problemi produttivi. Le idee sono interessanti, ma spesso i soldi davvero pochi! Daratt è un buon esempio di un compromesso tra le grandi produzioni europee e un linguaggio che resta fedele alle origini africane.
Del resto il cinema ci ha insegnato che spesso le idee migliori nascono da ristrettezze economiche, divieti, censure… Quali sono state le tematiche prevalenti di quest'anno?
Le riflessioni sociali estreme con punti di vista particolari, sguardi diversi rispetto ai nostri luoghi comuni, come in Making off di Nouri Bouzid, la storia di un ragazzino che in Tunisia vuole fare il ballerino, ma alla fine diventa un kamikaze. Chi non raggiunge i sogni e vive in uno stato di povertà viene spesso adescato da organizzazioni terroristiche: in questo genere di film, possiamo assistere al punto di vista degli arabi nei confronti del terrorismo, considerato una vera e propria piaga sociale.
Un commento sul film vincitore.
Ha vinto El rey de San Gregorio, di Alfonso Gazitúa, regista che ha trascorso diversi anni nelle comunità di portatori d'handicap. È la storia d'amore tra un ragazzo e una ragazza disabili. Una sorta di Romeo e Giulietta, con tanto di ostacoli delle famiglie e mancanza di comunicazione. Lo sguardo del regista è interno, data la sua esperienza nella vita reale, e per questo molto partecipato, da qui a volte qualche leggera indulgenza nel "sentimentale". Comunque i due interpreti principali sono straordinari: lui è davvero un disabile, lei è un'attrice che è stata a lungo con la ragazza disabile, di cui interpreta la parte nel film.
Il tuo preferito al festival?
El violin di Francisco Vargas (Messico), sulla persecuzione dei separatisti nel Chapas, dove si intrecciano le storie individuali e il destino del popolo intero: l'attore protagonista è eccezionale e il tutto è avvalorato da una splendida fotografia in bianco e nero. Del resto, devo ammettere che sono affascinata dalla nuova cinematografia sudamericana che, grazie anche alle sue ottime scuole di cinema, ha partorito registi che con pochi soldi riescono a raccontare temi forti con una grande maturità estetica e originalità.
Un cortometraggio che ti ha colpito?
Certamente Sabah elfoll!!! di Sherif Elbendary, tratto da una pièce di Dario Fo. È la storia di una donna egiziana che deve andare al lavoro, ma allo stesso tempo si deve occupare del figlioletto. La donna è in preda a un'ansia raccontata in modo originale dal regista, tanto che siamo avvolti in questo suo problema fino a che la donna scopre che è venerdì, il giorno di festa!
Propositi per la prossima edizione?
Fare un festival ancora più bello, e personalmente andare a Cartagine per il festival del cinema africano a novembre e, se sarà possibile, anche al festival panafricano Fespaco a Ouagadougou nel Burkina Faso, per l'edizione del 2009.
Il nome è impronunciabile… ti auguro di non perderti in mezzo al sole!
Porterò una bussola, e poi ormai conosco l'Africa a memoria…