Terry Gilliam al SciencePlusFiction di Trieste
di Piervittorio Vitori
Davvero in Italia non potete fare satira sul Papa? Perché? Perché Berlusconi controlla le tv? No? E perché, allora? Cerchiamo di spiegargli il ruolo e l'influenza che ha il Vaticano nella nostra società, ma lui proprio non riesce a capire: Ma avete sempre avuto il Vaticano! E in passato è stato deriso, attaccato... Ho sempre pensato che gli italiani avessero un atteggiamento molto più pragmatico nei confronti del Papa: insomma, è sempre stato lì, he's the guy! Lo sanno tutti come funziona la Chiesa, anche dieci anni fa era così… Nemmeno serve spiegargli che con Ratzinger il clima è diverso rispetto a quando c'era Woytila. Terry Gilliam, il ribelle, il contestatore, l'uomo che nella Gran Bretagna del '79 si permise, insieme agli altri cinque Monty Python, di parodiare la vita di Gesù con Brian di Nazareth (Ma siamo stati molto attenti a non farne una satira di Cristo: era una satira della società che gli stava intorno), non si capacita del fatto che nell'Italia del 2006 ci siano argomenti preclusi all'esercizio di quell'ironia che lui definisce l'unico dio in cui credo.
L'occasione per questa chiacchierata tra cinema ed attualità è fornita dalla presenza a Trieste del regista oramai britannico (ho definitivamente rinunciato alla cittadinanza americana nel gennaio 2006, ha ricordato), come ospite dell'ultima edizione di SciencePlusFiction. Gilliam, rilassato, in camicia bianca ed infradito, è giunto in città nella serata di venerdì 24 ottobre, in tempo per ritirare uno dei due premi Urania alla carriera di quest'anno; l'altro è andato ad Enki Bilal, anche lui ospite del festival (Una persona incredibile, un genio. Non vedo l'ora di conoscerlo, si entusiasma Gilliam). La consegna del riconoscimento è anche la prima occasione che ha il pubblico triestino di rivolgere qualche domanda all'ex Monty Python alla fine della proiezione del suo ultimo film, quel Tideland che da noi aspetta ancora di trovare un distributore. Una bambina che prepara le dosi di eroina per i genitori tossicodipendenti (che quasi subito muoiono, ma almeno il cadavere del padre lei se lo tiene amorevolmente in casa) ed un rapporto ai limiti della pedofilia tra lei ed un uomo mentalmente disturbato, non sono in effetti gli argomenti migliori per convincere gli addetti ai lavori e il pubblico a scommettere una volta di più sul talento del regista. E il discorso evidentemente non vale solo in Italia, visto che dopo le prime proiezioni festivaliere tra Canada, Stati Uniti e Gran Bretagna, Gilliam si è risolto ad aggiungere in testa alla pellicola un frammento introduttivo in cui lui in prima persona si rivolge agli spettatori. A svelarlo (perché la copia del SPF era priva di questa "intro") è stato prima della proiezione il direttore della fotografia Nicola Pecorini, il Sancho Panza che ha tenuto compagnia a Chisciotte/Gilliam anche nel botta e risposta con il pubblico dopo il film, mentre Dulcinea/Maggie Weston (moglie del regista e costumista già per i Monty Python) sorrideva in prima fila.
Non voglio indirizzare il giudizio del pubblico circa il film, ha precisato Gilliam, ma solo suggerirgli lo sguardo con cui avvicinarvisi, lo sguardo innocente di un bambino che per questo è incapace di identificare il pericolo e distinguere il bene dal male. Trovo che i bambini e i matti siano gli unici in grado di avere uno sguardo libero, puro sul mondo. Molta curiosità ha suscitato, data la presenza di temi e scene che rischiano di turbare le anime sensibili, la performance della giovanissima protagonista. Il regista si è divertito a rievocare, tra il serio ed il faceto, la strada che lo ha portato a Jodelle Ferland. Quasi alla fine della fase di pre-produzione non avevamo ancora trovato l'interprete giusta, perchè nessuna tra quelle provinate aveva negli occhi quel dolore che ritenevo necessario per rendere il personaggio di Jeliza-Rose. Ero arrivato al punto di chiedere ai miei collaboratori di dare un'occhiata ai giornali per vedere se ci fossero notizie su incidenti stradali in cui una bambina avesse perso la famiglia... Poi arrivò questa cassetta da Vancouver e così trovammo questa bambina con questi occhioni... Pensavo di avere scoperto un talento sconosciuto, poi scoprii che Jodelle recita da quando aveva 4 anni. E, sempre stando a Gilliam, sembra che Ferland abbia già imparato molto dalla sua pur brevissima carriera. Sul set era forse la persona più matura: noi giocavamo con il mestiere, gigioneggiavamo e cercavamo di far giocare anche lei, che al contrario era molto professionale. Alla fine è stata responsabile di molte scelte: c'era sì uno script, ma capitava che lei venisse da noi e ci proponesse modifiche che non potevamo non accettare. Quasi inevitabile che spuntasse un confronto tra Tideland e il contemporaneo (quanto a periodi di riprese) I fratelli Grimm: È stata una pessima esperienza, il che è un po' strano visto che di solito ad Hollywood ho sempre avuto il controllo dei film che facevo. Ma in effetti qui non si trattava tanto di Hollywood, quanto dei fratelli Weinstein… Comunque io mi sono trovato male, Nicola è stato licenziato… Forse l'unico che ne è uscito contento è stato Daniele, dice rivolgendosi a Daniele Auber, giovane concept designer triestino che, I fratelli Grimm a parte, ha in curriculum titoli come Harry Potter e la pietra filosofale. Auber sorride: In effetti con i soldi guadagnati per quel film mi sono potuto permettere il trasferimento a Los Angeles, per cui almeno io non ho di che lamentarmi.
All'incontro in sala del venerdì è poi seguito quello pubblico di sabato mattina al caffè Tommaseo. Tra l'uno e l'altro, com'era logico aspettarsi, si è sviluppato anche il discorso sul passato (remoto) e sul futuro (prossimo) del regista. Tornare indietro, per Gilliam, significa naturalmente rievocare il periodo dei Monty Python, ma anche, prima, quello di assistente di Harvey Kurtzman a New York, nella redazione della rivista Help!. Lui era un dio per molti di noi disegnatori, nell'America di quel periodo: aveva creato Mad, poi era passato ad altre testate... Gli autori della scena underground di fine anni '60, Robert Crumb, Gilbert Shelton, venivano a New York quasi per venerarlo, ed io fui tanto fortunato da diventare suo assistente ad Help!. Harvey concepiva le strisce come film, nel senso che applicava tecniche cinematografiche al fumetto, cosa che all'epoca nessuno aveva ancora fatto. Quindi imparai queste tecniche sfogliando i suoi fumetti, invece che guardando film. Ed immagino di dovergli anche la conoscenza della parodia, perchè se ti accingi a volgere qualcosa in commedia, o in satira, allora devi tenerne presente tutti i dettagli, sfruttare quelli giusti, e quindi devi comporre immagini ricche di elementi significativi per dare credibilità a ciò che fai: questo è quello che mi insegnò. E poi passai al cinema e lui ci rimase male, si sentì come il maestro superato dall'allievo... Ma tra i fumetti ed il cinema ci fu la televisione, e quindi appunto il trasferimento oltre oceano e l'incontro decisivo con quei cinque ragazzi britannici: Quello del Flying Circus fu un periodo straordinario: eravamo sei persone che avevano il totale controllo di ciò che facevano, all'epoca la BBC ci lasciava briglia sciolta. Non ci preoccupavamo del pubblico, dei focus groups: l'unico criterio per scegliere il materiale era che divertisse noi. Ci piaceva uno sketch? Lo mettevamo. Non ci piaceva? Lo scartavamo. C'era una chimica straordinaria: toglievi via un elemento e il resto iniziava a crollare. È bello vedere come anche oggi ci siano persone che amano quei lavori. L'apprezzamento costante è anche una garanzia economica in vista della vecchiaia; in effetti è grazie ai soldi fatti allora che adesso posso permettermi pause così lunghe tra un film e l'altro. Quando gli chiedono se a suo giudizio è ancora possibile una satira così graffiante al giorno d'oggi, Gilliam si dimostra ottimista: Quanto al materiale, ritengo che la situazione sia la stessa, che ci siano ancora fonti di comicità "cattiva": penso a South Park, che certo non è politicamente corretto, ed è fantastico. Penso che si possano considerare i figli dei Python. Dal canto suo, non esclude del tutto l'eventualità di un ritorno alla tv: Finché sarò in grado di trovare soldi per fare film per il grande schermo me ne starò lontano dalla televisione. Forse è un po' stupido, perché se vuoi comunicare qualcosa con la televisione raggiungi un pubblico molto più vasto, milioni di persone; ma io amo il grande schermo, nonostante la maggioranza delle persone veda i miei film sul televisore di casa grazie ai lettori dvd… Questa è l'ironia della situazione. Ma la televisione rimane sempre una possibilità. Ma ovviamente i fan sperano che il prossimo lavoro sia diretto alle sale cinematografiche, anche considerando che nel suo caso il numero di progetti abortiti o accantonati quasi pareggia i titoli della filmografia effettiva. C'è quindi una discreta curiosità attorno ai piani del regista per il futuro, e se il vecchio progetto di Watchmen (dalla graphic-novel di culto di Alan Moore) è attualmente nelle mani di Zack Snyder, Gilliam ritorna a parlare di quel The Man Who Killed Don Quixote iniziato nel 2000 per venire subito funestato da catastrofi di ogni tipo e finire quindi al centro di Lost in La Mancha di Keith Fulton e Louis Pepe, praticamente il making-of di un film che non c'è: Ho appena parlato con Jeremy Thomas [il produttore, NdR], e mi ha detto che entro Natale dovremmo riavere i diritti del film. C'è già il 20% del budget, ma Jean Rochefort ha il culo rotto e Johnny Depp nel frattempo è diventato una superstar, quindi chissà quando sarà libero… In realtà, dice, ci sono tre progetti in ballo, ma chissà… Good omens?, chiediamo: Costa troppo, ma ho per le mani un copione appena scritto che presume un budget di 20 milioni di dollari. Ma non ne voglio parlare, per il momento: nemmeno mia moglie sa ancora di cosa si tratti.
Il terzo capitolo di questa serie di incontri ha luogo sabato pomeriggio al Cinecity, la struttura che ospita il festival. Dovrebbe essere un incontro con la stampa, ma l'esiguo numero dei presenti (una mezza dozzina, compresi lui e la sua traduttrice - forse agli altri colleghi è bastato l'incontro mattutino) lo trasforma in una chiacchierata molto distesa ed informale. Ancora più intima quando riusciamo a farci ospitare dal direttore della multisala nel suo ufficio e ad abbandonare quindi l'atrio, dove il dialogo era reso improbo dalla massa di bambini vocianti che si affollavano a vedere l'ultimo film di Aldo, Giovanni & Giacomo. Aaaahh, tranquillo!, sorride Gilliam dando fondo al suo italiano, per poi aggiungere sussurrando: Adesso possiamo parlare così, piano, come faceva Fellini… Nel frattempo in sala stanno proiettando Jabberwocky (il suo primo film da "solista" e l'unico, Tideland a parte, a non essere stato distribuito in Italia), e lui è reduce da qualche battuta di presentazione del film: Mentre lo giravamo, buona parte della troupe era impegnata anche sul set di un altro film, una pellicola di fantascienza in cui credevano in pochi. Però, poco dopo che questo film uscì, i ragazzi smisero di indossare le magliette di Jabberwocky ed iniziarono a girare con quelle di quest'altra produzione: era Star Wars.... E proprio da Jabberwocky riprende il nostro discorso: storia di ambientazione medievale/fantasy con protagonista un Michael Palin eroe controvoglia, richiama per forza alla mente il precedente film dei Monty Python, Monty Python e il sacro Graal: È curioso, perché all'epoca consideravo Jabberwocky come un film di transizione, la mia via di fuga dai Python. Ed ero convinto di realizzare comunque qualcosa di diverso dai nostri lavori: però alla fine è medievale, è comico, ha ancora al suo interno degli elementi dei Monty Python, il loro tipo di comicità lo ritrovi lì. Per cui in definitiva è al cinquanta per cento qualcosa di mio e al cinquanta per cento qualcosa dei Monty Python. Anche per questa ragione si tratta del suo film più ironico e grottesco, e ne approfitto per chiedergli in cosa consista secondo lui la differenza tra questi due registri: Sono due cose molto diverse tra loro. Mi piace il grottesco perché è più estremo; mi piace essere un cartoonist, il cartoonist realizza disegni grotteschi, ogni volta che disegni distorci, e quando distorci crei questo senso del grottesco. E l'ironia è una cosa molto diversa… L'unico dio in cui credo è il dio dell'ironia, perché questa è la vita: proprio mentre pensi che stia andando da una parte, ecco che va dall'altra. Esattamente quello che accade nel finale del film a Dennis, il protagonista: Beh, è questo che mi interessava ed è il motivo per cui definisco il film come la collisione tra due fiabe: perché lui ottiene il lieto fine della fiaba, la bella principessa e metà del regno, ma ciò che vuole è qualcosa di così banale, la ragazza grassa… Quello che mi intrigava era scrivere una storia su un tizio privo di immaginazione, e infatti il suo desiderio è ridicolo, così patetico… Mi viene da dire che se si trovasse oggi in America, il suo sogno sarebbe quello di possedere il miglior salone di auto usate di Des Moines, in Iowa. La sua ambizione è molto terra-terra, ma finisce dentro a questa fiaba, con tutto lo spettacolo e gli elementi fantastici… Mi piace ancora questa idea, magari un giorno ne farò un remake e nessuno si renderà conto che si tratta della stessa storia.
La domanda su Brian di Nazareth e sull'attuale stato della satira in Italia innesca le perplessità citate all'inizio, anche se Gilliam ammette qualche consonanza con la situazione americana: Capisco, è quello che sta succedendo anche in America, con la destra cristiano-evangelica che sta diventando fanatica. Credo sia una reazione al materialismo, a questo eccesso di consumismo. Quindi da un certo punto di vista sono quasi d'accordo con qualcuno di loro, nel momento in cui il tentativo è quello di tornare ad un valore che sia più dell'avere l'ultimo modello di iPod. La gente è alla ricerca di qualcosa, e questo è positivo. Ma perché dite che non potete fare satira? Insomma, Moretti? E Dario Fo, cosa sta facendo? In effetti spiegargli la situazione non è semplice, e comunque Il problema in Italia non è il mio problema, dovete risolverlo da soli. Meglio allora tornare a parlare di cinema. Magari del suo rapporto con la fantascienza ed il fantasy/fiabesco, i due universi cui si è maggiormente dedicato: Non sono sicuro di fare della fantascienza, ad essere sincero. Voglio dire, ambiento le mie storie in periodi diversi, a volte nel futuro, ma penso che film come Brazil non siano nemmeno nel futuro: è in parte futuro, in parte passato, in parte presente. Ed anche L'esercito delle dodici scimmie: nuovamente è futuro, passato e presente allo stesso tempo. E d'altra parte non sono neanche sicuro di fare fantasy, perché la maggior parte di quello che vedo in giro sembra essere un modo per scappare in un altro mondo. Invece con i miei film non vai mai completamente in un altro mondo, piuttosto si guarda alla battaglia, si esplora il confine tra due mondi. I personaggi tendono alla fantasia, ma poi ritornano alla realtà e nessuno ne fugge del tutto. Immagino sia scontato come ci sia bisogno di entrambi questi aspetti nella propria vita: se vivi solo di fantasia sei come Sam in Brazil, "fantasista" nella mente e prigioniero nel corpo. Si tratta di trovare un equilibrio esplorando questo territorio, e penso che nessuno lo faccia nel modo in cui lo faccio io, perché è proprio in questa dimensione dei film che metto più di me stesso. Gli si obbietta che per affrontare questi temi sarebbe meglio una carriera da psicologo. Sarebbe molto meglio, verrei pagato per questo! Ma se mi chiedi di analizzare razionalmente quello che faccio, non posso: lavoro in maniera più istintiva, a livello del subconscio. Presumo di essere ragionevolmente intelligente, equilibrato, di possedere molte nozioni, ma lavoro senza preoccuparmi delle strutture che producono senso… Nel momento in cui le cose cominciano ad avere troppo senso, sento il bisogno di confonderle. A volte trovo interessante l'esperienza di lavorare ad un film perché ho la sensazione di non essere io a girarlo, ma che il film esista già ad un livello quasi platonico e cerchi di essere realizzato, e che quindi io sia solo il meccanismo deputato a farlo. E se consideri che si commettono grossi errori, si verificano disastri, a volte tutto sembra andare nella direzione sbagliata… allora penso che il mio lavoro consista nel cavalcare la tigre.
Infine sul digitale: È solo un'altra tecnica, un altro strumento che devi imparare ad usare. Mi piacciono gli effetti digitali, il problema è che non mi piace che sembrino digitali: allora cerco di corromperli, di renderli meno perfetti. Il problema nel lavorare con il digitale è che ti metti nelle mani di altre persone, gli animatori, che perciò hanno un grosso potere e tendono a fare cose bellissime. Ma il risultato non è reale, per conto mio, è come un cartone animato, fantasia. Per fortuna ho una mia compagnia, così posso lavorare al computer in prima persona e distruggere i bei lavori fatti da altri. Ma penso a King Kong di Peter Jackson: tecnologicamente è straordinario, è incredibile quello che c'è dentro, così complesso e ben fatto... ma non ha la magia dell'originale. Quando tu vai a teatro o ad uno spettacolo di marionette, devi metterci del tuo perché la vicenda diventi reale, e se lo fai diventi più coinvolto e lo spettacolo ha su di te un maggiore impatto. Con Peter Jackson sei solo un osservatore, non ti è richiesto di sforzarti per ottenere la percezione del reale, è tutto già lì! Gli faccio notare che è più o meno quello che ho pensato quando vidi I fratelli Grimm e lo confrontai con la naivetè de Le avventure del Barone di Munchausen. Probabilmente hai ragione, sì. C'è una scena, in Munchausen, che amo particolarmente per come l'abbiamo girata: è quella in cui il teatro viene attaccato, il palco crolla e Sally trova il barone disteso tra le braccia della Morte. E quando lei entra in campo, si trova proprio sul set del teatro, ed è magico! Volevo creare proprio questo tipo di mondo un po' teatrale ed un po' irreale, in cui entri e spetta a te renderlo reale. Robert Zemeckis sta girando un film, Beowulf, in cui utilizza la motion capture come già in Polar Express, ma in maniera ancora più complessa. Ed ha appena stipulato un accordo con la Disney che porterà alla realizzazione di uno studio che permetterà l'utilizzo di tecnologie ancora più sofisticate. Girare film così significa che vengono piazzate queste marcature sugli attori in modo che loro poi vanno in scena e il regista può semplicemente dire: ok, adesso voglio stringere, e quindi prendere il dettaglio che gli interessa. Credo che questo dia troppo controllo al regista, perché, per conto mio, parte dell'interesse nel fare film sta in questa sorta di conflitto che a volte si verifica tra il regista, gli attori e gli elementi fisici del set: è lì che l'energia viene fuori, che nasce l'elettricità. Se il regista ha un controllo totale finisce come con l'ultimo Star Wars: terribile, non ce l'ho proprio fatta a vederlo! Non c'è vita in questi film… Invece io cerco di trovare un equilibrio, mi piace lavorare con attori in carne ed ossa: ti sorprendono ogni giorno, non agiscono come ti aspetti che facciano. Quindi devi costantemente riflettere su quello che fai, non si tratta solo di girare una scena con la garanzia che tanto poi puoi modificarla come vuoi… Il digitale è parte del futuro del cinema, ma probabilmente non del mio.
A questo punto Gilliam deve congedarsi: lo ritroveremo un'ultima volta in serata, per la presentazione de L'esercito delle dodici scimmie, quando gli organizzatori gli faranno trovare in sala una piccola porzione di marciapiede fresco su cui lasciare un'impronta, a mo' di walk of fame. Il regista si presterà divertito, con la stessa disponibilità con cui ha accolto i nostri assalti lungo queste 24 ore, prima di salutarci nella notte triestina e dirigerci, speriamo, verso nuovi mulini a vento di celluloide.