Amos Gitai: l'altra voce d’Israele
di Mario Bucci
A Foggia per presentare il suo ultimo film, Free Zone (2005), durante la manifestazione I percorsi della seta, serie di incontri organizzati dall'Associazione culturale Falso Movimento, il regista israeliano, ma francese di adozione, Amos Gitai ci concede questo incontro in compagnia di una tazza di the, sorseggiata con calma tra un riflessione e l'altra. All'apparenza duro ed ostile, una volta intavolato il dialogo, così rimane, per un po' di tempo, quasi a voler prendere le misure di chi ha di fronte, per poi lasciarsi andare, magari dopo aver superato le domande più comuni o, visto il suo cinema, le più dovute. In attesa di incontrarlo, intanto, Amos mi invita a partecipare ad una discussione con una giornalista locale sulla difficile questione politica del Medio Oriente, sulla quale si esprime in maniera singolare, ma ben chiara. Io non posso togliere il lavoro ai politici, se noi registi o scrittori ci mettessimo a fare il loro lavoro nelle relazioni internazionali questi poveri ragazzi rimarrebbero disoccupati! Ma non è solo in Medio Oriente che c'è questa situazione, non ci sono abbastanza politici decenti neanche in Europa. La telecamera sta diventando il feticcio del nostro tempo, ed un politico non parla se non ha davanti una telecamera, e le immagini che ci fanno vedere sono sempre immagini di violenza, perchè sono spettacolari e in Medio Oriente, per questo motivo, c'è la più alta concentrazione di videocamere che nel resto del mondo: ecco perché sembra che ci siano problemi solo in Medio Oriente. Ho appreso la settimana scorsa della morte di 400 mila persone nel Daffur, ma non se ne è saputo niente a livello mondiale. Dovremmo comprare una pagina di Le Monde per far pubblicare questa notizia. Mentre sul Medio Oriente si tratta ormai di una vera soap opera. Non so se è negativa o positiva questa influenza dei media, sta di fatto che il conflitto tra israeliani e palestinesi è diventato una sorta di peep show, come in quei posti in cui alla gente non piace fare sesso ma gli piace guardarlo. Ecco cosa accade nel mondo, nessuno fa qualcosa di politico per questo conflitto, ma a tutti piace parlarne e leggerne in modo "rappresentativo" per tutto il mondo. Sono comunque dell'avviso che gli israeliani si devono ritirare dai territori occupati e che i palestinesi devono poter esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione. I colloqui sono qualcosa di razionale, ma qui si è arrivati ad una situazione di tale misticismo che la parola pace viene confusa solo con la pace ultraterrena.
Per Antononi lo era dei sentimenti, per Pasolini delle classi, per Spike Lee lo è delle razze, per Godard e de Oliveira lo è del linguaggio, mentre per te lo è della religione…Ma il problema dell'incomunicabilità è davvero un problema per il genere umano, o non è anche giusto che tra due persone non ci sia comunicabilità?
In qualche modo, il dialogo, la comunicazione esiste sempre, il confronto pure. Nel mio paese ci sono delle musiche israeliane con forti influenze arabe, e questa per esempio è una forma di incontro dove non vi è apposto nessuno slogan che la metta in risalto. Il cinema, e l'arte in particolare, necessitano di una forma di dialogo e di interazione fra le parti, perché sennò sarebbe arte e cinema a senso unico. In alcuni miei lavori, Kippur (2000) Kadosh (1999), Kedma (2002), ho cercato infatti di mettere insieme differenti culture, anche sul set, perché il cinema è una forma di dialogo.
La tua posizione di dissidente cinematografico la senti ancora viva, forte, o hai abbassato il tiro?
Questo non è molto importante, perché sai che alla gente piace mettere un timbro sulle persone: questo è israeliano, questo è tailandese, e così ci mettono una bandiera sopra. Io credo di avere molto in comune con Ari Kaurismaki in Finlandia o Abbas Kiarostami in Iran, e con tutti quei registi i cui paesi sono in guerra. Sì hai ragione a dire che esiste un gruppo di registi che sono in disaccordo con le forme dominati di produzione cinematografica, commerciale, fatta solo per il box office e i soldi facili, e che preferisce interessarsi allo spirito delle cose, degli esseri umani, a quello che c'è dietro.
Qual è la tua posizione nei confronti del tuo paese e della sua cultura? Tuo padre dovette fuggire dalla Germania per rifugiarsi in Israele, poi negli anni Ottanta tu ti sei visto costretto a fuggire da Israele…
Io credo che ovunque, e quindi non parlo solo del mio paese, ciclicamente, ogni tanto, un gruppo consistente di persone si sposta da un luogo all'atro. Immagina che nelle Filippine esistono società che durano una generazione, e poi distruggono tutto quello che hanno costruito. In fondo è come la storia di un qualsiasi italiano che vive a Roma o che vive a Londra, per esempio Brian De Palma: in fondo è un americano ma si chiama De Palma. Con gli Stati moderni, nel mondo, la gente adesso è davvero frammentata, suddivisa per nazionalità.
Ma il tuo cinema lotta contro il senso della storia?
Ricordo la tua domanda! Stavo solo girandoci attorno, mi diverte lottare con l'intervistatore!
È un tipo di intervista che piace anche a me…
Ok va bene così allora… Esistono dunque queste suddivisioni, e il cinema non vuole distruggere questa visione, ma opporsi al suo uso politico, e utilizzarlo in senso artistico. La frammentazione è fondamentale, come per James Joyce ricordi, a Dublino? Lui che veniva da una famiglia cattolica, e aveva tante altre ragioni per usare questa frammentazione e riversarla nella letteratura, con l'Ulisse, dove la scrittura è frammentata, ma anche il mondo è frammentato, e la memoria. E così è il cinema, perché è fatto di frammentazioni: tu hai il montaggio, e puoi rubare un solo frammento di storia. Certo, tutti vogliono la narrativa nel cinema, ma avere una bella storia non è detto che ti faccia fare un buon film, se non c'è un forte elemento emotivo delle persone.
Ma preferisci le storie?
Preferisco le storie frammentate!
Ti ho fatto questa domanda perché giri anche molti documentari e quindi sei magari uno che preferisce selezionare, analizzare un fatto alla volta, una storia alla volta appunto?
Puoi vedere i miei primi tre film in un dvd che ha pubblicato in Italia la RaroVideo, e in quei lavori c'è come io ho iniziato davvero. Perché raccontare una storia vuol dire muoversi su un campo limitato, dove hai solo una casa, una valle, e in questa singola casa c'è il protagonista che ti racconta cosa succede. Io scelgo la Storia non per il suo valore nostalgico o sentimentale, ma perchè qualche volta ti parla del futuro. Tu sai cosa sta accadendo, e sai come prepararti per quello che deve accadere.
Nel tuo primo film, Birth of a Golem, che purtroppo non sono riuscito a recuperare, compaiono i nomi di Annie Lennox e Tonino Guerra. Che razza di film è?
Lo devi vedere per capire, e comunque lo trovi su quel dvd che ti ho detto! Parla della scrittura di una storia. Io andai a trovare Tonino a Mosca, perché lui si divideva tra Mosca e Rimini, e lui mi raccontò della storia, di come una storia va scritta.
Che tipo di mercato cinematografico c'è in Israele? Chi lo gestisce? Quali sono i giovani autori più interessanti?
Come tu ben sai io non sono tra gli eletti del mio cinema nazionale, ma comunque la società, in questo momento, è in completo stato vulcanico, in piena sperimentazione, e credo che sia in un momento molto interessante, che ci siano cose davvero interessanti. È in una fase di ricerca e, soprattutto, in una condizione davvero anomala, nella quale, nonostante si viva una situazione di conflitto, non ci si è bloccati. C'è una condizione semianarchica che preserva in qualche modo lo spirito creativo del paese. E poi, un tot ogni anno, c'è un grosso movimento di persone che coinvolge il paese. Agli inizi degli anni Novanta c'erano cinque milioni di persone, a distanza di quegli anni ce n'è un milione di più, e provengono tutti dalla Russia. Per questo io credo che la situazione in Europa sia diversa e peggiore, tendente alla xenofobia: in Francia si lamentano perché ne sono entrati recentemente settantacinque mila, mentre in Israele nello stesso periodo ne sono entrati un milione. La verità sta nel decidere se uno si vuole assumere la responsabilità di risolvere il problema oppure no, perché per risolverlo basta creare lavoro per chi arriva in un paese. Ad esempio, c'è adesso una grossa componente di ebrei che vengono dall'Etiopia, e questo sta cambiando molto i costumi perché solitamente la gente pensa che l'ebreo, che sia nordafricano o europeo o italiano, sia un bianco, e quindi cambia anche il concetto, l'idea che hai di un paese.
Questo è uno dei temi, per esempio, di Promised Land, girato in digitale vero?
Sì…
…dove la macchina da presa sta molto addosso ai personaggi, in maniera violenta. Non bastava già la storia violenta?
Volevo un film agitato. Dietro la macchina da presa c'è la bravissima Caroline Champetier, direttrice della fotografia di Jean-Luc Godard e tanti altri. Quando ci siamo visti mi ha chiesto cosa avevo in mente, e io le ho risposto che non avevo ancora niente. Dopo tre, quattro, incontri ho chiamato il mio art director e gli ho chiesto un tavolo costruito a tanti livelli, poi ho chiamato Caroline e le ho fatto vedere che volevo la camera poggiata su un livello, poi presa e spostata su un altro, e lei mi ha chiesto perché volevo questa cosa e io le ho detto che trattandosi di una tratta delle donne volevo un linguaggio che scegliesse arbitrariamente dove mettere la macchina da presa e che quindi lei scegliesse dove muoversi su questi livelli in base a come venivano le scene, quando solitamente la maggior parte studia prima le inquadrature da fare.
Kippur, però, è un film girato alla Kubrick no? Per la scelta dei teatri del conflitto rarefatti, per i carrelli nelle trincee…
Sì, può essere…
Non la riconosci questa cosa?
Così non sarebbe più il mio lavoro…
…certo che è un tuo lavoro!
…no, mi riferisco al fatto che come dicevo prima per quanto riguarda la disoccupazione dei politici, potrebbe esserci anche quella dei critici. Non fa parte del mio lavoro dire queste cose. Io faccio i film, mi alzo la mattina, dico al driver dove dobbiamo andare, questo faccio io. Lascio a critici dire se è un film alla Kubrick. Quando io ho incominciato a studiare cinema, dopo essermi laureato in architettura, ho studiato ovviamente i maestri, ma preferisco apprendere non in maniera solo teorica e intellettuale, ma soprattutto con la pratica.
La maggior parte dei tuoi lavori termina con un uomo solo che si allontana da un ambiente, o comunque con i protagonisti che da questo si staccano, quasi a prendere distanza, a tagliare i legami con tutto…
Sì, è proprio quello che voglio dire, ai miei protagonisti accade spesso di fare questa scelta.
L'ultima domanda, tra cinema e biografia: Kippur è un particolare episodio della tua esperienza, nella quale racconti di aver partecipato attivamente alla guerra, sebbene raccogliendo i feriti sul campo. Ma nella tua esperienza, ti è mai capitato di sparare a qualcuno?
No. Ma voglio raccontarti una cosa che riguarda uno dei miei registi preferiti, Samuel Fuller, che alla Biennale di Venezia fu raggiunto durante un'intervista da Quentin Tarantino, che gli fece la stessa domanda: "Tu sei stato in Germania, hai mai sparato a qualcuno?"; e lui gli rispose in modo molto divertente dicendogli: "Per prima cosa, è meglio che tu spari per primo, prima che gli altri ti sparino". E poi iniziarono la discussione. Lo sai, la guerra è anche questo, e comunque io nella guerra del Kippur stavo sugli elicotteri a recuperare i feriti, e il mio copilota, che stava di fianco a me, alla stessa distanza alla quale ti trovi tu adesso, quando ci colpirono, lo vidi completamente decapitato.