Mirko Locatelli
di Paolo Fossati
Effettonotte online ha incontrato Mirko Locatelli, regista indipendente che nei film Come prima (2004) e Crisalidi (2005) ha esplorato tematiche legate al delicato passaggio dall'adolescenza all'età adulta e raccontato la quotidianità mettendo a confronto giovani vite con e senza handicap fisici. Sfruttando le possibilità del digitale e di internet ha, inoltre, fondato un portale dedicato al cinema indipendente e pensato a una forma di distribuzione alternativa per le sue opere.
La tua passione per il cinema si è trasformata in professione attraverso un approccio multiforme e indipendente al settore. Come hai iniziato ad occuparti di audiovisivi?
Tutto in realtà è nato dal portale internet cinemaindipendente.it, che gestiamo io e mia moglie Giuditta Tarantelli. L'abbiamo pensato e messo in rete nel 2000, con l'idea di creare un punto d'incontro per chi vuole realizzare cortometraggi e fornire una banca dati che raccolga informazioni sui festival. Da lì è sorta la voglia e la necessità di iniziare a "fare": si è cominciato con piccoli lavori di prova, poi abbiamo conosciuto il direttore della fotografia Mladem Matula (che ha lavorato sul set di Tartarughe dal becco d'ascia e di Fame chimica) e deciso di realizzare qualcosa insieme.
Come hai affrontato l'avventura di scrivere, dirigere e produrre il tuo primo film indipendente?
Il progetto di girare Come prima ha cominciato a prendere davvero forma quando l'ho raccontato a Mladem, che ha accettato di lavorare al film. Nel frattempo, per sfruttare al meglio alcune attrezzature acquistate per i corti, avevo fondato una piccola casa di produzione, l'Officina Film, e girato spot pubblicitari e prodotti audiovisivi per aziende. Il progetto produttivo del film ha vinto il concorso Paesaggi Umani dell'Associazione "FilmMaker" e ottenuto così un contributo, che è andato a coprire una parte delle spese.
"Come prima" racconta la storia di un adolescente, Andrea, che a 17 anni diventa tetraplegico a causa di un incidente. Parla di un cambiamento irreversibile e del percorso da compiere per accettarlo...
Sì, il tema è molto delicato: un rapporto fraterno in una situazione di urgenza, necessità, aiuto. Ho raccontato con le immagini l'assistenza che un fratello dà all'altro, rimasto paralizzato in un'età della vita già complicata per altri cambiamenti legati al passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Il protagonista, Andrea, vive in un quartiere popolare di Milano... quando torna a casa dopo la lunga degenza in ospedale sua madre, il fratello, il suo più caro amico e la sua ragazza si sforzano per far sembrare tutto uguale, "come prima". Il padre, più di tutti, non si rassegna al cambiamento. Volevo partire da qualcosa che conosco bene e fare un cinema sociale, che avesse un'utilità...più vicino ai film francesi che a quelli italiani.
Come hai lavorato con gli attori?
La fase di preparazione del film è stata abbastanza lunga, si è cominciato in aprile con le prove, per poi girare in settembre. Non ho scelto un ragazzo che fosse tetraplegico nella vita reale per la parte di Andrea, è stata una decisione motivata dalla voglia di misurarmi con il mestiere, con le difficoltà nel dirigere gli attori. L'attore protagonista, Fabio Matteo Chiovini, ha dovuto affrontare un training impegnativo e anche Mattia De Gasperis, che interpreta il ruolo del fratello di Andrea, ha lavorato con grande trasporto e dedizione. Era fondamentale per me, come esperienza, costruire personaggi così difficili e per tutto il cast è stata una prova importante che spero ci porti a vivere future esperienze insieme. Credo molto nel cinema dei registi che coinvolgono, per progetti diversi, lo stesso gruppo di attori, perché sul set si instaura un rapporto unico che è bello portare avanti, facendo convergere l'energia dei rapporti umani nei film. Penso ad Olivier Assayas, ai fratelli Dardenne...
Il ruolo del padre è interpretato da Giuseppe Cederna...
Lo abbiamo contattato sperando che accettasse di lavorare ad una produzione indipendente con attori non professionisti come la nostra, nonostante la sua celebrità e i numerosi impegni... è stato molto disponibile e, dopo aver valutato il soggetto, ha accettato e portato la sua esperienza e il suo entusiasmo per arricchire il film. Uno dei motivi che lo hanno spinto a lavorare al progetto è stato che sapeva che parlavo di un tema che conosco e avrei potuto rispondere alle sue domande senza esitazioni durante la lavorazione... ho imparato che gli attori spesso vogliono risposte e il regista deve rassicurarli, essere competente, sapere esattamente quello che vuole raccontare nel film. Il personaggio interpretato da Giuseppe fatica ad accettare il cambiamento irreversibile nella vita del figlio... vuole rassicurarlo, ma è il primo a tormentarsi. É stata una grande emozione lavorare con un professionista come lui e vederlo calarsi nel personaggio, dare voce ai dialoghi della sceneggiatura, magari telefonandomi, mentre si spostava da un capo all'altro dell'Italia per lavoro, per farmi sentire come aveva intenzione di recitare una battuta del mio film.
Hai uno stile realista che si manifesta, dal punto di vista estetico, attraverso l'uso del pianosequenza e della camera a mano...
Fa parte del mio modo di concepire il cinema, amo l'improvvisazione, la camera a mano che sta addosso al personaggio, e l'uso del pianosequenza nasce direttamente da quest'esigenza, che è poi inconsciamente un omaggio al cinema che adoro anche come spettatore.
Il film dura 60 minuti, ci sono motivi particolari per questa scelta?
Non è stata una scelta a priori, non ci siamo posti dei limiti di durata. Giuditta Tarantelli, Luciano Sartirana ed io abbiamo scritto la sceneggiatura che ritenevamo soddisfacente per raccontare la storia che avevamo in mente, seguendola con attenzione in fase di ripresa. I dialoghi erano abbastanza "blindati", ma abbiamo lasciato un margine minimo di improvvisazione agli attori, con i quali si è lavorato in grande armonia.
Oltre alla visibilità e alle soddisfazioni ottenute nei festival, come vi siete organizzati per la distribuzione?
Sì, in effetti ci sono state delle gratificazioni, abbiamo vinto il premio della giuria a Bellaria nel 2005, siamo stati a Genova, Napoli, Catania...Poi, tramite il nostro sito, abbiamo lanciato il progetto "Come prima in Tour", una modalità di distribuzione alternativa rivolta a scuole, teatri, cinema, associazioni, centri culturali. Forniamo il film a chi voglia utilizzarlo come materiale didattico, o solo proiettarlo, e di solito sono disponibile ad intervenire se si organizzano dibattiti e incontri con l'autore.
Con "Crisalidi" hai proseguito nell'approfondimento dei temi affrontati nel tuo primo film, realizzando un documentario. Come è nato?
Raccoglie testimonianze di ragazzi, ex pazienti del Centro Riabilitazione dell'Unità Spinale dell'Ospedale Niguarda, che ci avevano già sostenuto durante la preparazione di Come prima, soprattutto per quanto riguarda il training dell'attore protagonista. L'idea è stata proporle in montaggio alternato con interviste a giovani senza problemi motori. É nato così un bel confronto tra adolescenti in piedi e seduti, che vedono il mondo da posizioni diverse, ma in fondo hanno le stesse angosce, le stesse paure per il futuro. Il titolo vuole richiamare l'evoluzione, la crescita, il passaggio all'età adulta. Parte delle riprese sono state realizzate in una location particolare, che metaforicamente richiama il titolo: la Casa delle Farfalle, una serra a Milano Marittima dove è stato ricostruito un clima tropicale e volano farfalle dall'apertura alare di 20-30cm.
Stai lavorando a nuovi progetti?
Sto pensando a un corto in super16mm in cui vorrei coinvolgere alcuni miei collaboratori di Come prima...
Quindi abbandonerai, almeno per questa volta, il digitale, di cui si parla sempre come una grande risorsa per il cinema indipendente, che abbatte i costi e permette di girare senza limiti di minutaggio perché non spreca metri di costosissima pellicola... non sei anche tu di questa opinione?
É tutto vero, ma spesso, da quando la tecnologia è venuta in soccorso agli esordienti con mezzi dai costi accessibili, presi dall'euforia di poter dar sfogo alla creatività, ci si dimentica un aspetto per me fondamentale della produzione: gli infiniti ciak "gratuiti" che sembrano possibili con il digitale devono sempre fare i conti con il tempo. Il tempo costa. Devi gestire la troupe, pagare i collaboratori, il noleggio di luci e attrezzature... ogni minuto ha un prezzo. Hai questo limite anche con la tecnologia digitale, ed è bene valutarlo.