Francesco Fei: Onde controcorrente
di Maurizio Ermisino
Francesco Fei è famoso per i suoi videoclip, quelli girati con i Negrita, i Verdena, i Bluvertigo e Carmen Consoli. Ma il suo primo lungometraggio, Onde, non sembra proprio l'opera di un regista di videoclip. Anzi, sembra cinema d'altri tempi, quello che oggi non si vede più. Fei ama un certo tipo di cinema anni '60, come l'Antonioni di Deserto rosso e Zabriskie Point, Polanski, Tarkovskij, Kieslowski, Herzog. Il cinema che non spiega allo spettatore, ma gli chiede un intervento diretto sia nel completamento della narrazione che nelle emozioni. Il cinema che usa gli ambienti, i suoni, le musiche come elementi narrativi. Onde è un film coraggiosamente auto-prodotto, con una lavorazione durata tre anni, e distribuito in un circuito indipendente. È qualcosa che non è facile trovare sugli schermi al giorno d'oggi.
"L'occhio umano non è mai stato così sollecitato come nell'era moderna". È un film su chi non vuole farsi vedere in un'epoca in cui tutti bramano di apparire?
Questo era un elemento portante del film. Poi, proprio per questa mia volontà di non dare troppo allo spettatore, di non creare ricatti morali, ho tolto molto di questa tematica. È evidente che i due personaggi vogliono porsi al di fuori di questa bagarre dell'immaginario collettivo imposto da qualcuno, fatto solo di immagini commerciali belle e graziose. Nel film questo tema c'è ancora, si vedono i cartelloni pubblicitari. Ma c'era anche una riflessione sull'occhio indiscreto delle telecamere di controllo che erano presenti a Genova: scoprivamo anche che in cima ad un palazzo c'era una sorta di cabina di regia che controllava tutti i punti di vista della città. E poi c'era il personaggio della madre, che lavorava in un centro di biometria, che si occupa del riconoscimento facciale tramite le riprese delle telecamere di controllo. Poi ho abbandonato questa strada, perché mi sembrava di entrare troppo in una dinamica di contestazione, da no-global: anche se condivido le loro idee, i loro obiettivi politici, non volevo che nel mio film diventassero elementi portanti, che diventassero ricattatori nei confronti del pubblico. Perciò è rimasta solo la presenza, a questo punto poco spiegabile, di questi personaggi che vanno in giro a cercare di cancellare questi occhi indiscreti che ci guardano. Ma non me la sono sentita di dare al film un'etichetta, un appeal commerciale così marcato, una chiave di lettura di opposizione. Ma poi è diventato qualcosa di diverso: una riflessione sulla tipologia umana. Nonostante il mondo intorno ci condizioni pesantemente, alla fine siamo vittime di noi stessi. Francesca ha problemi per colpa del mondo che la ghettizza, ma alla fine se non riesce a vivere la storia d'amore con Luca è perché non riesce a uscire dal guscio in cui si è chiusa.
Francesca a un certo punto dice "ti capita mai di pensare di essere nato in un corpo sbagliato?". I tuoi protagonisti sono outsider, diversi...ti interessano questi personaggi?
Questa è l'unica citazione pensata del film: è una frase di Sarah Kane, una scrittrice inglese morta suicida qualche anno fa. È una scrittrice teatrale di culto, i suoi sono testi da periferia urbana londinese. La molla iniziale che mi ha spinto a creare il film è stata quella di raccontare dei personaggi che normalmente non si vedono né in televisione né al cinema, dei personaggi che nella vita sono nascosti. Per me il cinema deve essere uno strumento per entrare in contatto con dei mondi che normalmente non vengono trattati dai media dominanti. Credo che negli outsider, nei personaggi di confine, sia più semplice riconoscere delle caratteristiche umane particolari, quelle sensibilità che nell'uomo di successo o nell'uomo medio inevitabilmente si perdono. Si tratta di andare a recuperare, come degli antropologi, quella umanità perduta nella società moderna.
"Le persone ormai conoscono soltanto il posto dove vivono e la televisione", sentiamo dire nel film. È proprio così oggi?
Forse non solo per la televisione, ma tutti siamo comunque legati alle immagini. C'è una scena di un film che trenta anni fa raccontava benissimo quello che siamo oggi: in Zabriskie Point, dopo la scena dell'amore di gruppo, due ragazzi sono seduti sulla ghiaia del deserto; arriva un camper con la famiglia media americana. C'è un primo piano di un bambino, con gli adesivi dei posti in cui sono stati, che non scende nemmeno; e il padre che scende, fa una foto e risale subito sul camper. Oggi è così, è importante avere il possesso di un'immagine: pensiamo a tutte le persone che passano ore a scaricare file dal computer e non hanno nemmeno il tempo per vedere o sentire tutto. L'importante è possedere. Ma che cosa? Né l'essenza delle cose, né la loro esperienza diretta, ma la loro immagine. Ormai siamo tutti schiavi dell'immagine: anche i nostri sensi si stanno intorpidendo, usiamo solo l'occhio. Per questo mi interessava la storia di un cieco.
Il protagonista in una scena indossa una maglietta dei Joy Division. Questo conferma la tua anima rock. Ma mi sembra che il tuo film rappresenti quello spleen, quel male di vivere tipico delle loro canzoni…
Ho fatto indossare a Luca la maglietta dei Joy Division perché mi sono immaginato che lui, come personaggio, avesse 35 anni e fosse diventato cieco intorno ai 18. Perciò intorno al 1987, quando i Joy Division già non esistevano più, ma la sua formazione avrebbe potuto essere simile alla mia, cioè quella del post punk e della prima new wave. Quindi una maglietta dei Joy Division poteva essere qualcosa che aveva comprato quando ci vedeva. Per quel che riguarda lo spleen, la mia formazione è quella, a Firenze ho avuto la possibilità di vedere gruppi come i Bauhaus o i Virgin Prunes. Amo anche Nick Drake e il folk inglese, tutto quello che combatte in maniera romantica o dura contro l'idea dominante, che cerca di fare qualcosa di diverso. È quello che ho cercato di fare anche nei miei clip ed è per questo che adesso fatico a rapportarmi con quello che accade oggi. Siamo in un'epoca in cui bisogna rassicurare la gente, non farla pensare, non stimolarla, non produrre immagini strane. È una cosa che mi fa venire i brividi perché diventa tutto piatto, accomodante.
Cosa ti è rimasto degli artisti con cui hai lavorato nei videoclip?
La cosa migliore dell'esperienza nei videoclip, oltre all'esperienza produttiva che mi ha permesso di realizzare questo film, è il rapporto con alcuni musicisti. In particolare mi vengono in mente Carmen Consoli, Morgan, i Negrita e Moltheni. Battiato è l'artista che mi ha permesso di fare i due video più particolari tra quelli che ho realizzato. Di Carmen amo la sensibilità estrema, è una ragazza che sta crescendo tantissimo, si sta aprendo, sta trovando un modo naturale di sentirsi se stessa. Di Morgan mi piace la testa, le idee, il suo modo di mettersi in gioco, l'ironia con cui sa vivere dentro lo star system.
A proposito di videoclip, possiamo dire che Onde è un po' figlio del video Viba che hai girato per i Verdena?
Viba è proprio stata la prova generale per il film, abbiamo girato a Londra con Anita Caprioli. Per l'approccio registico, l'idea di sperimentare Anita in un ruolo diverso dal solito, i toni cupi delle luci, hanno fatto sì che Viba fosse proprio la prova generale del film.
Come sei arrivato alla scelta di Anita Caprioli e Ignazio Oliva per i ruoli dei protagonisti?
Anita è brava, più brava di quanto ha avuto la possibilità di dimostrare fino ad oggi. Finora è stata un po' vittima di se stessa, perché è bella, e i ruoli che le affidano sono sempre quelli della "fidanzata di…". Invece ha delle doti drammatiche e funziona anche a livello di commedia, che fino ad ora sono state poco sfruttate. Era funzionale al mio personaggio, che volevo deturpato ma bello. E in più volevo delle persone che non fossero state ancora sfruttate tanto dal cinema italiano, che fossero conosciuti, ma non inflazionati. Ignazio mi era piaciuto molto in Come due coccodrilli, pensavo che fisicamente fosse come mi immaginavo Luca, mingherlino, un po' patito, un po' tenero. Volevo che fosse la parte tenera del film, perché il personaggio di Anita non me lo sono mai immaginato tenero.
La tua casa di produzione si chiama Apnea, che doveva anche essere il titolo del film. Il concetto di apnea si può applicare ai personaggi?
Apnea non era un titolo casuale. Per me il personaggio di Francesca vive in apnea, nel senso che si isola dal mondo come gli struzzi che mettono la testa sotto terra. Lei metteva la testa sotto l'acqua per non farsi vedere. In più, il concetto di apnea si può applicare al posto dove vive, cioè nei vicoli, in un posto chiuso, contrapponendosi a Luca, che vive in collina, in un posto aperto. Non a caso la funicolare, che collega la casa di lei a quella di lui, è una sorta di uscita dalla bolla dove si era rinchiusa. Poi è stato prodotto un altro film con lo stesso titolo, e noi abbiamo cambiato. Nel film c'è una scena in cui Francesca trattiene il respiro nella vasca da bagno. Avevamo girato altre scene di apnea, ad esempio in piscina, ma mi sono reso conto che in tutti i film pseudoesistenzialisti c'era una scena in piscina: mi è venuto in mente Kieslowski, mi è venuta in mente La spettatrice, così ho pensato di tagliarla al montaggio.
A proposito de La spettatrice, ti è piaciuto quel film? Ci trovi qualcosa in comune con il tuo?
L'approccio di entrambi è quello di fare dei film che siano d'atmosfera, che si completino con lo spettatore, che non vogliano dire tutto allo spettatore. Anche se la visione registica è completamente diversa. Per certe cose ho trovato quel film molto vicino, soprattutto nella volontà di non applicare i mezzucci che si usano oggi, nella voglia di uscire da certi schemi. Qualità che ho trovato anche in Garrone e Sorrentino. Ne La spettatrice era presente più malattia, era più morboso. Io ho cercato di essere più etereo: non a caso quando i miei personaggi fanno l'amore spengo la luce.
Sai già cosa vorresti fare in futuro?
In questo momento sono talmente stanco per questo film! È stata molto dura: nel mercato cinematografico nessuno ci ha dato una mano, come se desse fastidio il fatto che con dei soldi privati si potesse fare un bel film che rappresentasse l'Italia in Festival internazionali. Mi viene da chiedermi: chi me lo fa fare? Intanto facciamo uscire il film, e viviamo, anche per il tempo di un fiammifero. Mi sono reso contro che o cambiano le cose, perché ormai in Italia il modello di riferimento è paratelevisivo a livello culturale, sociale ed economico, o bisogna pensare di diventare diversi come autori, non pensare a fare film senza mercato, o trovare una via di mezzo. Mi viene in mente un film geniale come Se mi lasci ti cancello, un film d'autore ma a modo suo commerciale. Forse bisogna cominciare a pensare a qualcosa che sia figlio dei tempi, e non a Tarkovskij e Antonioni. Un film come Deserto rosso oggi non lo farebbero nemmeno iniziare: dopo cinque minuti di rumori di fabbrica avrebbero già levato la cassetta.