In memoria di me: delimitazioni e contraddizioni nella roccaforte del Sacro
di Anna Barison
Negli ultimi tempi la ricerca spirituale e la conoscenza del proprio Io attraverso la fede hanno aperto la strada ad una revisione cinematografica del concetto di "Sacro", quasi a sancire l'esigenza di narrare il Divino attualizzandolo, un bisogno che tuttavia scaturisce da sentimenti popolari antichi, intrinsecamente presenti nella nostra cultura. Non è un caso se la religione, nella storia del cinema, ha attraversato importanti intermezzi, trasformandosi in un'opportunità per indagare sulla delimitazione ontologica dell'animo umano, in correlazione alla dimensione mistica dello stesso. Un percorso temporale che unisce le severe atmosfere nordiche di Dreyer del primo Novecento, fino alla più recente trasposizione di Gröning capace, con Il grande silenzio, di riportare all'attenzione della collettività la devozione al silenzio tra le mura di un monastero di clausura certosino.
Saverio Costanzo parte proprio da questo ritrovato desiderio di indagine spirituale per rappresentare il rapporto tra l'Uomo e l'Immateriale, come possibile fonte di conoscenza interiore. Con In memoria di me, unico film italiano in concorso alla Berlinale 2007, il giovane regista romano dimostra ancora una volta non poco coraggio nella scelta del soggetto, tratto dal romanzo di Furio Monicelli Lacrime impure/Il gesuita perfetto, aperto a critiche di qualsiasi tipo e oggettivamente di difficile trasposizione. Dopo l'esordio pluripremiato di Private, Costanzo riconferma la sua predisposizione a trattare tematiche mature, ben lontane dall'incoscienza della sua giovane età, e laddove in Private aveva analizzato con un approccio documentaristico il dissidio tra israeliani e palestinesi, con questa sua ultima pellicola, il regista lavora allo stesso modo, scegliendo di far provenire lo sguardo dalle stesse viscere del conflitto, in questo caso interiore, combattuto in un universo chiuso, al di fuori del mondo, non solo metaforicamente ma anche geograficamente. E così quella che in Private era una casa-prigione per una famiglia palestinese, qui è un convento di Gesuiti sull'Isola di San Giorgio nella laguna veneziana che scandisce, con i suoi confini altrettanto angusti, la vita dei confratelli. Il film racconta l'ingresso del giovane Andrea (l'attore bulgaro Christo Jivkov) nel seminario, dove dovrà confrontarsi con le rigide imposizioni della comunità: obbedienza, silenzio, meditazione, preghiera, ma anche delazione ("denunciare le malefatte di un fratello è un atto di carità"), ambiguità, inquietudine, misteri. Dubbi e perplessità lo condurranno in uno stato di agonia e tensione capace di sopraffarlo. Con una costruzione da thriller, la pellicola racconta il percorso interiore del protagonista, fra gli intrighi che crede di scorgere tra le celle dell'imponente architettura del convento e la scoperta dei blocchi emotivi verso il sacerdozio. L'isola in cui si svolge la vicenda diventa metafora del desiderio di erigere una roccaforte in difesa del proprio Io, della propria vita, l'esterno non è nemico, ma semplicemente non deve preoccupare chi è in procinto di compiere una scelta di vita radicale, in una dimora e in una dottrina costellate da regole talvolta spietate. Sono proprio le limitazioni (geografiche e psicologiche) e la successiva ribellione a queste restrizioni, che spingono il novizio a sovvertire il mondo che lo circonda e che lo delimita, quasi a voler ricercare una libertà intellettuale.
Nonostante il notevole sforzo dell'autore per dipanare l'intricata e sofferta scelta personale del protagonista, lo sviluppo narrativo pare tuttavia risentire di una mancata unità formale, che non riesce a tenere a freno le ramificazioni della sua analisi, poiché, visto il tema granitico, si abbandona ad un didascalismo fuori luogo. Nell'osservare questa umanità, che per trovare Dio è scappata dal mondo, Costanzo scivola troppo nell'artificio, nella musica barocca e nelle geometrie algide di una regia davvero distante da quella minimalista ma senza dubbio più incisiva del passato. Il film alterna toni narrativi e impalcature visive da thriller (secondo l'autore questo è un "thriller spirituale-metafisico") con virate verso il documentario, predisponendo il tutto a un mélange tecnico disorganico che nuoce alla storia, ai personaggi e ai loro movimenti interiori. Le scene si perdono dietro la fisicità di spazi interni troppo raccontati, ripetitivi senza essere ritmici, in alcuni casi troppo affidati alla seducente, ma alle volte anche arrogante, drammaturgia barocca dei movimenti di macchina. Nonostante i lunghi silenzi che percorrono un'atmosfera quasi rarefatta (il convento si avvicina maggiormente all'"Alto dei Cieli"?) , il film risente di un sovraccaricamento di toni, di un eccesso di petulanza che viene sfoderata incessantemente dal protagonista portandolo a recitare più del dovuto su questioni esistenziali e morali messe lì un po' a caso, tanto da sembrare falsate. Costanzo, con quest'opera, cerca di capire le dinamiche interne alla Chiesa, il noviziato a suo avviso sembra non funzionare perché non accetta la contraddizione interna. In questo caso infatti, per l'autore, la religione cattolica si maschera da Verità assoluta e si risolve in un'accettazione incondizionata e in un assorbimento coatto di tutte le contraddizioni che una radicale messa in discussione del libero arbitrio, come questa, comporta. Un discorso con un sottotesto interessante, ma che si incunea purtroppo in una recitazione artificiosa e in uno scarso sentimento nella messa in scena che rendono qualsiasi tesi dibattuta lontana da ogni credibilità ed efficacia.
Siamo di fronte, insomma, a un film complesso, magari non del tutto riuscito e forse realizzato con più fretta del necessario per un regista di soli trent'anni e alle prese con un tema di tale impatto. Resta il fatto che Costanzo si conferma uno dei pochi registi rispettosi nei confronti della settima arte, perché, pur con qualche defaillance, preferisce affrontare parabole esistenziali e discussioni metafisiche, piuttosto che accontentarsi di intraprendere strade meno ripide, tipiche del giovanilismo irritante di certo cinema à la mode degli ultimi tempi.