The Prestige: appunti per una sociologia della dispercezione
di Umberto Ledda
Finzioni e paradossi
Il paradosso del mentitore, celeberrimo e antico (se ne disputano la formulazione Epimenide di Creta e Eubulide di Mileto), oltrechè semplicissimo nella formulazione, è anche uno fra i più affascinanti blackout logico-linguistici che l'uomo sia stato in grado di concepire: esso consiste nell'apparentemente innocuo predicato "Io sto mentendo". Frase che non può essere vera (nel qual caso sarebbe menzogna e dunque falsa) e che non può essere falsa (nel qual caso sincera e dunque vera). Come molte cose semplici, il paradosso del mentitore rivela abissi insondabili: costituisce una dimostrazione, per assurdo, che le strutture linguistiche non sono specchio fedele dei loro referenti, e che non si può garantire attraverso il linguaggio la veridicità di un enunciato espresso attraverso di esso. Tutti concetti che possono tornare utili per decrittare l'ultimo lavoro di Christopher Nolan, tornato dopo dieci anni ai labirinti di Memento (supportati questa volta da budget e cast superiori). Nolan è da sempre a suo agio con paradossi e dispercezioni, con i temi della verità, della menzogna e della finzione: buona parte della sua filmografia si basa sull'impossibilità, per protagonisti e spettatori, di definire vere o false le proprie percezioni. Con The Prestige compie un passo ulteriore, raccontando la storia di due mentitori di professione: due prestigiatori ottocenteschi, Robert Angier e Alfred Borden, impegnati in una lotta che va ben oltre la rivalità, pronti a distruggersi a vicenda con inganni e sotterfugi sempre più complessi e spietati, pur di rubarsi a vicenda i segreti del supremo numero d'illusione, il trasferimento della materia. La scelta dei protagonisti è simbolica: ambientando il film nella Londra vittoriana e positivista (poco avvezza dunque all'ambiguità), dove esplode di colpo il cancro della finzione e dell'inganno, Nolan porta il tutto su un piano archetipico ed astratto: l'inganno regola a tal punto le azioni degli uomini che la realtà stessa scompare e la finzione, da semplice strumento di lavoro dei protagonisti, si espande esponenzialmente, assorbendo la loro vita privata e sentimentale. Tornando al paradosso del mentitore, è utile a questo proposito analizzare una sua declinazione medievale importante, poichè pone il tema della menzogna in chiave speculare, facendo riflettere in se stesse due istanze diverse: è quella di Giovanni Buridano, inglese vissuto nel trecento, e ne sono protagonisti, in un dialogo immaginario, Socrate e Platone. Il primo dice: "Platone dice il falso", il secondo afferma in risposta: "Socrate dice il vero". Se le due affermazioni sono in se stesse innocue, la loro unione ("Se Socrate dice il vero, allora Platone dice il falso, e dunque Socrate dice il falso", se invece "Socrate dice il falso, allora Platone dice il vero, e dunque Socrate dice il vero") manda in crisi il sistema liguistico che le sottende, svuotando di affidabilità il medium che doveva comunicarne il contenuto. Allo stesso modo, nel film di Nolan l'unione di due mistificazioni speculari e contrapposte produce un corto circuito simile, provocando l'impossibilità di comprendere la realtà, di asserire con certezza la verità di un predicato: per Nolan, la possibilità di mentire elimina la possibilità stessa della verità. Ogni enunciato è ribaltato sistematicamente, fino ad instillare nello spettatore l'ossessione del sospetto: se molto di quanto visto è falso, allora può esserlo tutto. In The Prestige nulla è mai come sembra, nulla è mai definitivo, nemmeno la morte, nulla può essere definito a ragione vero e falso, nemmeno stando al di sopra della situazione che si pretende di giudicare: si potrebbe, infatti, essere controllati a propria volta, cosa che accade puntualmente in un vortice continuo di colpi di scena, di richiami, simmetrie e giochi di specchi che si riflettono coerentemente in una struttura formale disgregata, dissolta, ingannevole come l'universo che sottende.
Strutture e metastrutture
Nella prima scena di The Prestige, il vecchio ingénieur (colui che cura la creazione materiale dei trucchi) di Angier spiega la struttura del numero di illusionismo. Esso si basa su tre atti: il primo è la promessa, in cui si mostra qualcosa di ordinario (in questo caso, un uccelino), cui succede la svolta, in cui l'illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario (l'uccellino vene fatto scomparire). Ma l'atto più importante è il terzo, il prestigio: perchè far scomparire qualcosa è facile, dice l'ingénieur, il difficile è farlo ricomparire. Nel finale, la stessa scena è replicata, alternata al discorso di Angier, morente, che spiega invece il senso dell'illusione, che risiede nello sguardo assorto degli spettatori, che per un attimo hanno messo da parte il dubbio e hanno creduto a quello che il prestigatore ha mostrato loro: da finzione, il trucco, non mostrandosi più come tale, si è fatto magia. Il prestigiatore non è tanto, e non è solo, un abile manipolatore della realtà e della percezione, quanto un demiurgo capace di provocare una volontaria sospensione dell'incredulità. Iniziare e finire un film in questo modo, citando la strutturazione in tre atti su cui si fonda la classicità cinematografica, e nel contempo richiamando al ruolo e alle dinamiche spettatoriali, significa fare un dicorso esplicitamente metanarrativo: The Prestige non è però un film sul cinema (per quanto Nolan tenga presente il posizionamento storico agli albori della settima arte), quanto sull'atto stesso del fingere, del rappresentare e del guardare. L'elemento metanarrativo duplica ulteriormente i livelli di una struttura ipertrofica e labirintica, dove, parallelamente a quanto accade nella storia, non ci si può fidare di nulla. I livelli temporali sono decostruiti in una composizione analogica che invece di seguire i nessi di causa ed effetto si affida alla narrazione di enuncianti che via via prendono la parola per visualizzare le zone d'ombra della storia: una struttura brancolante, costruita in modo da sembrare quasi casuale. È una trattazione non sistematica della materia, esaltata da un montaggio mesmerico ed ellittico, che si affida a rilanci imprevedibili, con una netta preferenza per la parcellizzazione del sapere attraverso l'eliminazione dei raccordi logici. Nolan abusa del ruolo di ordinatore della realtà e segmenta le affermazioni in modo da renderle ingannatrici, secondo una prassi già utilizzata in Memento. Quando la soubrette di Angier va da Borden a offrirgli il suo aiuto, la scena è riprodotta due volte: nella prima, monca di alcuni elementi, la sua presentazione ha un senso; intera, come viene mostrata in seguito, significa l'opposto. Come in altri film di Nolan, The Prestige sfrutta una struttura organica al contenuto che sorregge: in questo caso, la finzione metafisica e il collasso della reatà si traducono in un montaggio che usa tutte le sue armi per mentire, lasciando allo spettatore il dubbio che il film stesso menta, insieme con i suoi personaggi.
Vedere senza essere visti
Nolan è sempre stato ossessionato dalla focalizzazione, dalla ripartizione del sapere, dai piccoli squilibri di questa ripartizione, fin dagli esordi: Following è un gioco di inganni in climax ascendente, dove la figura dello stalker introduce l'idea (centrale nel regista inglese) del potere derivante dal vedere senza essere visti, subito rovesciata in una girandola vorticosa di inganni e manipolazioni. Memento portava il gioco oltre gli algidi territori del gioco intellettualistico, introducendo un elemento tragico (il tempo al contrario, dove lo scorrere verso ciò che è già accaduto si fa ineluttibilità) nelle stesse strutture, creando la figura di un uomo obbligato a essere visto senza poter guardare, preda di eventi che non può comprendere (rendendo esemplare il ricorso agli stilemi del noir, ed esplicitando finalmente la loro parentela con la tragedia). Insomnia è una variazione sul tema dell'impossibilità di stabilire la realtà delle proprie percezioni (l'insonnia artica come privazione del sonno e come interruzione della distinzione fra reale e onirico), Batman Begins ammorbidisce i temi nella strutturazione classica hollywoodiana, ma non tradisce le coordinate di fondo (senza troppe forzature l'uomo mascherato è un'altra declinazione del desiderio di vedere senza essere visti). Non sfugge a queste isotopie osessive The Prestige, che accentua anzi tutti gli elementi dei lavori precedenti e li manda in ulteriore cortociruito, rendendo centrale nella narrazione proprio il problema di chi fra i due protagonisti manipola chi, chi guarda l'altro senza esserne visto. Angier e Borden, nei loro deliri, tentano disperatamente di controllarsi (ancora più che di distruggersi), ma dopo l'inganno di uno si scopre invariabilmente che l'altro è coscente di questo inganno, che diventa ingranaggio di una nuova mistificazione di livello superiore, che a sua volta è prevista: una spirale il cui culmine è la volontà della finzione perfetta, del trucco sublime, inafferrabile, impossibile da prevedere. Il continuo rovesciamento del potere si risolve in una reiterazione ossessiva e speculare di mosse e contromosse da parte dei due illusionisti: i loro sotterfugi si seguono con parallelismo geometrico, due sono le ferite che si infliggono a vicenda, due sono i diari, due le finte morti (dualismo ossessivo che va a lambire un problema che fa sempre capolino quando si parla di illusione e di verità, quello del doppio: fra sosia e sovrapposizioni, il passo è breve a considerare Borden e Angier la stessa persona). Esemplare, per comprendere le dinamiche di questa mise en abime, l'uso dei diari dei due prestigiatori contendenti: sia Angier che Borden sottraggono (Angier con l'inganno, Borden dopo la presunta morte del rivale) il diario all'altro, cercando di carpirne i segreti; entrambi si ritroveranno a leggere, alla fine del diario, righe indirizzate proprio a se stessi dall'antagonista, consapevole che il diario sarebbe finito nelle mani dell'altro. Lo spiare nella vita del rivale si tramuta repentinamente nel suo contrario: l'illusione del controllo si rivela un essere controllati. Quello che ognuno dei due vuole è essere simile a dio nella sua accezione più pura, diventare una sorta di motore immobile, elemento che muove senza essere mosso: entrambi sono destinati all'insuccesso. È chiaro come una tale spirale discendente non possa avere una fine, e non è quindi un caso che il finale sia così palesemente posticcio, pericolante. The Prestige si chiude su una spiegazione scopertamente inaccettabile: Nolan ha costruito un film antimagico, impegnato a demistificare le apparenze soprannaturali, per poi tuffarsi proprio nel soprannaturale più inquietante. Nessun spettatore, a questo punto, può abboccare, anche perchè è lo stesso regista a inserire palesi inverosimiglianze nella spiegazione del redivivo Angier, inverosimiglianze che si fatica a credere involontarie in un film ossessivamente sorvegliato come questo. The Prestige è un film che mente, e che sceglie di mentire con Angier, pronto a raccontare una storia inverosimile (Angier avrebbe davvero scoperto il trasferimento, anzi la duplicazione, della materia) pur di non svelare il proprio trucco: il trucco c'è, ovviamente, ma Nolan non lo dice e lo spettatore non vuole saperlo, accontentandosi del prestigio, il terzo atto dell'illusione, il più importante.
Guardare e percepire
La differenza principale fra la realtà e la sua rappresentazione è che la realtà è infinita e la rappresentazione no. Questo significa che una stringa contiene dei vuoti, delle zone d'ombra, che è necessario reintegrare quando la si vuole interpretare, quando cioè si vuole arrivare alla realtà che il testo rappresentava, e al suo senso. Nella decifrazione, verrebbe da pensare che l'interprete costruisca il senso a partire dagli elementi contenuti nel testo. Questo è vero solo in parte, perchè la costruzione del senso segue dinamiche cha hanno più a che fare con il cervello di chi lo interpreta piuttosto che con il testo stesso. Detto in parole povere, chiunque si trovi nella necessità di decifrare un testo, ci vede in gran parte ciò che vuole vederci, aggirando le informazioni che non coagulano con la sua costruzione. Una volta trovata una chiave di lettura di un testo, è molto probabile che il lettore, o lo spettatore, non la abbandonino nemmeno di fronte all'evidenza, a costo di rendere estremamente e irrazionalmente selettiva la propria percezione. Nolan conosce questi meccanismi alla perfezione, e il suo film sembra costruito in modo da manipolare la capacità di costruzione di senso dei propri spettatori. Una volontà mistificatoria evidente fin dalla superfice del racconto, interessando anche il principale elemento di rilancio narrativo di The Prestige: la ricerca del trucco supremo, il trasferimento della materia, per cui nello stesso istante il prestigiatore scompare da una parte e compare dall'altra. È ragionevolmente scontato che un trucco del genere non possa ottenersi senza usare un sosia: questo è anche quello che dice ad Angier il suo ingénieur, continuando a ripeterglielo per una buona mezz'ora di film. Lo spettatore, senza esitazioni, segue Angier e crede che il trucco sia possibile, in modo estremamente complesso ma senza usare sotterfugi troppo banali come quello del sosia. Nel finale, ovviamente, si scopre che il sosia c'è. Rianalizzando il film, oltre a scoprire una serie impressionante di indizi (tutti indicanti la presenza di una seconda persona nel trucco, e nessuno il contrario), si è obbigati ad ammettere che non c'era alcun motivo nel non credere all'ingénieur. Lo spettatore si lascia ingannare in tal modo perchè vede soltanto quello che si è preposto di guardare, e quello che vuole vedere è l'artificio: il cinema, come l'illusionismo, si fonda su un pubblico che vuole vedere un'illusione, per quanto molte volte sia chiaro che non c'è segreto, e le cose stiano proprio come sembrano. All'inizio di The Prestige, a uno spettacolo dove Borden fa sparire e poi ricomparire un uccellino, un bambino si mette disperatamente a piangere quando il prestigiatore abbatte con un pugno la gabbietta dove stava il canarino, convinto che lui l'abbia ucciso. Borden estrae ovviamente il canarino dalla manica, convincendo il bambino, salvo poi ripulire dopo lo spettacolo la gabbietta dalla poltiglia di ossa e piume e sangue del primo uccellino, diverso dal secondo. Il bambino ha guardato e ha visto la cosa più semplice, quella che gli adulti non hanno nemmeno preso in considerazione: se sembra che Borden schiacci il pulcino, è perchè davvero lo ha schiacciato. Affermazione tanto ovvia, ma che si preferisce evitare: come dice l'ingénieur di Angier, noi non vogliamo davvero vedere. Lo spettatore vuole l'artificio. Per scoprire un trucco basta il più delle volte guardare attentamente, guardare nel posto più ovvio: è proprio ciò che lo spettatore non fa, perchè inconsciamente non vuole farlo. È per questo che nel mestiere dell'illusionista non importa tanto il trucco, quanto una soubrette bellissima che si faccia guardare mentre il trucco avviene: Angier e Borden spendono milioni per una macchina di Tesla che non c'entra direttamente con il loro lavoro, ma che fa spettacolo e quindi cattura l'attenzione mentre loro eseguono il trucco, mentre scompaiono in una botola invece che nel nulla. Sono indicazioni importanti per una sociologia dello sguardo, indicazioni per strategie di manipolazione percettiva. Inconsuetamente per un prodotto di grande consumo hollywoodiano, Nolan trasforma in spettacolo un saggio sui processi percettivi in generale e spettatoriali in particolare, e sul bisogno disperato degli uomini di essere illusi da un prestigiatore, o da un regista. Dalla trattazione della pericolosità virale della finzione (come appare ad una visione superficiale), The Prestige finisce dunque con l'analizzare la sua necessità, parlando di uomini (gli spettatori, ma anche gli stessi illusionisti, chiusi nelle loro ossessioni titaniche) che non vogliono vedere la verità, banale e squallida come il massacro di un uccellino, ma il trucco: capaci di violentar il proprio sguardo, la propria percezione, pur di avere il prestigio.