Cinema e Potere
Il Grande Altro
di Antonio Santangelo
Dopo il "cinema del pensiero debole", il gioco postmoderno col concetto di genere e il recupero della centralità del personaggio femminile dagli anni trenta ad oggi, per Fantasmi a Occidente è arrivato il momento di occuparsi di un altro grande fantasma della cultura contemporanea: il potere nella sua rappresentazione simbolica.
I sociologi definiscono il potere in molti modi diversi. Luciano Gallino individua ben sei accezioni della parola, che corrispondono ad altrettante teorie e linee di ricerca: autorità; influenza; dominio; azione volta a far agire qualcuno contro la sua volontà o semplice potenzialità di farlo; risorsa o mezzo prodotto dai membri di un sistema sociale per raggiungere obiettivi di interesse collettivo e fatto circolare come una sorta di "moneta" a tal fine; capacità di limitare il processo decisionale altrui a questioni relativamente non controverse, bloccando sul nascere azioni che rappresenterebbero una sfida potenziale o esplicita agli interessi del decisore (una sorta di "ideologia"). La scelta del nome che si dà al potere è dunque una scelta di campo. Per un cineforum come Fantasmi a Occidente, un buon punto di partenza può essere la definizione di Lacan, ripresa da Slavoj Zizek per parlare dell'ordine simbolico che governa l'identità dell'uomo: il "Grande Altro". Nella copertina del libro del filosofo sloveno vediamo una foto di Bear and Policeman di Jeff Koons: due sculture dalle sembianze apparentemente inoffensive, icone naif di un poliziotto inglese (l'amabile "bobby") e di un gigantesco orso bruno con una maglietta colorata ed un fischietto in mano, si guardano negli occhi e l'animale, molto più alto ed imponente del rappresentante della legge, abbraccia l'uomo con un fare paterno, come per impartirgli qualche prezioso insegnamento. L'effetto è straniante. Sembra che l'orso, uscito da una storia per bambini, "domini" il poliziotto adulto il quale, con uno sguardo infantile, si abbandona docilmente al suo potere affabulatorio.

Leggendo il libro di Zizek, comprendiamo il senso di quest'immagine. Il filosofo sloveno, studiando il potere a partire da presupposti psicanalitici, sostiene che siamo tutti in balia di una finzione che dimora dentro di noi. Ciò che ci tiene avvinti non è il poliziotto, rappresentante ufficiale della legge, ma qualcosa che lo trascende, una storia che crediamo vera e con la quale leggiamo noi stessi e il mondo. Il potere non è ciò che vediamo alla luce del sole e comprendiamo chiaramente, ma un "Grande Altro", oscuro e simbolico fantasma che sta alle spalle di chi lo incarna. Di un dittatore non ci terrorizza il modo in cui interpreta il suo ruolo in pubblico, ma ciò che temiamo possa ordire di nascosto: le sue relazioni con la polizia segreta, il potere dei servizi di intelligence, i legami con i vertici dell'esercito. Il popolo ebraico era tanto odiato dai nazisti perché aveva certamente un potere reale, individuabile concretamente e contrastabile con l'eliminazione dei suoi principali rappresentanti. Ma l'idea dello sterminio totale nasceva da una paura che andava oltre questa definizione "razionale" e sociologica del concetto di potere. Ciò che si voleva colpire, esorcizzandolo, era l'orso, l'immagine simbolica di ciò che rappresentavano gli ebrei: il "Grande Altro", appunto.
Come tutte le finzioni, il "Grande Altro" può essere smascherato. E naturalmente, quale miglior antidoto del linguaggio del cinema, per mettere a nudo la finzione del potere? Una volta svelato con le immagini questo meccanismo che è fatto a sua volta di immagini e simboli, esso dovrebbe divenire innocuo, mostrando di non essere più terrificante di un animale delle favole. Eppure, osservando bene l'orso di Koons, ci accorgiamo che mantiene qualcosa di ferino. Ha gli occhi grandi come un personaggio dei fumetti, ma con quegli occhi ci fissa dall'alto, dandoci l'idea di essere abbastanza forte da stritolarci quando vuole. Il problema è che il "Grande Altro" non vive nella sfera del concreto. Si possono uccidere milioni di ebrei, ma non il concetto di potere che essi rappresentano, perché un'idea o una "favola" non muoiono facilmente. I pensatori e gli studiosi possono mostrare come una serie di credenze e convinzioni che ci tengono avvinti non siano altro che costrutti culturali che ci appaiono naturali. Eppure il "Grande Altro" continua ad esistere, magari spostandosi da un ambito all'altro della nostra cultura.
Il compito di un cineforum sul potere è dunque quello di mostrare almeno alcune delle sue mille sfaccettature e dei percorsi simbolici che esso segue per rappresentarsi ai nostri occhi. Come in una seduta psicanalitica collettiva è necessario portare alla luce le sembianze dell'orso in tutti i contesti sociali in cui si annida. Perché il "Grande Altro", come ricorda Zizek, si esorcizza a furia di parlarne e di stanarlo, trasformandolo di continuo nell'amabile statua di Koons, un'opera d'arte da ammirare con distacco, comodamente seduti sulle poltrone del nostro cinema preferito.
Bibliografia
Gallino, L., Dizionario di sociologia, Utet, Torino, 1993
Zizek, S., Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, Feltrinelli, Milano, 1999