Gioventù spaesata: il cinema di Sofia Coppola
di Aldo Spiniello
Si tende sempre a diffidare dai figli di papà. Se poi tuo padre è uno dei più grandi registi americani, il sospetto si acuisce a dismisura, fino a diventare vero e proprio pregiudizio. Ma anche i pregiudizi, si sa, prima o poi vengono smentiti. È il caso di Sofia Coppola, figlia del grande Francis Ford Coppola. Classe 1971, fa la sua apparizione sul grande schermo ancora in fasce, nel mitico Il padrino (1972). Si tratta del neonato che viene battezzato nel finale: un ingresso consacrato nel mondo del cinema. A seguire varie altre interpretazioni (tra cui quella discussa ne Il padrino – Parte III) e brevi apparizioni, fino all'esordio nella regia con il corto Lick the Star del 1998. Ma è a partire dall'anno successivo, con il lungometraggio Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides), che Sofia Coppola comincia a dar dimostrazione di un talento puro, di una capacità non comune di raccontare e affascinare attraverso le immagini. È il primo tassello, l'embrione dal quale nascerà e si svilupperà naturalmente un discorso cinematografico coerente. In soli tre film e in maniera del tutto differente dal cinema paterno, la Coppola elabora una cifra stilistica personale e un nucleo poetico del tutto originale.
Il giardino delle vergini suicide è un film che risente ancora di uno sguardo convenzionale nella descrizione dell'adolescenza e nell'utilizzo di certe soluzioni stilistiche un po' furbe, di un'estetica glamour e "videoclippara" (la colonna sonora è del duo francese degli Air). Eppure riesce a costruire un'autentica tensione tra l'istintiva vitalità della giovinezza e il rigore "moralistico" della società e della famiglia. L'adolescenza s'incarna alla perfezione nelle cinque ragazze Lisbon e nella sensualità, torbida e innocente al tempo stesso, della quattordicenne Lux. S'iscrive a pieno in quegli anni '70 teatro della vicenda, anni di una contestazione che non è mai nominata apertamente, ma che si esprime in maniera latente nei comportamenti istintivi e passionali dei giovani protagonisti e in un apparato iconografico e culturale facilmente riconoscibile (i dischi rock, i capelli lunghi, le droghe…). L'adolescenza è davvero un giardino incantato, il luogo del sogno e del desiderio di fuga. È un fremito rock di tensioni sessuali e corpi vibranti. È un Eden destinato a scontrarsi con i rigidi codici del "mondo adulto", che ad ogni aperta ribellione reagisce con una coercizione sempre più asfissiante (come la "spettrale" festa del finale, immersa in una luce verde mortifera). Il suicidio delle Lisbon non è tanto la testimonianza di un disagio, quanto l'affermazione ultima di una giovinezza impossibile da vivere per sempre. Prima che la "maturità" venga ad ucciderle, le sorelle dichiarano la propria ribellione e, al tempo stesso, la loro resa.
Con il film successivo, Lost in Translation (in Italia L'amore tradotto, 2003), la Coppola sembra compiere uno scarto, una deviazione, raccontando non più di adolescenti sognanti e infelici, ma dell'incontro di due solitudini. Un maturo attore ormai in declino (Bill Murray) e una giovane sposa in preda ai dubbi (Scarlett Johansson) si conoscono in una Tokyo frenetica e frastornante. La cifra del film è tutta in questo spaesamento, in questo essere al di là dell'orizzonte conosciuto, nella necessità di ricostruire una "familiarità", una forma concreta di contatto col mondo. Ma lo spaesamento geografico serve solo ad amplificare quello esistenziale, una solitudine tutto sommato universale. L'inquietudine di Bob e Charlotte non deriva tanto dal trovarsi all'altro capo del mondo, quanto dal non riuscire più a decifrare la verità dei propri sentimenti, dal non essere più in grado di misurare la bontà delle loro scelte di vita, dallo spettro dell'infelicità. È in quest'ansia che i due trovano il loro punto di contatto. È su di essa che si costruisce il loro legame mancato, il loro tenero amore non consumato. Nella sua straordinaria maschera triste Bob/Murray riesce a trovare tracce di un'antica felicità solo accanto a Charlotte. In quella notte frenetica tra discoteche e karaoke, ha l'illusione di tornare ragazzo. Per un attimo ne ha ricordato il significato. E i suoi occhi si gonfiano di una struggente nostalgia. È stato davvero "un sogno lungo un giorno", per parafrasare uno dei film più belli di Coppola padre. Ecco. Lost in Translation cresce intorno a queste paure e a questi desideri, sino a diventare un discorso sulla giovinezza e la vecchiaia, sulla tenerezza del sogno e il terrore della realtà. Perciò lo scarto rispetto a Il giardino delle vergini suicide è soltanto apparente. In effetti il vero spaesamento dell'essere umano è quello di trovarsi al di fuori del giardino, dell'Eden conosciuto dell'infanzia. La linea d'ombra è il confine oltre il quale c'è il Giappone, ovvero il mondo ignoto. Non importa che i protagonisti non siano più degli adolescenti. Qui più che mai la giovinezza non è una questione biologica, quanto una dimensione dell'essere. È, ancora una volta, la vitalità, la terra del sogno e dell'autenticità, che si contrappone alla vecchiaia, ovvero alla morte (del desiderio), il luogo dell'indifferenza imbrigliato nella trappola dello status, nel frastuono assordante della società, nella ragnatela delle relazioni asettiche e ipocrite.

Si tratta di un discorso, questo, che trova la sua compiuta formulazione nel film forse più riuscito di Sofia Coppola, l'ultimo Marie Antoinette. La biografia assolutamente non convenzionale della celeberrima regina di Francia, moglie di Luigi XVI, è in realtà la filiazione diretta de Il giardino delle vergini suicide. La protagonista, Kirtsen Dust, porta con sé lo spettro di Lux Lisbon, con le sue tensioni e inquietudini. Dietro la scelta del film in costume ancora una volta un discorso sull'adolescenza e sull'oggi. Sebbene il racconto biografico sia fedele, la Coppola non è interessata tanto alla verità della ricostruzione storica, all'accuratezza storiografica nella descrizione degli ambienti e dei costumi. La scelta di sorvolare sulle differenze linguistiche, per far parlare tutti i personaggi in inglese, è emblematica. La Coppola è completamente dentro le sue ossessioni. Racconta di un'altra linea d'ombra. Il passaggio d'età è un vero e proprio attraversamento fisico, quello del confine tra l'impegno asburgico e il regno francese. E questo attraversamento si traduce in una privazione. Maria Antonietta viene spogliata dei suoi vecchi vestiti, viene costretta a denudarsi. Pur essendo ancora una bambina, è condotta a forza nell'età adulta ed è costretta a scontrarsi con il rigore formale dell'etichetta, con lo sguardo (vero e proprio) agghiacciante della corte, con il dovere della corona di garantire eredità ed equilibrio politico. Un altro spaesamento quindi, come in Lost in Traslation. La regina bambina reagisce come può. Mostra la sua pazienza con le insicurezze e le fissazioni del regale consorte e, dopo svariati tentativi, regala un erede alla corona. Nel rapporto d'amore la donna mostra la sua superiorità nei confronti dell'uomo. Ma il problema è che, strappata a forza dal giardino dell'infanzia, Maria Antonietta non può maturare politicamente. La sua posizione nei confronti della corte è di alterità irriducibile. Ancora una volta la vita contro la morte, il desiderio contro il dovere. Uno scontro che non sfocia mai in aperta ribellione, quanto in una vera e propria fuga. La regina si rinchiude in un nuovo Eden costruito a bella posta. E i giochi di luce e le tonalità della fotografia di Lance Acord rendono (con sempre più evidenza rispetto alla "rarefazione" luminosa di Lost in Translation) quel giardino un mondo sospeso abitato dal sogno, al di fuori del grigiore del tempo (presente). Uno stile ancora una volta glamour, da videoclip o pubblicità della Chanel. Ma comunque uno stile necessario, che segue il ritmo rock della colonna sonora (dai Cure agli Strokes). E non si tratta di commistione postmoderna. Perché anche il rock è uno stato dell'anima, l'espressione musicale più vicina alla giovinezza. E quindi al cuore di Maria Antonietta. La regina riesce a "conservarsi viva" sino ai 37 anni. Dopo verrà sopraffatta dall'impeto della Storia. Affronterà la morte con dignità. Ormai è matura. I suoi alberi e il suo Eden sono persi per sempre.
La vita passa. Dell'adolescenza non rimane che una stanza distrutta.