TOFIFE 2006/Claude Chabrol
di Alessio Gradogna
Cinquant'anni di carriera. Oltre settanta film, tra lungometraggi per il cinema e prodotti per la televisione. Un'opera infinita e misteriosa, suadente e tracimante, irrinunciabile e intoccabile, quella di Chabrol. Una lunga strada per (verso) il cinema, che il Torino Film Festival, nell'arco di due edizioni, ha sapientemente omaggiato attraverso un'imponente retrospettiva che ha riproposto tutti i lavori del metteur en scene francese, compresi quelli meno noti al grande pubblico, ma non per questo meno privi di fascino.
Claude Chabrol, ex critico cinematografico dei Cahiers poi convertito alla carriera di regista, è innanzitutto un uomo dolce e intelligente, acuto e perspicace, che fin dalla sua gioventù ha visceralmente amato il cinema, e che ha iniziato e ininterrottamente proseguito il suo discorso filmico senza mai ricercare il facile successo commerciale, ma puntando sempre sull'onestà intellettuale e sulla passione mai soffocata dalla tecnica. Negli incontri e nelle conferenze a cui ha preso parte in queste due edizioni festivaliere sotto la Mole, Chabrol ha deliziato la platea con un senso di cinema puro che mal si addice all'alienazione istituzionale della contemporaneità, stupendo e divertendo per la simpatia e la competenza, per acutissime riflessioni sul mezzo filmico e le sue infinite varianti, per quell'aria da bonaccione che rifugge qualsiasi vezzo estetico e morale. Così come i suoi film, nei quali Chabrol cita, omaggia, rielabora e celebra il genio di Lang e di Murnau, di Renoir e di Rossellini, di Lubitsch e di Hitchcock, virando poi nella letteratura per fluttuare tra Balzac e la Highsmith, tra Shakespeare e Maupassant, tra Simenon e Flaubert. Un coacervo d'ispirazioni che il regista parigino ha saputo con impressionante costanza di rendimento trasporre con maestria, utilizzando l'oggetto-cinema come quaderno bianco entro cui appuntare piccole e grandi storie in fondo sempre similari, ma al contempo sempre nuove e perennemente impreziosite da una classe nella messinscena che pochi, pochissimi altri autori al mondo sono (stati) in grado di eguagliare. Attraverso la spietata analisi dei veleni e del marciume che si annida dietro l'opulenta procacità della borghesia francese, nel disegno nervoso di donne fatali le cui mire si annidano sottopelle, in drammi familiari strizzati e vivisezionati fino a implodere nella tragedia, senza mai però lasciare da parte l'ironia, Chabrol da cinquant'anni disegna una tela che non smette mai di regalare empatiche emozioni.
Come un grande pittore che nell'arco di tutta una vita dipinge un solo quadro, in cui ogni film è una nuova pennellata, una significativa sfumatura, un'importante correzione, Chabrol prosegue imperterrito il suo lavoro di pulizia e centrifuga dei generi. Non ha mai fatto un singolo capolavoro, perché è il quadro stesso della sua carriera ad esserlo. Non è mai stato celebrato come un Truffaut o un Godard, perché ha preferito rimanere in disparte sapendo di non deludere mai chi davvero ama il cinema. Non è considerato tra i più grandi, ma lo è. E consapevolmente sa di esserlo. Il folgorante esordio di Le Beau Serge (1958), il mosaico di L'Oeil du Malin (1961), la metamorfosi dell'uomo verso il mito in Landru (1962), il falsamente convenzionale dramma della gelosia in Stephane, una moglie infedele (1968), l'incomunicabilità de Il tagliagole (1969), saltando fino al gioco cinefilo di M Le Maudit (1982). Per poi scorrere veloci verso la commistione tra realtà e fantastico ne Il grido del gufo (1987), il filo in equilibrio tra forma e concretezza in Madame Bovary (1991), la perversa discesa negli abissi della follia ne L'inferno (1994), lo sconvolgente ritratto di due donne diverse che urlano al mondo la propria vendetta ne Il buio nella mente (La Ceremonie, 1995, il film forse più bello in assoluto, un prodigioso ensemble che unisce la perfezione della sceneggiatura, l'abilità stilistica e la sublime interpretazione delle due muse chabroliane per eccellenza, Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire), e il meccanismo di una suspence inquietante e intossicata (Grazie per la cioccolata, 2000). Giungendo infine ai giorni nostri, al ritratto spietato di una follia che è soprattutto voglia d'amore (La damigella d'onore, 2004), e alla corruzione politica come punto d'avvio per l'ennesimo disvelamento delle turbe che si annidano nell'animo umano (La commedia del potere, 2006).
Sono solo alcuni esempi, rose rosse estratte quasi a caso in un mazzo enorme e bellissimo, che negli anni non perde nemmeno un barlume del proprio luccichio. Mai un film brutto, inutile, noioso, fallito, copiato. Mai. Chabrol è come un padre, che ogni volta che glielo chiediamo ci prende tra le sue braccia per condurci in un mondo filmico rassicurante (non certo per i temi trattati, ma per la certezza di avere a che fare con un buon prodotto). Nel suo quadro che dipinge da sempre, nel suo romanzo che praticamente ogni anno si arricchisce di un nuovo appassionante capitolo, nel solido muro che costruisce pietra dopo pietra (definizione usata dallo stesso Chabrol per definire la sua opera) questo maestro non smette mai di tagliare con l'accetta il perbenismo e la connivenza, il colore della menzogna e il livore che c'è in ognuno di noi. Nei suoi film si sorride tramando nell'ombra, si fugge da colpe ormai scoperte, si indaga per scovare la verità, ci si ama e ci si odia, ci si illude e si corre veloci verso un destino spesso segnato. L'uomo cade in ginocchio di fronte al potere intellettivo e sessuale della donna, perdendo la ragione nell'inseguire l'istinto. La donna si acceca cercando l'amore e le certezze, e nel suo caldo silenzio progetta il trionfo. Attorno ad essi si muovono figure talvolta sfocate e talvolta ben delineate, belle case e begli arredi, quadri d'autore e segreti d'orrore. Si muove la macchina da presa immortalando splendori e miserie, vittime e colpevoli, vincitori e vinti. E il più delle volte si resta sospesi, fluttuando a metà tra sogno e ragione, in finali indefiniti e in soluzioni narrative dalle mille sfaccettature. Perché in fondo siamo tutti colpevoli e siamo tutti innocenti. O forse soltanto perché nessuno di noi ha il diritto di giudicare. Chabrol, infatti, si limita a mostrare, a costruire contorni e scenari, a far sì che i suoi (anti)eroi si muovano nervosamente nel campo visivo dell'inquadratura. Non giudica mai, perché è troppo lucido per farlo. E nell'incertezza dei significati navighiamo (in)sicuri verso l'isola del Peccato e della Redenzione.
Aspettando le prossime pennellate ... Merci, Monsieur Chabrol.