Nanni Moretti
di Aldo Spiniello
"D'Alema, di' qualcosa di sinistra!!!".
Chi non ricorda Aprile e il grido disperato di Moretti,
mentre assiste al terribile confronto fra Berlusconi e D'Alema
del 1994. Uno sfogo che ha fatto epoca e che è ormai
entrato a pieno titolo nell'immaginario collettivo. Probabilmente
è l'esemplificazione massima di Moretti e del suo cinema,
così politico e al tempo stesso così viscerale,
individualista, emotivo. E Moretti è, di certo, il regista
italiano più discusso degli ultimi anni, non solo e non
tanto per la sua opera cinematografica, quanto per le sue posizioni
politiche nette e scomode. Perchè, se è vero che
non ha mai nascosto la sua propensione per le posizioni di sinistra,
è altrettanto vero che la sua non è una figura
di intellettuale organico, di "chierico" al servizio
di questo o quello schieramento. Nei suoi film, il regista romano
ha sempre cercato, dal suo punto di vista estremamente "autarchico",
di mantenere uno sguardo critico sulle trasformazioni in atto
nella società italiana, sulle vicende della politica
e sugli effetti che queste hanno avuto e continuano ad avere
nella sfera del privato. Ad un certo punto, poi, il regista
romano ha deciso di scendere nel vivo dell'agone politico, per
protestare contro il dilagante potere berlusconiano e criticare
l'immobilismo della classe dirigente del centrosinistra. È
la cosiddetta stagione dei movimenti, dei girotondi, il tentativo
da parte della società civile di una rilancio della politica.
Sarebbe un errore, tuttavia, ridurre la
figura di Moretti a quella di un regista militante, strenuo
assertore di un'ideologia o di una posizione precostituita.
Il suo cinema si muove fondamentalmente lungo due direttrici,
due filoni tematici che poi risultano essere strettamente collegati
fra loro. Da un lato la difficoltà delle relazioni interpersonali
e la crisi della famiglia, dall'altro la deriva morale della
società. Sin da Io sono un autarchico (1976),
primo lungometraggio in Super8, Moretti, nei panni di Michele
Apicella, quello che sarà a lungo il suo alter ego, fotografa
una generazione allo sbando, i cui sogni e amori sembrano girare
a vuoto. Non è un caso che il primo vero film di Moretti
sia la storia di un matrimonio fallito. Emerge qui, tra l'altro,
un'altra caratteristica fondamentale del cinema morettiano,
quella sua logorrea nevrotica e apparentemente inconcludente,
quel suo fondarsi e crescere intorno a tic personali, ossessioni
e depressioni. Una caratteristica che diviene vera e propria
cifra stilistica in Ecce bombo (1978), ritratto al tempo
stesso lucido e partecipe della crisi di un'intera generazione.
I protagonisti di Ecce Bombo parlano e parlano, ma continuano
a trascinare la loro esistenza nella più pura inconcludenza
e nel vuoto. Emblematico il dialogo tra Michele e la sua amica:
"Ma tu che fai per vivere?", "Giro, vedo gente,
faccio cose". In questa inconcludenza, che si trasforma
in una rabbia repressa e inespressa, è impossibile stabilire
un rapporto stabile con gli altri. Le relazioni sono impedite
perchè la nostra vita sembra non avere più scopo.
E il film che meglio esemplifica questa impossibilità
è Bianca (1984), in cui il professore Michele
Apicella cerca di costruire un rapporto tormentato con la giovane
collega Bianca (Laura Morante), ma resta bloccato nelle sue
paure e nelle sue ossessioni. Si delinea l'idea, molto truffautiana,
di uno scarto tra l'ansia di un assoluto, di un definitivo
sentimentale ed emotivo, e il panico del provvisorio,
della labilità dei rapporti umani. Michele è vittima
dei suoi limiti, non riesce a superare le proprie ansie, tutto
ciò che può fare è riversare il suo sogno
di assoluto nella vita sentimentale dei suoi amici, sino a diventare
vero e proprio carnefice, una sorta di angelo vendicatore che
cerca di ristabilire un ordine morale che sembra irrimediabilmente
perso: "Gli amici non possono comportarsi così.
Perchè io mica divento amico del primo che incontro,
io decido di voler bene, scelgo. E quando scelgo è per
sempre". È la straordinaria confessione-accusa lanciata
da Michele contro la deriva del provvisorio.
Si può anche sorridere, ma è
un sorriso amaro, è un grottesco che si trasforma in
apologo morale. Moretti sembra placare il suo pessimismo esistenziale
solo allorché decide di mettere da parte la maschera
di Michele Apicella, per mostrarsi al pubblico senza più
filtri. In Caro diario (1993) e Aprile (1998),
anche in concomitanza con la nascita del figlio Pietro, seppur
con cautela, emerge la possibilità di una felicità
personale. Ma più che di una svolta ottimistica, si tratta
forse di un ulteriore livello di coscienza, una fase in cui
si tenta di opporre all'infelicità una superiore consapevolezza
morale. La stanza del figlio (2002) rappresenterà
l'ennesima perdita, un dolore lancinante, ma indicherà
anche la faticosa strada per l'elaborazione di un lutto. Ma
i problemi non sono certo risolti. Se lo sbando di una generazione
si riflette sui singoli, sulla loro sfera privata, non può
fare a meno di influire anche sulla sfera pubblica, sulla società
in generale. È questa la seconda direttrice del cinema
morettiano: lo sterile parlarsi addosso dei suoi personaggi
non fa altro che esprimere la perdita di coordinate ideali e
morali della nostra epoca. L'occhio di Moretti è impietoso
verso la piccolo-borghesia immatura e inconcludente che descrive,
ma non si pone da un punto di vista esterno, non risponde a
una programmatica lotta di classe, ma è del tutto interno,
perfettamente consapevole di essere partecipe di quel vuoto.
La perdita di memoria di Michele Apicella in Palombella rossa
(1989) è in questo senso emblematica. Per quanto egli
cerchi di ricostruire il senso del suo impegno politico, della
sua militanza, non riesce più a ritrovare le certezze
di una volta. Il tempo della lotta sembra definitivamente tramontato,
perché non sembrano esserci più ideali per cui
valga la pena lottare. E quando la società mostra di
aver perso le sue coordinate morali, è facile che si
impongano dei modelli falsi e preconfezionati. Da qui nascono
i ripetuti strali di Moretti verso i mass media e la televisione,
che ripropongono un sistema di valori fittizi, superficiali,
celebrano il mito del potere e della bellezza, la vittoria dell'effimero
e del provvisorio sull'assoluto. Neppure il cinema si salva,
ormai completamente asservito a logiche di mercato e al gusto
facile del pubblico (si vedano le, per altro discutibili, critiche
a Henry - pioggia di sangue o a Michael Mann).
In questo contesto, il fenomeno Berlusconi
non è più un'anomalia, ma una conseguenza naturale
e necessaria, diretta filiazione di Botero de Il Portaborse
di Luchetti, un modello capace, per la sua stessa assoluta amoralità,
d'imporsi con il suo solo "carisma", la sua vera e
propria (auto)investitura "divina". Film come Aprile
e Il Caimano non sono semplici strumenti di propaganda
politica, quanto l'immediata prosecuzione di un discorso coerente.
E soprattutto nell'ultimo film (probabilmente il capolavoro
della maturità di Moretti), l'intima connessione tra
la crisi del privato e quella della società è
evidente. Bruno Bonomo (Silvio Orlando), produttore di B-movie
in difficoltà economiche, vede da un lato lo sfascio
del suo matrimonio e della sua famiglia, dall'altro l'impossibilità
di percorrere la strada di un cinema d'impegno e d'accusa in
una società ormai completamente piegata al conformismo
e alla sudditanza psicologica. Il cinema, come gli altri mezzi
di comunicazione, sembra incapace di descrivere la realtà,
è ridotto ad un significante vuoto, sterile, privato
di un qualsiasi significato. Vittima della sua mediocrità,
divorato da problemi a cui non può dare una risposta
matura e consapevole, Bruno non potrà che trovare un
ultimo moto d'orgoglio e riscatto, una ribellione morale figlia
della delusione e della rabbia. Venderà la casa per girare
almeno una scena del film su Berlusconi, quella del processo.
La crisi non può essere vinta, ma il cinema riacquista
per una volta il suo senso, supera lo scollamento con il reale,
per ricollocarsi come punto di contatto tra il privato e il
politico, un gioco di luci ed ombre che parla al presente con
i suoi sogni e i suoi mostruosi fantasmi.