Philip Seymour Hoffman: per una fisiognomica patologica attoriale
di Umberto Ledda
Il fatto che il volto di Philip Seymour Hoffman sia perfetto per rappresentare i nostri tempi (quasi un'icona, si potrebbe dire, se il termine icona non fosse pregiudizialmente limitato alla sfera del positivo) è una cosa che dovrebbe farci preoccupare. Hoffman incarna nella sua recitazione e nei suoi ruoli una figura in cui è fastidioso riconoscersi, una maschera di negatività mai eroica né antieroica, talvolta irritante e quasi sempre meschina. Ogni epoca ha il volto che si merita, però, e la nostra si riassume perfettamente nella sua figura impacciata, sgradevole, ambigua: Hoffman, da parte sua, ha incarnato questa maschera deprimente e inquietante con perizia e bravura agghiaccianti. Caratterista metodico e certosino nella creazione dei suoi personaggi, Philip Seymour Hoffman non diventerà mai una star da poster in cameretta (per quello occorre essere, se non buoni e bravi, almeno molto belli), ma intanto è arrivato all'Oscar e alla notorietà alla prima vera occasione, subito dopo aver conquistato il ruolo di protagonista assoluto in un film importante dal protagonista importante, Truman Capote – A sangue freddo, e ora si candida a diventare uno degli attori per cui verrà ricordato questo decennio cinematografico.
Per tracciare una rapida radiografia di un personaggio come Philip Seymour Hoffman occorre partire dall'inizio. Classe 1967, Hoffman segue un percorso artistico apparentemente senza intoppi verso il successo, raggiunto dopo una lunga gavetta, ma anche senza fasi di stallo o declino: laureatosi alla New York University, ha intrapreso la carriera teatrale, fondando anche una sua compagnia, la "LAByrinth", per cui ha curato la regia di alcuni spettacoli di successo. Nel frattempo, ha iniziato a bazzicare nel mondo del cinema, seppur non rinunciando al palcoscenico, in un viaggio fluido verso ruoli sempre più importanti fino alla consacrazione che negli ultimi mesi ne ha fatto un uomo da copertina e da Oscar. Apparentemente, è ciò che si definisce una vita di successo, eppure tale vita non è priva di zone d'ombra, fra vecchi problemi di alcolismo e dipendenza da additivi vari negli anni '80: un personaggio singolare, estraneo alle logiche degli studios e lontano dalla figura del divo cui il pubblico è abituato. È una particolarità che si riflette nell'apparente inconciliabilità dei film in cui ha recitato: Hoffman si è mosso con disinvoltura dal blockbuster commerciale (Twister, Patch Adams) alle grandi produzioni (Ritorno a Cold Mountain), dai film d'autore del giro grosso (Magnolia, Il Grande Lebowski, La 25° ora) a film indipendenti (Almost Famous, nel quale interpreta il critico musicale Lester Bangs, o lo splendido Happiness, di Todd Solondz, in cui interpreta il ruolo di un disadattato maniaco). Una poliedricità espressiva che gli ha permesso di passare da un registro all'altro mantenendo, però, una sua precisa identità: Hoffman è uno di quegli interpreti autoriali, che si calano in personaggi radicalmente diversi rimanendo sempre psicologicamente riconoscibili ed esprimendo sempre in qualche modo se stessi, portando avanti un discorso espressivo personale, una vera e propria poetica. Un'autorialità interstiziale, che si impadronisce di parti di film altrui per creare un filo rosso che compone una propria visione del mondo.
Anche fisicamente, Hoffman tende ad essere sempre riconoscibile (al contrario, ad esempio, di un interprete come Johnny Depp, capace di assumere qualsiasi fisionomia), offrendo invariabilmente la sua maschera morbosa e inquietante, che d'altra parte sarebbe impossibile da mimetizzare. L'attore americano ha occhi piccoli e chiarissimi, schiacciati fra occhiaie grassocce e vagamente untuose che tendono a nascondere lo sguardo assorto e sfuggente: la pelle vagamente oleosa, i capelli sottili e biondissimi sul confine con l'albinismo, la bocca paffuta eppure tagliente, il mento grosso, la corporatura abbondante, contribuiscono a creare una sorta di bambinone molliccio, un Charlie Brown troppo cresciuto e diventato con l'età un pervertito sessuale. C'è qualcosa di morboso e di laido nella sua figura ancora prima che si metta a recitare: quella di Philip Seymour Hoffman è una faccia infantile, da neonato, eppure inquietante e perversa. Una genealogia del suo volto porta indietro nel tempo cinematografico fino a Karl Bohm (per i più, interprete di Francesco Giuseppe ne La Principessa Sissi, ma anche, e soprattutto, dello psicopatico ne L'occhio che uccide di Michael Powell e in Martha di Rainer Werner Fassbinder) e a Malcolm McDowell (stessi occhi azzurro slavato, stesso sguardo candidamente perverso, stessa espressione infantile), fino ad arrivare al Peter Lorre di M, spogliati però di quella grandezza malvagia che ne aveva fatto immense figure di antieroi. Non stupisce che, sulla base di tali presupposti, i ruoli che ha scelto nel corso della sua carriera ruotino quasi sempre intorno alla tipologia dell'inetto, del disadattato, dell'insicuro: nei limiti dei personaggi spesso macchiettistici che interpreta, Hoffman punta a creare psicologie contraddittorie, schizoidi, squilibrate, risultando stranamente verosimile anche in figure caricaturali o estreme. L'elemento più importante della sua recitazione è proprio il suo continuo instillare elementi profondamente umani in personaggi grotteschi, il suo rendere complessi personaggi bidimensionali: e così il Brandt de Il Grande Lebowski è apparentemente una macchietta priva di spessore (il segretario ruffiano e imbecille), ma è resa ambigua da una sottotraccia recitativa che suggerisce un rapporto nei confronti del suo principale non stereotipato e, paradossalmente, credibile.
Nei personaggi drammatici e in quelli negativi l'effetto di questo lavoro di stratificazione è decisamente più disturbante: il maniaco di Happiness, sulla carta una figura di reietto umano talmente abietto da risultare del tutto improponibile per qualsiasi identificazione, diventa nelle sue mani un individuo di umanità (e spesso di tenerezza) sconvolgenti. Una maschera talmente umana e verosimile anche nelle sue esasperazioni da diventare universale ed iconica: ed è per questo che i ruoli di Hoffman hanno assunto spesso un'importanza decisamente maggiore rispetto alla loro apparente secondarietà. In Magnolia (forse il suo miglior personaggio, insieme a quello di Happiness), nel quale interpreta un infermiere al capezzale di un anziano morente, il suo ruolo è parzialmente decentrato nell'azione, ma centrale a livello tematico: Paul Thomas Anderson doveva esserne cosciente, perché fra tutti i personaggi affida a lui il compito di dichiarare e certificare la finale grandinata di batraci ("Mio Dio, piovono rane..."), che da sola riassume il senso e il non senso del film. L'impotenza del suo personaggio di fronte agli eventi tragici che si trova ad affrontare (impossibilità di agire su cui è improntata la sua recitazione fatta di tentennamenti, sguardi immobili e lunghe trance attonite) rimanda direttamente all'impotenza di fronte al caso che costituisce l'asse portante del film: il suo personaggio sta sopra agli altri come una chiave di volta. Il ruolo di Hoffman in Magnolia si pone ad un livello di consapevolezza superiore a quello del mondo diegetico, fornendone un'interpretazione: e infatti, durante la concitata telefonata alla ricerca del figlio del suo assistito morente, si lascia andare ad un lungo intermezzo palesemente metafilmico sull'improbabilità delle sceneggiature in scene del genere. In un film corale come quello di Anderson, in cui tutti i personaggi hanno ruoli che si intrecciano e si nascondono a vicenda, la chiave di volta sta proprio nel bambinone balbettante interpretato da Philip Seymour Hoffman: sempre solo un caratterista, ma un caratterista capace di risolvere i film.

Tutto questo fino a Truman Capote – A sangue freddo, il film della grande consacrazione, nel quale l'attore americano ha recitato come protagonista assoluto in un ruolo complesso, per la prima volta, fra l'altro, basandosi su di un personaggio reale: una vera prova del fuoco per un attore che aveva sempre fatto di se stesso il proprio "spunto". E nonostante questo, se non si trattasse di un biopic, si potrebbe facilmente considerare Capote come un tipico personaggio alla Philip Seymour Hoffman, senza che questo intacchi l'impeccabile ricerca filologica sul Capote originale. Truman Capote – A sague freddo è, oltre che un monumento in onore dello scrittore americano, anche un monumento al suo interprete. Come il suo referente reale, il Truman Capote cinematografico è un uomo sgradevole e cinico, un manipolatore pronto a coprire la sua aridità con una sensibilità in gran parte artefatta, un uomo infantile e immaturo tanto da considerare la realtà più tragica come un puro fatto letterario, con tutte le conseguenze umane del caso. Hoffman si cala con cura e immedesimazione maniacali in una personalità ambigua, contraddittoria e indifendibile, capace di usare chiunque altro ai suoi fini senza nemmeno rendersene conto: ma agisce con eleganza ed evita di strafare, riuscendo ad evitare gli ovvi cliché legati ad un personaggio, come quello di Capote, che poteva prestarsi alle peggiori esasperazioni. E la cosa che più sconvolge del suo Truman Capote è proprio l'umanità assoluta, per quanto negativa e sgradevole - individuo rivoltante ma di grande complessità e irrisolta profondità -, in cui è quasi obbligatorio immedesimarsi. Truman Capote – A sangue freddo supera i limiti e le schematizzazioni del film biografico riuscendo a non giudicare il suo protagonista, rinunciando a risolverlo definitivamente: si fa piuttosto riflessione morale sul confine fra la realtà e la finzione, sugli (inevitabili?) lati oscuri dell'arte, oltre che uno scavo psicologico non scontato e universale. Anche mettendo in scena una storia di un singolo personaggio e una vicenda vecchia di mezzo secolo, Hoffman riesce a raccontare tensioni e dilemmi che appartengono alla nostra epoca: e se lo fa interpretando un individuo irritante e fastidioso, la colpa non è certo sua.